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Ego tuum consilium, Cato, propter singulare animi mei de tua virtute iudicium vituperare non possum; non nulla forsitan conformare et leviter emendare possim. "Non multa peccas", inquit ille fortissimo viro senior magister, "sed paccas; te regere possum". At ego non te; verissime dixerim peccare te nihil neque ulla in re te esse huius modi ut corrigendus potius qual leviter inflectendus esse videare. Finxit enim te ipsa natura ad honestatem, gravitatem, temperantiam, magnitudine animi, iustitiam, ad omnis denique virtutes magnum hominem et excelsum. Accessit istuc doctrina non moderata nec mitis sed, ut mihi videtur, paulo asperior et durior quam aut veritas aut natura patitur. (Cicerone, Pro Murena)
Io, Catone, per l’eccezionale considerazione del mio animo in merito alla tua virtù non posso biasimare la tua decisione; forse potrei forgiare e perfezionare lievemente alcune cose. “non potresti sbagliare in molte cose” disse quel maestro molto attempato ad un uomo fortissimo “ma hai sbagliato; posso guidarti”. Ma io non tu; Potrei asserire molto giustamente che tu non hai sbagliato nulla e che tu non sei in alcuna situazione di tal genere da sembrare che io debba correggerti piuttosto che smussarti leggermente. Infatti la stessa natura ha forgiato all’onestà, alla serietà, alla moderazione, alla grandezza d’animo alla giustizia, infine a tutte le virtù un uomo grande ed eccelso. La dottrina né moderata né flessibile accede a tutto ciò ma, come mi sembra, un po’ più inflessibile e più dura rispetto a quanto da un lato la verità dall’altro la natura tollerino.(by Maria D.)
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Quotiescumque ego Archiam carmina recitantem audivi, magna admiratione affectus sum et suavissima voluptate delectatus, atque semper poetae nomen maximis laudibus honorandum putavi. Hunc Archiam ergo non diligam, non admirer, non omni ratione defendendum putem? Sit igitur, iudices, sanctum apud vos hoc poetae nomen, quod nulla unquam barbaria violavit. Saxa et solitudines eius voci respondent; bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt; nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant; Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant. Ergo illi alienum, quia poeta fuit, post mortem etiam expetunt; nos hunc vivum, qui et voluntate et legibus noster est, repudiemus? Praesertim cum omne studium atque ingenium contulerit Archias ad populi Romani gloriam laudemque celebrandam.
Tutte le volte che io ho ascoltato Archia mentre recitava delle poesie, sono stato colto da grande ammirazione, e allietato da un piacere dolcissimo, ed ho sempre considerato che bisognasse onorare il suo nome con lodi grandissime. Quindi, non dovrei apprezzare Archia, non dovrei ammirarlo e ritenere che lo si debba difendere ad ogni costo? Quindi considerate sacrosanto questo titolo di poeta, che mai nessun uomo, neanche barbaro, osò profanare. Le montagne ed i deserti rispondono alla sua voce, persino gli animali più feroci diventano mansueti e si fermano al suo canto: e noi, che siamo stati educati esemplarmente, non dovremmo essere colpiti dalle parole dei poeti? Gli abitanti di Colofone sostengono che Omero sia loro compatriota, quelli di Chio lo rivendicano a sé, i cittadini di Salamina insistono di avergli dato i natali; quelli di Smirne, invece, confermano che è dei loro. Dunque tante persone reclamano, anche dopo la morte, uno straniero, per il semplice fatto che fu un poeta; e noi rifiuteremo Archia, che è vivo e già ci appartiene, per sua scelta e per la legge? Tanto più che Archia ha messo tutta la sua arte ed il suo talento al servizio del popolo Romano, per celebrarne la grandezza ed il prestigio.
Versione stesso titolo ma da altro libro (testo latino diverso)
O giudici, tutte le volte che io ho ascoltato Archia mentre recitava delle poesie, sono stato colto da grande ammirazione, e allietato da un piacere dolce, ed ho sempre considerato degno di grandi elogi il nome del poeta. Dunque non dovrei amare, non dovrei difendere con ogni argomento questo Archia? O giudici, possa dunque essere sacro, presso di voi, uomini illustri, questo nome di poeta, che mai nessuna barbarie ha violato! I macigni e i deserti rispondono alla voce di lui, spesso le bestie feroci vengono domate dal canto e si arrestano; e noi non dovremmo essere commossi dalla voce dei poeti?
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Sed cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella saepe quaesiverunt propter gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque contingit, eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum gerendorum; vere autem si volumus iudicare multae res extiterunt urbanae maiores clarioresque quam bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et sit eius nomen quam Solonis illustrius citeturque Salamis clarissimae testis victoriae, quae anteponatur consilio Solonis ei, quo primum constituit Areopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est. Illud enim semel profuit, hoc semper proderit civitati; hoc consilio leges Atheniensium, hoc maiorum instituta servantur.
Ma poiché molti reputano che la maggior parte che gli affari di guerra siano più importanti di quelle della città questa opinione deve essere ridimensionata. Molti, infatti, spesso chiedono le guerre, per avidità di gloria, e ciò avviene nelle grandi menti e nelle idee della maggioranza; tanto più se sono preparati alla vita militare e desiderosi di condurre eserciti; ma se vogliamo realmente giudicare, molte imprese urbane risultarono essere più grandi e chiare che quelle belliche. Benché infatti Temistocle sia apprezzato giustamente e il suo nome sia più illustre di quello di Solone e Salamina sia citata come testimonianza di quella famosissima vittoria perché sia anteposta a quella decisione di Solone per la quale per primo costituì i cosiddetti aeropagiti (l'aeropago) questo non può essere considerato non meno illustre di quello (di Solone). Quello infatti fu utile solo una volta, questo sempre sarà utile alla cittadinanza; con questo consiglio sono mantenute le leggi degli Ateniesi, con questo sono conservate le usanze degli antichi.
