Contendere de re publica, cum id defendas quod esse optimum sentias, et fortium virorum et magmorum hominum semper putavi, neque huic umquam labori officio muneri defui. Sed contentio tamdiu sapiens est quamdiu aut proficit aliquid aut si non proficit non obest civitati. Voluimus quaedam, contendimus, experti sumus; optenta non sunt: dolorem alii, nos luctum maeroremque suscepimus. Cur ea quae mutare non possumus, convellare malumus quam tueri? C. Caesarem senatus et genere supplicationum amplissimo ornavit et numero dierum novo. Idem in angustiis aerari victorem exercitum stipendio adfecit, imperatoridecem legatos decrevit, lege Sempronia succedentum non censuit. Harum ego sententiarum et princeps et auctor fui, neque me dissensioni meae pristinae putavi potius adsentiri quam praesentibus rei publicae temporibus et concordiae convenire.
Cesare e Cicerone versione Cicerone dal libro Exedra
Io ho pensato sempre sia tra i maschi più forti sia tra i grandi uomini di aspirare alla Repubblica, benché tu difenda ciò che tu intenda sia una cosa ottima, né ho mancato mai a questo lavoro di dovere d’ufficio. Ma la tensione tanto a lungo è sapiente quanto o giova qualcosa o se non giova non nuoce alla cittadinanza. Vogliamo alcune cose, contendiamo, siamo pratici; non ci sono scuse. Alcuni dolore, noi suscitiamo lutto e tristezza. Perché non possiamo cambiare queste cose, desideriamo abbattere piuttosto che difendere? Il senato onorò Cesare con un vastissimo genere di preghiere di ringraziamento e con una nuova quantità di giorni. Lo stesso in ristrettezze dell’erario stipendiò l’esercito vincitore, assegnò 10 luogotenenti al comandante, non decretò con la legge Sempronia dei successori. Io fui il principale e fautore di queste decisioni, né ho pensato di assentire più alla mia discordia di prima che nelle circostanze presenti della Repubblica convenire ad un accordo.