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Versione da VERSIONI LATINO PER IL TRIENNIO pag. 86 N. 10
Forte quadam divinitus super ripas Tiberis effusus lenibus stagnis nec adiri usquam ad iusti cursum poterat amnis et posse quamuis languida mergi aqua infantes spem ferentibus dabat. Ita velut defuncti regis imperio in proxima alluuie ubi nunc ficus Ruminalis est—Romularem vocatam ferunt—pueros exponunt. Vastae tum in his locis solitudines erant. Tenet fama cum fluitantem alveum, quo eiti erant pueri, tenuis in sicco aqua destituisset, lupam sitientem ex montibus qui circa sunt ad puerilem vagitum cursum flexisse; eam submissas infantibus adeo mitem praebuisse mammas ut lingua lambentem pueros magister regii pecoris invenerit— Faustulo fuisse nomen ferunt—ab eo ad stabula Larentiae uxori educandos datos. Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent; inde locum fabulae ac miraculo datum.
Per un qualche volontà divina il Tevere straripato in acque stagnanti non poteva essere raggiunto fino al letto normale e dava a coloro che portavano i bambini la speranza che essi potessero essere sommersi nell'acqua anche se (era) stagnante. Così convinti di aver adempiuto all\'ordine del re depongono i fanciulli sullo stagno più vicino dove ora vi è il fico Ruminale dicono si chiamasse Romulare allora in quei luoghi vi era una vasta campagna disabitata. Si racconta che avendo l'acqua bassa lasciato a secco sulla terra il cesto galleggiante in cui erano riposti i fanciulli una lupa assetata dai monti circostanti rivolse il passo verso il pianto infantile; (e che) dopo essersi abbassata offrì il seno ai bambini così mite che un pastore del gregge regio raccontano avesse il nome Faustolo la trovò che lambiva i fanciulli e da lui furono dati da allevare alla moglie Laurenzia presso le stalle. C'è anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva: da ciò lo spunto di questo racconto prodigioso.
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Obsides, quod nulli antea, Persae ei dederunt. Reddiderunt etiam signa Romana, quae Crasso victo ademerant. Scythae et Indi, quibus antea Romanorum nomen incognitum fuerat, munera et legatos ad eum miserunt. Galatia quoque sub hoc provincia facta est, cum antea regnum fuisset, primusque eam M. Lollius pro praetore administravit. Tanto autem amore etiam apud barbaros fuit, ut reges populi Romani amici in honorem eius conderent civitates, quas Caesareas nominarent, sicut in Mauritania a rege Iuba, et in Palaestina, quae nunc urbs est clarissima. Multi autem reges ex regnis suis venerunt, ut ei obsequerentur, et habitu Romano, togati scilicet, ad vehiculum vel equum ipsius cucurrerunt. Moriens Divus appellatus.
I Persiani gli diedero ostaggi, cosa che (non era mai accaduta) a nessuno prima. Restituirono anche le insegne romane che avevano portato via a Crasso dopo averlo vinto. Gli abitanti della Scizia e dell'India ai quali prima di allora il nome romano era risultato sconosciuto, gli inviarono doni ed emissari. Amche la Galazia venne ridotta a provincia, sotto il suo comando, mentre prima era stata un regno: Marco Lollio fu il primo ad amministrarla nelle veci di pretore. Inoltre, godette di tanta stima presso quelle popolazioni straniere che i re fedeli del popolo di Roma fondarono delle città in suo onore, cui diedero il nome di Cesarea (Cesaree), come ad esempio dal re Giuba in Mauritania, e in Palestina, città al giorno d'oggi molto rinomata. Molti re, poi, vennero dai propri regni per rendergli omaggio e con abito romano, vale a dire accorsero al suo carro o al suo cavallo. In punto di morte, fu divinizzato
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Anno trecentesimo et altero ab urbe condita imperium consulare cessavit et pro duobus consulis decem facti sunt, qui summam potestatem haberent, decemviri nominati. Sed cum primo anno bene egissent, secundo uno ex his, Appius Claudius, Virginii cuiusdam, qui honestis iam stipendiis contra Latinos in monte Algido militarat, filiam virginem corrumpere voluit; quam pater occidit ne vim a decemviro sustineret, et, regressus ad milites, movit tumultum. Sublata est decemviris potestas ipsique damnati sunt.
