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Mentre i Romani erano in guerra con gli Etruschi, per accordi fatti con loro, essi diedero a questi come ostaggi le figlie non ancora sposate degli uomini di alto lignaggio: quelle in ostaggio andarono al fiume Tevere per purificarsi. Una di queste, Clelia, supplicò (προστρέπω) tutte di cingere le tunichette intorno alla testa e di passare a nuoto (διανήχομαι) la corrente del fiume difficile da attraversare a causa dei profondi (βᾰθύς -εῖα -ύ) vortici. Dopodiché passarono a nuoto. I Romani onorarono il loro coraggio ed il valore, (ma) le rimandarono agli Etruschi per tenere fede ai patti. Porsenna re degli Etruschi interrogava le giovani, chi fosse di loro quella che avesse convinto ad agire. Clelia confessò. Porsenna, ammirando il coraggio della giovane, le regalò un cavallo splendidamente bardato e rimandò, lodandole, tutte le giovani ai Romani.
(By Geppetto)
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Ματην ημεις πονουμεθα δί ημερας πασης μεν υπο της αλεας φλεγομενοι, νυκτωρ δε υπο λαμπασι τον της θαλασσης βυθον αποξυοντες...Και ο μεν δεσποτης οικετας ημεις δε συνεργους αγαθους εποθουμεν. (da Alcifrone)
Noi invano fatichiamo per tutto il giorno bruciati dal calore, di notte dalle fiaccole raschiando il fondo del mare, a noi non è infatti lecito usare né ortica o ostriche Peloridi per rimpirci lo stomaco, invece il padrone ammassa pesci e monete. Egli continuamente esamina la barca. Se si rompe del legno nella barca, bisogna che noi ripariamo il danno e rafforziamo lo scafo. E non molto tempo fa dal momento che gli mandavano da Munichia un approvvigionamento, subito ordinava di prendergli anche le spugne e le lane dal mare. Così di nuovo aveva bisogno di salpare. Alcuni dei compagni già erano andati via e si univano ad alcuni pescatori rodiesi. Ed il padrone [sott. rimpiangeva] i servi, noi rimpiangevamo i buoni compagni di lavoro
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Τελευτιας ως εωρα το γιγνομενον... μαχομενος απεθνησκε.
Teleutia come vide l'accaduto, essendo infuriato, dopo aver preso le armi guidò velocemente gli opliti, ordinò sia ai peltasti sia ai cavalieri di inseguire e di non esitare. Già spesso e in altre circostanze, inseguendo vicino alle mura si ritiravano malamente ed essi, essendo colpiti dalle torri, anche ora erano costretti a ritirarsi confusamente e a ripararsi dai proiettili. A questo punto, gli Olinti fecero uscire i cavalieri, anche i peltasti vennero in aiuto: alla fine, anche gli opliti intervennero e si scagliarono con la falange disordinata. Anche Teleutia combattendo lì morì. (da Senofonte)
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το δε ιερον αλσος του ασκληπιου περιεχουσιν οροι πανταχοθευ: υομος εστι οτι ουδε αποθνησκουσιν αντρωποι ουδε τικτουσιν γυναικες εντος του περιβολου, καθα και επι Δελω τη νησωΤα δε θυομενα καταναλισκεται εντος των ορων καθα και εν τιτανή. Του δε ασκληπιου το αγαλμα μεγεθει μεν του αθηναις Ολυμπιου Διος ημισυ αποδει, ελεφαντος και χρυσου μηνυει δε επιγραμμα τον αγαλματοποιον ειναι Θρασυμηδην Αριγνωτου Παριον. Το του θεου αγαλμα καθηται δε επι θρονου και των χειρων την μεν κρατει βακτηριαν, την δε ετεραν εχει υπερ κεφαλης του δρακοντος, και παρ' αυτώ και κυων εστι. Τώ θρονώ δε ηρωων επειργασμενα Αργειων εστιν εργα, Βελλεροφοντου το εις την Χιμαιραν και Περσευς αφαιρων την Μεδεουσης κεφαλην. Του ναου δε εστι περαν ενθα οι ικεται του θεου καθευδουσιν.
Confini circondano il bosco sacro di Asclepio da ogni parte: è legge che non muoiono uomini né le donne partoriscono all'interno del recinto come anche sull'isola di Delo. Le vittime che vengono sacrificate sono uccise all'interno dei confini come (avviene) anche a Titane. La statua di Asclepio è per grandezza inferiore della metà a quella di Zeus Olimpio ad Atene, ed è d'oro e d'avorio; un'iscrizione indica che lo scultore è Trasimede di Paro, figlio di Arignoto. La statua del dio è posta su un trono e fra le mani l'una tiene saldamente un bastone, l'altra sta sopra la testa di un serpente, e vicino a lui c'è anche un cane. Sul trono sono raffigurate imprese degli eroi Argivi, quella di Bellerofonte contro la Chimera e Perseo, che taglia la testa della Medusa. Oltre il tempio c'è il luogo dove i supplici del dio si siedono.
(By Vogue)
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Εγω δε τα μεν αλλα ονος ην, τας δε φρενας και τον νουν ανθρωπος εκεινος; ... Κινδυνευεται μοι μηδεν κακον πεποιηκοτι.
Per il resto io ero un asino, ma nel (mio) cuore e nella (mia) mente ero un essere umano (lett. uomo), (proprio) quel Lucio, eccetto la voce. Dando dunque fra me e me molti rimproveri a Palestra per l' errore, mordendo(mi) il labbro me ne andavo nel posto in cui si trovavano il mio cavallo e l'altro vero asino, quello di Ipparco. Costui, accorgendosi che io entravo, sospettando che mi introducessi come compartecipe con loro del fieno, ripiegando le orecchie erano pronti a difendere il ventre con i piedi; ed io, che avevo inteso, allontanandomi ad una certa distanza dalla mangiatoia, essendo in piedi mi mettevo a ridere, e la mia risata era un raglio. Perciò riflettevo tra me e me queste cose: "Ah! imbarazzante questa curiosità ! Che dire però, se arrivasse un lupo o un'altra belva? Sono soggetto al pericolo io che non ho compiuto nulla di male"