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Huius generis est plenus Novius, cuius iocus est familiaris "sapiens si algebis, tremes" et alia permulta. Saepe etiam facete concedas adversario id ipsum, quod tibi ille detrahit; ut C. Laelius, cum ei quidam malo genere natus diceret, indignum esse suis maioribus, "at hercule" inquit "tu tuis dignus." Saepe etiam sententiose ridicula dicuntur, ut M. Cincius, quo die legem de donis et muneribus tulit, cum C. Cento prodisset et satis contumeliose "Quid fers, Cinciole?" quaesisset, "ut emas," inquit "Gai, si uti velis." Saepe etiam salse, quae fieri non possunt, optantur; ut M. Lepidus, cum, ceteris se in campo exercentibus, ipse in herba recubuisset, "vellem hoc esset" inquit "laborare."
Di questo genere di spiritosaggini è ben provvisto Novio, del quale è nota la battuta "o saggio, se prenderai freddo, rabbrividirai" e moltissime altre. Spesso potresti anche perdonare con arguzia all' avversario quella stessa battuta che quegli prende da te; come Gaio Lelio, quando un tale di oscuri natali gli aveva detto che era indegno dei suoi antenati, "ma per Ercole", rispose, "tu sei degno dei tuoi". Spesso vengono pronunciate anche facezie in tono sentenzioso, come Marco Cincio quando, nel giorno in cui presentò una legge sulle donazioni e sulle elargizioni, gli si era presentato Gaio Centone e, abbastanza oltraggiosamente, gli aveva chiesto "cosa proponi, o Cincetto?," rispose, "che tu comperi, o Gaio, se vuoi usufruire". Spesso si desiderano anche quelle cose che non possono avvenire; come Marco Lepido quando, mentre gli altri si allenavano sul campo, ed essendosi egli stesso sdraiato sull'erba, "Vorrei", disse, "che questo fosse il lavorare"
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Nec vero habere virtutem satis est quasi artem aliquam nisi utare; etsi ars quidem, cum ea non utare, scientia tamen ipsa teneri potest, virtus in usu sui tota posita est; usus autem eius est maximus civitatis gubernatio, et earum ipsarum rerum quas isti in angulis personant, reapse non oratione perfectio. Nihil enim dicitur a philosophis, quod quidem recte honesteque dicatur, quod non ab iis partum confirmatumque sit, a quibus civitatibus iura discripta sunt. Unde enim pietas, aut a quibus religio? Unde ius aut gentium aut hoc ipsum civile quod dicitur? Unde iustitia fides aequitas? Unde pudor continentia fuga turpitudinis adpetentia laudis et honestatis? Unde in laboribus et periculis fortitudo? Nempe ab iis qui haec disciplinis informata alia moribus confirmarunt, sanxerunt autem alia legibus.
In verità non è sufficiente possedere la virtù, come una qualche arte, se tu non la usi; anche se un'arte, quando non la usi, può essere conservata per la sua stessa scienza, la virtù consiste tutta nell'uso che se ne fa; ed il suo uso più alto è il governo di un popolo, e il perfezionamento nei fatti, non a parole, di quelle stesse pratiche di cui costoro fanno un gran parlare negli angoli. Infatti niente viene detto dai filosofi, per lo meno ciò che viene detto in modo giusto ed onesto, che non sia stato prodotto e confermato da coloro dai quali sono state scritte le leggi per i cittadini. Da dove nasce infatti il senso della devozione, o da chi la religione? Da dove il diritto delle genti o quello stesso che si chiama (diritto) civile? Donde (nascono) la giustizia, la lealtà, l'equità? Donde il pudore, la continenza, l'odio della turpitudine, il desiderio della gloria e dell'onestà? Donde la fortezza nelle fatiche e nei pericoli? Certo da coloro che queste virtù, (dopo averle) ispirate (agli uomini) con le (loro) dottrine, alcune (le) confermarono con i (loro) comportamenti, ed altre (le) sancirono con le leggi.
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Accipite, si vultis, iudices, rem eius modi ut amentiam singularem et furore iam, non cupiditatem eius perspicere possit. Melitensis Diodorus est, qui apud vos antea testimonium dixit. In Lilybaei moltos iam annos abitat, homo et domi nobilis ...
