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Mundum stoici censent gubernari et regi numine deorum eundemque esse quasi communem urbem et civitatem hominum ...facile intelligitur tantam esse in nobis coniunctionem congregationemque ut ad civilem communitatem esse nati videamur.
Gli Stoici ritengono che il mondo sia governato e retto dalla volontà degli dei e che lo stesso sia come una città comune degli uomini e degli dei e che ciascuno di noi è parte di quel mondo. Da questa cosa ne consegue che mettiamo avanti l'interesse comune al nostro. Come infatti le leggi mettono avanti al benessere dei singoli il benessere di tutti, allo stesso modo l'uomo retto e saggio, obbedendo alle leggi e non ignaro del suo dovere civile, provvede all'interesse di tutti piuttosto che a quella di uno solo o al suo. Non è più da biasimare il traditore della patria (piuttosto) che il disertore del comune interesse o benessere per il suo interesse o benessere. Ne deriva che bisogna lodare chi va incontro alla morte per lo Stato, poiché bisogna che la patria ci sia più cara di noi stessi. E, poiché si considera disumana e scellerata l'affermazione di quelli che non rifiutano che, dopo essere morti, segua la distruzione della terra, è naturale che provvediamo a quelli che verranno dopo di noi. Da questa predisposizione degli animi è derivato che siano nati i testamenti e le raccomandazioni di coloro che muoiono. E, poiché nessuno vorrebbe vivere in una grandissima solitudine, neppure con un'infinita abbondanza di godimenti, si comprende con facilità che in noi è tanto grande l'unione e la congregazione che sembriamo essere nati per la vita civile.
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"Dixi ego in senatu caedem te optimatium contulisse in ante diem V Kalendas Novembris, tum cum multi principes civitatis Roma profugerunt. Num infitiari potes te illo ipso die meis praesidiis, mea diligentia circumclusum, commovere te contra rem publicam non potuisse?Iam intelleges multo me vigilare acrius ad salutem quam te ad perniciem rei publicae. Dico te priore nocte venisse inter Falcarios in M. Laecae domum: convenisse eodem compluris eiusdem ameniae scelerisque socios. Num negare audes? Quid taces? Convicam si negas. Video enim esse hic in senatu quosdam, cui tecum una fuerunt. O di immortales! Ubinam gentium sumus? Quam rem publicam habemus? Hic, hic sunt in nostro numero, patres conscripti, in hoc orbis terrae sanctissimo gravissimoque consilio, qui de nostro omnium interitu, qui de huius urbis atque adeo de orbis terrarum exitio cogitent. Hos ego video consul et de re publicam sententiam rogo et, quos ferro triucidari opertebat, eos nondum voce vulnero".
TRADUZIONE LETTERALE
Io ho detto in senato che tu hai ordito la strage degli aristocratici cinque giorni prima delle calende di novembre, nel momento in cui molti principi della città fuggirono da Roma. Puoi forse negare che tu in quello stesso giorno fosti ostacolato dai miei presidi, dalla mia diligenza, che non potesti muoverti contro lo stato? Avrai capito ormai che io ho vigilato molto più acutamente per la salvezza che tu per la rovina dello stato. Dichiaro che tu la notte scorsa giungesti nella via dei Falciari nella dimora di M. Leca: che giunsero nel medesimo luogo parecchi alleati della stessa follia e malvagità. Osi forse negare? Perchè taci? Mi convincerò se dirai di no. Constato infatti che ci sono qui in senato alcuni che si trovarono insieme con te. O dèi immortali, in quale parte del mondo ci troviamo? Che stato abbiamo? Qui, qui ci sono nel nostro gruppo, senatori inscritti, in questo sacratissimo e gravissimo consiglio dell'universo, coloro che hanno ordito sulla mia morte su quella di tutti, sulla fine dello stato fino a quella dell'universo. Io in qualità di console li vedo e chiedo un parere in merito allo stato e, non ferisco ancora con il parlare coloro, che sarebbe stato necessario che fossero trucidati con il ferro.(By Maria D.)
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Cum venissem Athenas, sex menses cum Antiocho veteris Academiae nobilissimo et prudentissimo philosopho fui, studiumque philosophiae, numquam intermissum et a prima adulescentia cultum et semper auctum, rursus hoc summo auctore et doctore renovavi Eodem tamen tempore Athenis apud Demetrium Syrym veterem et non ignobilem dicendi magistrum studiose exceri solebam. Post a me Asia tota peragrata est cum summis oratoribus, quibuscum eercebar: adsiduissime autem mecum fuerunt Aeschilus Cnidius et Dionysius Magnes. Quibus non contentus Rhodum veni meque ad eundem quem Romae audiveram Molonem adplicavi, scriptorem praestantem et in instituendo docendoque prudentissimum. Is dedit operam ut nos nimis reduntantes iuvenili quadam impunitate dicendi et licentia reprimeret. Ita recepi me biennio post non modo exercitatior sed prope mutabus.
