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Ex hoc esse hunc numero, quem patres nostri viderunt, divinum hominem Africanum; ex hoc C. Laelium, L. Furium, moderatissimos homines et continentissimos; ex hoc fortissimum virum et illis temporibus doctissimum, M. Catonem illum senem: qui profecto si nihil ad percipiendam [colendam] virtutem litteris adiuvarentur, numquam se ad earum studium contulissent. Quod si non his tantus fructus ostenderetur, et si ex his studiis delectatio sola peteretur, tamen (ut opinor) hanc animi adversionem humanissimam ac liberalissimam iudicaretis. Nam ceterae neque temporum sunt neque aetatum omnium neque locorum: haec studia adulescentiam alunt, senectutem oblectant, secundas res ornant, adversis perfugium ac solacium praebent, delectant domi, non impediunt foris, pernoctant nobiscum, peregrinantur, rusticantur.
Da questo numero c'è questo, che i nostri antenati videro, l'Africano, uomo meraviglioso; da ciò Gaio Lelio, Lucio Furio, uomini moderatissimi e sobrissimi; da ciò un uomo fortissimo e dottissimo in quei tempi; l'illustre Marco Catone il Vecchio: che senza dubbio se per nulla fossero stati aiutati dalle lettere a raggiungere e conoscere la virtù, mai si sarebbero avvicinati allo studio di queste cose. Che se non si offrisse questo così grande vantaggio e se da questi studi si cercasse il solo diletto, tuttavia voi giudichereste, come penso, questa distrazione dell'animo molto umana e degna di un uomo libero. Tutte le altre infatti non sono proprie né di tutti i tempi, né di ogni età e luogo. Questi studi nutrono l'adolescenza, rallegrano la vecchiaia, abbelliscono le circostanze favorevoli, offrono rifugio e conforto in quelle sfavorevoli, dilettano in casa, non sono di ostacolo fuori, passano la notte con noi, viaggiano, vengono in campagna.
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Exaudivi, patres conscripti, animadverti etiam nimium a me Brutum ornari; Cassio vero sententia mea dominatur et principatum dari. Quo ego orno? Nempe eos qui ipsi sunt ornamenta rei publicae. Quia? Ad Brutum nonne omnibus sententiis sempeer ornavi. Num igitur reprehenditis? An Antonium potius ornarem (avrei ornato) non modo suarum familiarum sed Romani nominis deducus? An Censorinum ornabo in bello hostem in pace sectorem? Ego vero istos et ceteros otii, concordiae, legum iudiciorum, libertatis inimicos tantum abest ut ornem ut eos tam abhorream quam rem publicam diligo. "Vide", inquit "ne veterans offendas" hoc enim vel maxime exaudio. Ego autem veteranos custodire debeo, sed eos quibus sanitas est; certe timere non debeo. Eos vero veteranos qui pro re publica arma sumpserunt atque secuti sunt C. Caesarem auctorem beneficiorum paternorum, hodieque rem publicam defendunt vitae suae periculo, non custodire solum sed etiam commodis augere debeo. (da Cicerone)
Ho udito, senatori inscritti, mi sono anche reso conto che Bruto era stato onorato eccessivamente da me; in verità a mio parere era stato dato il dominio a Cassio e gli era stato conferito il potere. Non è forse vero che in tutte le sentenze io ho sempre ornato Bruto? Dunque lo avete forse fermato? O forse avrei ornato più preferibilmente Antonio onta non solo della sua famiglia ma del nome Romano? O forse ornerò Censorino nemico in guerra carnefice in pace? Io in verità allontano questi e tutti gli altri nemici dell'ozio, della concordia, dei giudizi delle leggi della libertà tanto da ornare da aborrire questi tanto quanto ho amato lo stato. "bada" dice "di non offendere i veterani" Infatti intendo soprattutto questo. Io invece devo proteggere i veterani, ma coloro che hanno buon senso; sicuramente non li devo temere. Io in verità non solo devo difendere ma anche elevare con le comodità i veterani che per lo stato hanno preso le armi Ed hanno seguito C. Cesare fautore dei benefici paterni, e che oggi lo difendono a discapito della loro vita. (by Maria D.)
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Quae res in civitate duae plurimum possunt, eae contra nos ambae faciunt in hoc tempore, summa gratia et eloquentia, quarum alteram, C. Aquili, vereor, alteram metuo. Eloquentia Q. Hortensi ne me in dicendo impediat, non nihil commoveor, gratia Sex. Naevi, ne P. Quinctio noceat, id vero non mediocriter pertimesco. Neque hoc tanto opere querendum videretur, haec summa in illis esse, si in nobis essent saltem mediocria; verum ita se res habet, ut ego, qui neque usu satis et ingenio parum possum, cum patrono disertissimo comparer, P. Quinctius, cui tenues opes, nullae facultates, exiguae amicorum copiae sunt, cum adversario gratiosissimo contendat. Illud quoque nobis accedit incommodum, quod M. Iunius, qui hac causam aliquotiens apud te egit, homo et in aliis causis exercitatus et in hac multum ac saepe versatus, hoc tempore abest, nova legatione impeditus, et ad me ventum est qui temporis quidem certe vix satis habui ut rem tantam, toto controversiis implicatam, possem cognoscere.
