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Apud Homerum saepissime Nestor de virtibus suis praedicat neque insolens aut procax videtur. Etenim - ut ait Homerus - "ex eius lingua melle dulcior fluebat oratio", quam ad suavitatem nullis egebat corporis viribus. Et tamen Agamennon, dux ille Graeciae, nusquam optat ut Aiacis similes habeat decem, sed ut Nestoris. Sed redeo ad me. Ego minus habeo virium quam vestrum utervis, Laeli, et Scipio. Ne vos quidem T. Ponti centurionis vires habetis; num idcirco est ille praestantior? Cursus est certus aetatis suaque cuique parti aetatis tempestivitas est data, ut et infirmitatas puerorum et ferocitas iuvenum et gravitas iam constantis aetatis et senectutis maturitas naturale quiddam habeat, quod suo tempore percipi debeat. Non sunt in senectute vires, ne postulantur quidem vires a senectute. Potest autem exercitatio et temperantia etiam in senectute conservare aliquid pristini roboris. Ut petulantia, ut libido magis est adulescentium quam senum, nec tamen omnium adulescentium, sed non proborum, sic senilis stultitia, quae deliratio appellari solet, senum levium est, non omnium. Habet senectus praesertim honorata tantam auctoritatem ut pluris sit quam omnes adulescentiae vires.
In Omero Nestore parla molto frequentemente delle sue virtù e non sembra insolente o arrogante. E infatti - come dice Omero - "dalla sua lingua il discorso fluiva più dolce del miele", ma per questa soavità non aveva bisogno di nessuna forza fisica.
E tuttavia Agamennone, il famoso condottiero della Grecia, in nessun luogo desidera avere dieci uomini simili ad Aiace, ma a Nestore. Ma torno a me. Io ho meno energie che chiunque di voi due, Lelio e Scipione.
Neppure voi avete le energie del centurione T. di Ponte; forse che per questo motivo lui è più capace?Il procedere dell'età è sicuro, e a ciascuna parte della vita è stato assegnato il suo tempo giusto, di modo che sia la debolezza dei ragazzi, sia la fierezza dei giovani, sia la gravità dell'età ormai matura che la maturità della vecchiaia abbiano qualcosa di naturale, che dev'essere colto a suo tempo. Non ci sono forze nella vecchiaia, ma neppure sono richieste le forze dalla vecchiaia.
Possono d'altra parte l'esercizio e la temperanza, conservare anche in vecchiaia qualcosa della forza passata. Come l'insolenza, come il piacere sono più tipici dei giovani che dei vecchi, eppure non di tutti i giovani, ma di quelli non virtuosi, così la demenza senile, che è di solito chiamata rimbambimento, è tipica dei vecchi sciocchi, non di tutti. La vecchiaia specialmente onorata ha tanta autorevolezza che vale di più di tutte le forze della gioventù.
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O me perditum, o afflictum! Quid nunc rogem te ut venias, mulierem aegram et corpore et animo confectam? Non rogem? Sine te igitur sim? Opinor, sic agam: si est spes nostri reditus, eam confirmes et rem adiuves; sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes ad me fac venias. Unum hoc scito: si te habebo, non mihi videbor plane perisse. Sed quid Tulliola mea fiet? iam id vos videte: mihi deest consilium. Sed certe, quoquo modo se res habebit, illius misellae et matrimonio et famae serviendum est. Quid? Cicero meus quid aget? iste vero sit in sinu semper et complexu meo. Non queo plura iam scribere: impedit maeror. Tu quid egeris, nescio: utrum aliquid teneas an, quod metuo, plane sis spoliata.
O me perduto, o me afflitto! Che cosa ora dovrei chiederti di venire, donna malata e sfinita sia nel corpo che nello spirito? Non dovrei chiedertelo? Dovrei dunque stare senza di te? Penso di fare così: se c’è la speranza di un mio ritorno rafforzala e asseconda la vicenda, se invece, come io temo, è finita, in qualunque modo puoi fai in modo di venire da me. Sappi solo questo: se ti avrò non mi sembrerà di essere perduto del tutto. Ma che ne sarà della mia piccola Tullia? Ormai a questo provvedete voi; io sono incapace di decidere. Ma certamente, in qualunque modo andrà la cosa, occorre prendersi cura sia del matrimonio sia della reputazione di quella poveretta. A che scopo? Che cosa farà il mio Cicerone? Potesse davvero stare sempre nel petto e nel mio abbraccio. Ormai non posso scrivere più; il dolore me lo impedisce. Non so che cosa tu abbia fatto: se possiedi ancora qualcosa o se, come temo (lett. Cosa che temo), tu ne sia spogliata completamente.
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Bello illo maximo quod Athenienses et Lacedaemonii summa inter se contentione gesserunt, Pericles ille et auctoritate et eloquentia et consilio princeps civitatis suae, cum obscurato sole tenebrae factae essent repente, Atheniensiumque animos summus timor occupavisset, docuisse civis suos dicitur, id quod ipse ab Anaxagora cuius auditor fuerat acceperat, certo illud tempore fieri et necessario, cum tota se luna sub orbem solis subiecisset; itaque etsi non omni intermenstruo, tamen id fieri non posse nisi intermenstruo tempore. quod cum disputando rationibusque docuisset, populum liberavit metu; erat enim tum haec nova et ignota ratio, solem lunae oppositu solere deficere, quod Thaletem Milesium primum vidisse dicunt.