Essendo io giunto ad Atene, sono stato sei mesi con Antioco, il più nobile e il più assennato filosofo dell’antica Accademia, ed iniziai di nuovo lo studio della filosofia, mai interrotto, praticato fin dalla prima adolescenza, e sempre accresciuto, con questo eccellente mentore e maestro. Ad Atene, tuttavia, nel medesimo tempo, ero solito esercitarmi con diligenza presso Demetrio Siro, maestro di eloquenza anziano e non privo di fama. In seguito l’intera Asia fu da me percorsa insieme ai retori più ragguardevoli, con i quali mi esercitavo: del resto furono molto spesso con me Eschilo di Cnido e Dionigi di Magnesia. Non soddisfatto di costoro, giunsi a Rodi, e mi unii al medesimo Molone che avevo ascoltato a Roma, un autore valido e molto accorto nell’istruire e nell’insegnare. Egli si diede da fare per correggere me, eccessivamente sovrabbondante di una certa sfacciataggine giovanile e sfrontatezza del parlare. Così, dopo due anni, me ne tornai non solo più impratichito ma quasi trasformato.
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Non bisogna sempre mantenere le promesse fatte Illa promissa servanda non sunt, quae non sunt iis ipsis utilia, quibus illa promiseris. Sol Phaetonti filio, ut redeamus ad fabulas facturum se esse ...Quid? Si is, qui apud te pecuniam deposuerit, bellum inferat patriae, reddasne depositum? Non credo: facies enim contra rem publicam, quae debet esse carissima.
Non devono essere mantenute quelle promesse che non sono utili a quegli stessi ai quali le hai fatte. Il sole, per tornare alle favole, disse al figlio Fetonte che avrebbe fatto qualsiasi cosa avesse desiderato. Espresse il desiderio di essere fatto salire sul carro del padre; fu fatto salire. Ed egli, prima che si fermasse, fu fulminato . Quanto meglio sarebbe stato in questo caso (in hoc) che la promessa del padre non fosse mantenuta! E che? Non è forse vero che Agamennone, poiché aveva offerto in voto a Diana ciò che di più bello fosse nato nel suo regno in quell’anno, sacrificò Ifigenia, della quale davvero niente di più bello era nato in quell’anno? Non si sarebbe dovuta fare la promessa piuttosto che commettere un delitto tanto orribile. Dunque sia talvolta le promesse non devono essere fatte sia non sempre i depositi devono essere restituiti. Se qualcuno, nel pieno possesso delle sue capacità mentali, avesse depositato presso di te una spada, impazzito te la richiedesse, sarebbe una colpa restituirgliela, un dovere non restituirgliela. E che? Se colui che ha depositato presso di te del denaro portasse guerra alla patria, gli restituiresti il deposito? Non credo: agiresti infatti contro lo Stato, che deve essere amatissimo.
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Graviter et iniquo animo maledicta tua toleramus. Marce, Tulli vir petulans, audax et ingrate; in te neque modum neque pudorem neque modestiam ullam animadverto. Leges, indicia, nostram urbem defendis quasi unus reliquus e familia viri clari. Scipionis Africani. Splendor domesticus tibi animum tollit: post consulatum tuum, cum Terentia uxore de nostra sancta urbe consuluisti. Uxor sacrilega et filia matris paelex, tibi iucunda atque obsequens, domum tuam vi et rapinis replent. Homo levis es, Marce Tulli, supplex tibi sunt lingua vana, manus rapacissimae, gula immensa, pedes fugaces et multa alia vitia
Sopporto gravemente e con animo scontento le tue maldicenze. Marco, Tullio uomo petulante, audace ed ingrato; in te non scorgo né misura né pudore e né alcuna temperanza. Difendi le leggi, le testimonianze, la nostra cittadinanza come l'unico rimasto della famiglia del famoso uomo Scipione l'Africano. lo splendore domestico ti eleva l'animo: dopo il tuo consolato, deliberasti in merito alla nostra santa città con la moglie Terenzia. La moglie sacrilega e la figlia della madre concubina, gradevole ed obbediente verso di te, riempiono con la forza e ruberie la tua casa. Sei un uomo superficiale, Marco Tullio, supplichevole tu hai un parlare vano, mani molto rapaci, un'ingordigia immensa, passi fugaci e molti altri difetti