Ulteriore proposta di traduzione (più letterale)
Ma dato che parecchi ritengono che le imprese di guerra sono superiori rispetto a quelle cittadine, tale opinione dev'essere sminuita. Molti infatti cercarono spesso le guerre per il desiderio di gloria, e ciò tocca di sovente ai grandi ingegni e animi, e tanto più, se sono adatti all'impresa militare e desiderosi di combattere le guerre; ma in verità se vogliamo giudicare, molte imprese urbane sono risultate maggiori e più famose di quelle belliche. Anche se infatti temistocle sia a ragione lodato e il nome di costui sia più illustre di quello di solone e sia citata salamina come testimone della famosissima vittoria, che sia stata anteposta a questo rispetto alla saggezza di solone, grazie alla quale per la prima volta istituì l'areopago, dev'essere questo giudicato non meno insigne di quello. Quello infatti giovò una sola volta, questo gioverà sempre alla città; grazie a tale consiglio sono mantenute intatte le leggi degli ateniesi, grazie a questo sono mantenute intatte le istituzioni degli antenati.
(By Maria D. )
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Lucius Aemilius Paulus, cum potitus esset omni Macedonum gaza,.... quam avaritiam noverat, praesertim in principibus et rem publiicam gubernantibus.
Lucio Emilio Paolo, poichè si impadronì di tutta la ricchezza dei Macedoni, che fu elevatissima, versò nell'erario così tanto denaro che il bottino di una sola guerra pose fine ai tributi per molti anni. Ma Paolo non portò niente a casa sua fuorché il ricordo della vittoria e la lode. Imitò in questo il padre suo figlio, Scipione l'Africano, il quale non divenne affatto più ricco quando devastò Cartagine. Né divenne più ricco Lucio Mummio, dopo che ebbe distrutto dalle fondamenta Corinto, città molto ricca. Infatti, avendo portato via da quella città tesori immensi, preferì abbellire la patria, piuttosto che casa sua. Infatti nessun vizio aveva conosciuto essere più turpe dell'avidità, soprattutto nei capi e in coloro che governano lo Stato.
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Recognosce tandem mecum noctem illam superiorem; iam intelleges multo me vigilare acrius ad salutem quam te ad perniciem rei publicae. Dico te priore nocte venisse inter falcarios --non agam obscure--in M. Laecae domum; convenisse eodem complures eiusdem amentiae scelerisque socios. Num negare audes? quid taces? Convincam, si negas. Video enim esse hic in senatu quosdam, qui tecum una fuerunt. O di inmortales! ubinam gentium sumus? in qua urbe vivimus? quam rem publicam habemus? Hic, hic sunt in nostro numero, patres conscripti, in hoc orbis terrae sanctissimo gravissimoque consilio, qui de nostro omnium interitu, qui de huius urbis atque adeo de orbis terrarum exitio cogitent! Hos ego video consul et de re publica sententiam rogo et, quos ferro trucidari oportebat, eos nondum voce volnero! Fuisti igitur apud Laecam illa nocte, Catilina, distribuisti partes Italiae, statuisti, quo quemque proficisci placeret, delegisti, quos Romae relinqueres, quos tecum educeres, discripsisti urbis partes ad incendia, confirmasti te ipsum iam esse exiturum, dixisti paulum tibi esse etiam nunc morae, quod ego viverem. Reperti sunt duo equites Romani, qui te ista cura liberarent et sese illa ipsa nocte paulo ante lucem me in meo lectulo interfecturos [esse] pollicerentur. Haec ego omnia vixdum etiam coetu vestro dimisso comperi
Convieni almeno con me su quella notte passata; e comprenderai meglio che io vigilo più alacremente sulla salvezza della Repubblica che non tu alla sua rovina. Dico che tu nella notte scorsa sei venuto tra i falciatori –non parlo oscuramente- nella casa di M. Lece; e che lì hai convocato parecchi complici del medesimo disegno demenziale e criminoso. Osi forse negarlo? Perché taci ? Lo proverò, se lo neghi. Ma vedo che qui in Senato sono alcuni che furono insieme con te. Dei immortali! Qual tipo di gente siamo? In quale città viviamo? Quale Repubblica abbiamo? Qui, proprio qui, sono nella nostra Istituzione, o Padri coscritti, in questo sacratissimo e supremo Consiglio dell’intero Stato, coloro che cospirano per la morte di noi tutti, coloro che cospirano per la distruzione di questa città e dell’intero Stato ! Io Console vedo costoro ed invoco una sentenza per la pubblica salvezza, e non ancora ferisco con la voce coloro che era necessario fossero trucidati con la spada ! Quella notte, o Catilina, tu fosti nella casa di Lece e spartisti le parti dell’Italia, stabilisti chi e per dove dovesse partire, scegliesti coloro che avresti lasciato a Roma e coloro che avresti condotto con te, stabilisti le zone di Roma da incendiare, confermasti che tu stesso saresti uscito, dicesti che ti mancava ancora poco tempo per me di vivere. Furono individuati due cavalieri romani che ti liberassero da questo fastidio e fossero sollecitati ad uccidermi nel mio letto poco prima dell’alba in quella medesima notte Tutte queste cose appresi appena prima che il vostro tentativo fosse attuato