Nel trecentoduesimo anno dalla fondazione di Roma cessò il governo consolare e al posto dei due consoli furono nominati dieci, che avessero sommo potere, con il nome di decemviri. Ma, dopo aver agito bene nel primo anno, nel secondo uno tra questi, Appio Claudio, volle violare la figlia vergine di un certo Virginio, che già aveva prestato servizio militare con onorevoli campagne contro i Latini sul monte Algido; il padre la uccise affinché non subisse violenza dal decemviro, e, ritornato presso i soldati, mosse il tumulto. Il potere fu sottratto ai decemviri ed essi stessi furono condannati.
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Versione da Moduli di lingua latina (pag. 285-286 n. 2)
Domitianus mox accepit imperium, frater ipsius Titi iunior, Neroni aut Caligulae aut Tiberio similior, quam patri vel fratri suo. Primis tamen annis moderatus in imperio fuit, mox ad ingentia vitia progressus libidinis, iracundiae, crudelitatis, avaritiae, tantum in se odii concitavit, ut merita et patris et fratris aboleret. Interfecit nobilissimos e senatu. Consobrinos suos interfecis. Superbia quoque in eo maxime execrabilis fuit. Multas expeditiones habuit contra Sarmatas, adversum Cattos, adversum Dacos. De Dacis Cattisque duplicem trimphum egit, de Sarmatis solam lauream usurpavit. Multas tamen calamitates iisdem bellis toleravit; Romae quoque plurima opera fecit ex quibus Capitolium et forum transitorium; Divorum porticus, Isium ac Serapium et Stadium. E vita excessit in Palatio ob coniurationem et eius funus cum ingentissimo dedecore vespillones exportaverunt et ignobiliter sepeliverunt.
Domiziano fratello più giovane dello stesso Tito, subito ricevette il comando, più simile a Nerone o a Caligola o a Tiberio, piuttosto che al padre o al fratello. Tuttavia nei primi anni fu moderato nel comando, subito dopo avviatosi verso i vizi smisurati della passione, dell'irascibilità, della crudeltà, dell'avarizia, suscitò in se tanto odio che annullò i benefici del padre e del fratello. Uccise i più nobili del senato. Uccise i suoi cugini. La superbia in lui fu anche mortale. Ebbe molte spedizioni contro i Sarmati, contro i Catti, contro i Daci. Condusse una duplice vittoria sui Daci e sui Catti, rivendicò la sola gloria militare sui Sarmati. Tuttavia sopportò molte calamità nelle stesse guerre; fece anche moltissime opere a Roma tra cui il Campidoglio e il foro transitorio, il colonnato degli dei, il tempio di Iside e il tempio di Serapide e lo Stadio. Morì sul colle Palatino per una congiura e i becchini trasportarono il suo cadavere con grande vergogna e lo seppellirono molto ignorabilmente.
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Domitianus mox accepit imperium, frater ipsius iunior, Neroni aut Caligulae aut Tiberio similior quam patri vel fratri suo. Primis tamen annis moderatus in imperio fuit, mox ad ingentia vitia progressus libidinis, iracundiae, crudelitatis, avaritiae tantum in se odii concitavit, ut merita et patris et fratris aboleret. Interfecit nobilissimos e senatu. Dominum se et deum primus appellari iussit. Nullam sibi nisi auream et argenteam statuam in Capitolio passus est poni. Expeditiones quattuor habuit, unam adversum Sarmatas, alteram adversum Cattos, duas adversum Dacos. De Dacis Cattisque duplicem triumphum egit, de Sarmatis solam lauream usurpavit. Multas tamen calamitates isdem bellis passus est; nam in Sarmatia legio eius cum duce interfecta est et a Dacis Oppius Sabinus consularis et Cornelius Fuscus, praefectus praetorio, cum magnis exercitibus occisi sunt.
Domiziano subito ricevette il comando, fratello più giovane dello stesso, più simile a Nerone o a Caligola o a Tiberio, piuttosto che al padre o al fratello. Tuttavia, nei primi anni fu moderato nel comando, subito dopo avviatosi verso i vizi smisurati della passione, dell'irascibilità, della crudeltà, dell'avarizia, suscitò in sè tanto odio, che annullò i benefici del padre e del fratello. Uccise i più nobili del Senato. Per primo comandò che fosse chiamato Signore e Dio. Permise che fosse posta sul Campidoglio per sè nessuna statua se non d'oro e d'argento. Condusse quattro spedizioni (militari), una contro i Sarmati, un'altra contro i Catti, due contro i Daci. Condusse una doppia vittoria sui Daci e sui Catti, rivendicò la sola gloria militare sui Sarmati. Tuttavià subì molte calamità nelle stesse guerre; infatti la sua legione con il condottiero fu annientata in Sarmazia e furono uccisi dai daci l'ex-console Oppio Sabino e il prefetto del pretorio Cornelio Fusco, con dei grandi eserciti