In quella grande guerra che Ateniesi e Spartani si fecero con così disperato furore. Il famoso Pericle, primo della sua città per autorità, per eloquenza e per prudenza. Essendosi d'improvviso fatto buio per un oscurarsi del sole ed essendo stato invaso l'animo degli Ateniesi dal più cupo spavento, si vuol che dicesse ai suoi concittadini quel che egli aveva appreso da Anassagora, di cui era stato alunno: che, cioè, quello accadeva per necessità di cose e a tempo determinato quando tutta la luna si frappone fra il sole e noi, e che, benché la cosa non accadesse ad ogni nuova luna, doveva pur avvenire in qualche novilunio. Avendo spiegato questo con tutti i debiti argomenti, liberò il suo popolo dal terrore. Si trattava infatti allora di quella nuova e ancora ignota spiegazione che Talete di Mileto si dice aver per il prime dato dell'eclissi di sole per interposizione della luna.
Verbi e nomi contenuti nella versione
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Proemio del De Catilinae Coniuratione Versione latino Cicerone
Traduzione
Tutti gli uomini che si sforzano di superare tutti gli altri esseri viventi conviene che si adoperino con il massimo sforzo per non passare la vita nel silenzio come gli animali che la natura ha creato proni e obbedienti al ventre. Ma ogni nostra forza è posta nell'anima e nel corpo. Ci serviamo maggiormente della facoltà di comandare propria dell'anima, della facoltà di servire propria del corpo; abbiamo l'una in comune con gli dei l'altra in comune con gli animali. Perciò mi sembra più giusto ricercare la gloria con gli strumenti della mente piuttosto che con quelli delle forze fisiche e poiché la vita stessa di cui usufruiamo è breve lasciare un ricordo di noi il più possibile a lungo. Infatti la gloria delle ricchezze e della bellezza è labile e fragile, la virtù invece è considerata illustre ed eterna. Ma a lungo gli uomini hanno discusso se l'arte militare dipendesse maggiormente dalla forza del corpo o dalla virtù dell'animo. Infatti prima di cominciare c'è bisogno di decidere e una volta che si è deciso c'è bisogno di agire alla svelta. Così l'una e l'altra cosa debole per se stessa ha bisogno dell'aiuto dell'altra. 2)Pertanto all'inizio i re - infatti sulla terra questo fu il primo nome del potere - ciascuno a modo suo esercitavano in parte l'intelligenza in parte il corpo; allora la vita umana era vissuta senza cupidigia, a ciascuno piacevano le proprie cose. Ma dopo che Ciro in Asia, gli Spartani e gli Ateniesi in Grecia cominciarono a sottomettere città e popolazioni, a considerare come causa di guerra lo sfrenato desiderio di dominare, a ritenere che la gloria più grande fosse posta nel potere più grande, allora appunto si scoprì alla prova dei fatti che in guerra l'ingegno detiene la supremazia e se la virtù dell'animo di re e comandanti valesse in pace così come in guerra le cose umane si svolgerebbero con più equità e stabilità e non vedresti che una cosa è trascinata in una direzione, un'altra in un'altra e che tutto è mutato e sconvolto poiché il potere facilmente si conserva con le doti dell'animo che lo generarono all'inizio. Ma quando l'inerzia subentra alla vita la sfrenatezza e la superbia alla moderazione e all'equità, la fortuna si muta assieme ai costumi, così il potere passa sempre da uno meno buono a tutti i migliori. Tutto ciò che gli uomini arano, navigano, edificano obbedisce alla virtù. Ma molti uomini dediti ala ventre e al sonno trascorrono la vita ignoranti e illetterati come dei viandanti. Per loro sicuramente contro le leggi della natura il corpo è oggetto di piacere l'anima è di peso. Io considero la loro vita e la loro morte allo stesso modo poiché su entrambe cala il silenzio.
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O vitae philosophia dux, o virtutis indagatrix expultrixque vitiorum! Quid non modo nos, sed omnino vita hominum sine te esse potuisset? Tu urbes peperisti, tu dissipatos homines in societatem vitae convocasti, tu eos inter se primo domiciliis deinde coniugiis iunxisti, tu inventrix legum, tu magistra morum et disciplinae fuisti. Ad te confugimus, a te opem petimus, tibi nos penitus totosque tradimus. Cuius potius opibus utamur quam tuis, quae et vitae tranquillitatem largita nobis e set terrorem mortis sustulisti? Ac philosophia tantum quidam abest ut, proinde ac de hominum est vita merita, laudetur ut, a plerisque neglecta, a multis etiam vituperetur.
O filosofia, condottiera di vita, ricercatrice della virtù ed eliminatrice dei vizi! Che cosa potremmo essere non solo noi, ma anche la vita degli uomini senza di te? Tu hai creato le città, tu hai portato a vivere in società gli uomini dispersi, tu li hai riuniti fra loro innanzitutto con i tuoi domicili, in seguito con i legami matrimoniali, tu hai inventato la legge ed hai insegnato i costumi e la disciplina. Noi in te ci rifugiamo, ricorriamo al tuo aiuto, non a te completamente ci affidiamo. Quale altra forza imploreremmo piuttosto che la tua che ci ha procurato la pace della vita e che ci ha rassicurato sul timore della morte? Tuttavia si è ben lontani dal rendere alla filosofia l’omaggio che le è dovuto, numerosi uomini la trascurano, molti la criticano persino.
dal libro Latino italiano versioni per il triennio