Accogliete, se volete, o giudici, la cosa in questa maniera in modo che possiate farvi un idea non solo della sua singolare pazzia e furore, ma anche della sua cupidigia. Diodoro di Malta è colui che ha fatto prima presso di voi una testimonianza. Costui già da molti anni abita al Lilibeo, uomo e di stirpe nobile e notissimo e benvoluto per le virtù da quelli dove si è trasferito. Su di lui si dice che Verre abbia saputo dei suoi finissimi vasi cesellati, fra cui certe tazze che sono dette Tericlee, fatte da Mentore con tecnica sopraffina Quando costui udì ciò, fu infiammato dalla bramosia non solo di vederle, ma anche di portarle via, cosicché chiamò Diodoro e gliele chiese. Quello che non le aveva contro voglia, rispose che non le aveva al Lilibeo, ma che le aveva lasciate a Malta da un certo suo parente. Allora costui subito manda a Malta persone fidate; chiede a Diodoro che mandi una lettera a quel suo parente, non gli sembrava troppo lontano il momento in cui avrebbe visto l’argenteria. Diodoro, persona corretta e oculata, che voleva salvare le sue cose, scrive al suo parente affinché rispondesse a coloro che venivano da parte di Verre che quella argenteria era stata mandata a Lilibeo qualche giorno prima. Egli intanto sparisce; preferì stare un po’ lontano da casa piuttosto che perdere stando lì quell’argenteria fatta in modo eccellente. Quando costui senti ciò, fu sconvolto a tal punto da sembrare a tutti malato e impazzito senza alcun dubbio. Poiché lui non aveva potuto strappare l’argenteria a Diodoro, diceva che gli erano stati rubati dei vasi lavorati con gusto finissimo; minacciava Diodoro che era assente, parlava apertamente, riusciva a stento a trattenere le lacrime. Sappiamo dalle favole della bramosia di Erifile, che, avendo visto, come credo, una collana doro e di pietre preziose, abbagliato dalla sua bellezza, provocò la rovina del marito. Simile l’ingordigia di costui, anzi più intensa e insensata per il fatto che quella desiderava una cosa che aveva visto, mentre le voglie di costui sono stimolate non solo dagli occhi, ma anche dalle orecchie.(by Stuurm9
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Noli putare me ad quemquam longiores epistulas scribere, nisi si quis ad me plura scripsit, cui puto rescribi oportere; nec enim habeo, quod scribam, nec hoc tempore quidquam difficilius facio. Ad te vero et ad nostram Tulliolam non queo sine plurimis lacrimis scribere; vos enim video esse miserrimas, quas ego beatissimas semper esse volui idque praestare debui et, nisi tam timidi fuissemus, praestitissem. Pisonem nostrum merito eius amo plurimum: eum, ut potui, per litteras cohortatus sum gratiasque egi, ut debui. In novis tribunis pl. intelligo spem te habere: id erit firmum, si Pompeii voluntas erit; sed Crassum tamen metuo. A te quidem omnia fieri fortissime et amantissime video, nec miror, sed maereo casum eiusmodi, ut tantis tuis miseriis meae miseriae subleventur: nam ad me P. Valerius, homo officiosus, scripsit, id quod ego maximo cum fletu legi, quemadmodum a Vestae ad tabulam Valeriam ducta esses. Hem, mea lux, meum desiderium, unde omnes opem petere solebant! te nunc, mea Terentia, sic vexari, sic iacere in lacrimis et sordibus, idque fieri mea culpa, qui ceteros servavi, ut nos periremus!
Non ritenere che io scriva a chiunque lettere più lunghe, a meno che qualcuno non mi abbia scritto parecchie cose, penso che sia conveniente rispondergli. E infatti non ho cosa scrivere e in questo periodo non faccio nulla più difficilmete. A te poi e alla nostra Tulliola non posso scrivere senza molte lacrime. Vedo infatti che siete disperate, io che ho sempre voluto che foste felicissime. Voglio molto bene al nostro Pisone per il suo merito. Gli ho scritto, come ho potuto e l'ho ringraziato come ho dovuto. Capisco che riponi speranza nei nuovi tribuni della plebe. Sarà sicuro se la volontà di Pompeo sarà salda; tuttavia ho paura di Crasso. Vedo che ti comporti in ogni circostanza nel modo più coraggioso e amorevole e non mi sorprendeva mi addoloro. Infatti P. Valerio, uomo premuroso, mi ha scritto, cosa che ho letto piangendo molto, in che modo tu sia stata condotta dal tempio di Vesta al tribunale. Ah, mia luce, mia nostalgia, a cui tutti erano soliti rivolgersi per un aiuto! E ora, Terenzia mia, saperti così tormentata, così afflitta nel pianto e nell'umiliazione, e che ciò avviene per colpa mia, che ho salvato gli altri per ucciderci!
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Apud Platonem est ut omnem morem Lacedaemoniorum inflammatum esse cupiditate vincendi, sic ut quisque animi magnitudinem maxime excellet, ita maxime vult princeps omnium esse. Difficile autem est, cum praestare omnibus concupieris, servare aequitatem, quae est iustitiae maxime propria. Ex quo fit ut neque disceptatione, neque legitimo iudicio vinci se patiantur, existantque in re publica plerumque factiosi ut opes quam maximas consequantur et sint vi potius superiores quam iustitia pares. Sed aequitatem servare quo difficilius, hoc praeclarius est. Fortes igitur et magnanimi sunt habendi non qui faciunt, sed qui propulsant iniuriam. Vera autem et sapiens animi magnitudo honestum illud, quod maxime natura sequitur, in factis positum, non in gloria iudicat principemque esse mavult quam videri. Facillime enim ad res iniustas gloriae cupiditate impellitur ut quisque altissimo animo est.
Presso Platone noi leggiamo che ogni costume degli Spartani era infiammato dalla bramosia di vincere così che ciascuno che si distingueva per grandezza dell'animo, voleva sopratutto essere il più insigne di tutti. Tuttavia è difficile, quando desideri essere superiore a tutti, mantenere la moderzione, che è la caratteristica più grande della giustizia. Da ciò deriva che non sopportano di essere battuti né in un diverbio né in un giudizio legale e che nello stato ci siano parecchi faziosi che ottengono grandissime ricchezze e siano superiori con la forza, piuttosto che eguali per la giustizia. Ma quanto è più difficile mantenere l’equità, tanto più è bellissimo. Perciò sono da ritenersi forti e magnanimi non coloro che commettono un’ingiustizia, ma quelli che la impediscono. Al contrario la vera e saggia grandezza d’animo giudica onesto ciò che segue la natura prima di tutto, posto nelle azioni, non nella gloria e che preferisce essere il migliore piuttosto che sembrarlo. Molto facilmente, infatti il desiderio di gloria spinge ad azioni ingiuste quanto più uno è di animo altissimo.