Entrambe queste due cose che hanno molto valore in città, operano contro di noi in tale circostanza, l'elevata grazia e l'eloquenza, la prima delle quali, M. Aquilio, mi preoccupa, la seconda temo. L'eloquenza di Q. Ortensio che non mi ostacoli nel parlare, non sono commosso per nulla, la grazia di Sesto Nevio, che non danneggi P. Quinzio, in verità temo molto ciò. E per non sembrare di doversi lamentare in quest'opera tanto grande, per il fatto che queste sono elevate in quelle, se in noi fossero almeno mediocri; veramente possiede in sé le cose così, che io, che non posso abbastanza sufficientemente nell'uso e nell'ingegno, essendomi confrontato con il facondissimo padrone, P. Quinzio, che possiede scarse risorse, nessuna facoltà le esigue possibilità degli amici, m'interfacci con un graziosissimo avversario. Anche questo ci risulta inopportuno, per il fatto che M. Giunio, che alcune volte operò in questa causa presso di te, uomo sia esercitato in altre cause sia versato molto e spesso in questa, in questo momento è lontano, ostacolato dalla nuova legazione, si è pervenuto presso di me che effettivamente ebbi certamente a stento il tempo sufficiente per poter conoscere una cosa tanto importante, implicata totalmente nelle controversie.
(By Maria D. )
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Si quis vestrum, iudices, aut eorum qui adsunt, forte miratur me ...quos me incolumi nemini supplices esse oporteret.
O giudici, se qualcuno di voi, o di quelli che sono presente, per caso si meraviglia che io, che per tanti anni mi sono occupato di questioni civili e penali per difendere molti e per non danneggiare nessuno, ora, all'improvviso, cambiato sistema[ lett. cambiata la volontà], devo arrivare ad accusare, se quello avrà considerato profonde ragioni della mia decisione, se approverà il mio agire e se penserà che, senza dubbio, in questo processo, nessuno deve essere a me anteposto in qualità di pubblico accusatore. Dopo essere stato questore in Sicilia, o giudici, sono partito da quella provincia, così da lasciare a tutti i Siciliani un gradevole e imperituro ricordo della mia questura e del mio nome. ne seguì che (i Siciliani) pensassero che la protezione dei loro interessi fosse fondata non solo altissima, nei numerosi antichi patroni, ma anche - per quanto poca cosa (non nullum) nella mia persona. Per la qual cosa [quare], in quest'occasione vittime di latrocinii e vessazioni si sono rivolti a me tutti insieme spesso e publicamente affinché io m'incaricassi del processo e della difesa di tutti i loro interessi. Dicevano che io spesso avevo promesso, (o che io) spesso avevo lasciato intendere che qualora si fosse presentata occasione, in cui avessero bisogno di me io non sarei venuto meno ai loro interessi. S ostenevano che era arrivato il tempo che io assumessi la difesa non solo dei loro interessi, ma della vita e salvezza dell'intera provincia; (dicevano) che ormai, nelle loro città, non avevano neppure gli dèi dai qualii rifugiarsi dato che Verre aveva sottratto gli oggetti sacri dai templi venerati; (dicevano) che essi avevano tollerato per tre anni, sotto il governo di lui solo, tutte quelle cose che avrebbe potuto produrre la smodatezza nelle infamie, la crudeltà nei supplizi, l'avidità nelle ruberie, la superbia negli oltraggi: (dicevano) che mi pregavano, anzi mi scongiuravano, perché io non respingessi loro che mi supplicavano, e chei non si sarebbero mai permessi di esserlo con nessun (altro), finché io fossi in vita.
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Te conlocas in concilio deorum immortaliumet haec nobis semper commemoras: egregia tua virtute omnes Paulos, Fabios, Scipones, superavisti et ex deorum concilio custos mitteris Romam. Auten non custos, sed dominus es: omnia iudicia et omnes leges in tua libidine sunt; immo omnes magistratus et paene omnes Romani in tua libidine sunt; tibi aius Tusulanam, aliud Pompeianam villam infinito sumptu exaedificat, alius tibi domum emit, alius negotia tua tibi gerit, alius ingentia patrimonia tibi parat et tu accipis: opulentia ista ex sanguine et miseriis civium paratur! Inter te Sullam dictatorem praeter nomen imperii nihil interest. O Romam, infelice et miseram! Nunc de tua insolentia nihil aliud dico, Marce Tulli, Romule Arpinas! (da Invectiva in Ciceronem]
T'inserisci nel concilio degli dèi immortali e ci ricordi sempre tali cose: hai superato con la tua egregia virtù tutti i Paoli, i Fabi, gli Scipioni e sei stato inviato come custode a Roma dal concilio degli dèi. Ma non sei né un custode, né un signore: tutte le leggi ed i giudizi sono nella tua libidine; anzi tutti i magistrati e quasi tutti i Romani sono nella tua libidine; uno ha costruito per te con una spesa illimitata una villa a Tuscolo, un altro a Pompei, un altro ha acquistato per te una casa, un altro esegue per te i tuoi affari, un altro ti prepara ingenti patrimoni e tu accetti: queste ricchezze sono state acquistate grazie al sangue e alle miserie dei cittadini! tra te e il dittatore Silla eccetto il nome del potere non c'è alcuna differenza. O Roma, misera ed infelice! Ora non dico nient'altro sulla tua insolenza, Marco Tullio, Romolo di Arpino!
(By Maria D. )