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Temistocle e la memoria
Versione di latino di Cicerone
Apud Graecos fertur incredibili quadam magnitudine consili atque ingeni Atheniensis ille fuisse Themistocles; ad quem quidam doctus homo atque in primis eruditus accessisse dicitur eique artem memoriae, quae tum primum proferebatur, pollicitus esse se traditurum; cum ille quaesisset quidnam illa ars efficere posset, dixisse illum doctorem, ut omnia meminisset; et ei Themistoclem respondisse gratius sibi illum esse facturum, si se oblivisci quae vellet quam si meminisse docuisset. Videsne quae vis in homine acerrimi ingeni, quam potens et quanta mens fuerit? Qui ita responderit, ut intellegere possemus nihil ex illius animo, quod semel esset infusum, umquam effluere potuisse; cum quidem ei fuerit optabilius oblivisci posse potius quod meminisse nollet quam quod semel audisset vidissetve meminisse.
Si riporta che tra i Greci quel famoso Ateniese, Temistocle, fu di una saggezza e di una intelligenza incredibilmente grandi; si racconta che a lui si avvicinò un uomo dotto e particolarmente colto e gli promise che (gli) avrebbe insegnato l’arte della memoria, che allora per la prima volta veniva divulgata; avendo(gli) egli domandato che cosa mai quell’arte potesse fare, quel dotto rispose che (quell’arte avrebbe fatto in modo che) ricordasse tutto; e Temistocle replicò a lui che gli avrebbe fatto cosa più gradita se (gli) avesse insegnato a dimenticare ciò che voleva, che se (gli avesse insegnato) a ricordare. Vedi quale forza di ingegno acutissimo ci fu in (quell’)uomo, che mente profonda e grande? Dal momento che rispose in modo tale che noi possiamo capire che nulla sarebbe potuto scivolar via dalla sua mente, una volta che vi fosse entrato; poiché, senza dubbio, per lui sarebbe stato preferibile poter dimenticare ciò che non voleva ricordare, piuttosto che ricordare ciò che avesse udito o visto (anche) una sola volta.
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Nam profecto memoria tenetis Cotta et Torquato consulibus complures in Capitolio res de caelo esse percussas, cum et simulacra deorum depulsa sunt et statuae veterum hominum deiectae et legum aera liquefacta et tactus etiam ille, qui hanc urbem condidit, Romulus, quem inauratum in Capitolio parvum atque lactantem uberibus lupinis inhiantem fuisse meministis. Quo quidem tempore cum haruspices ex tota Etruria convenissent, caedes atque incendia et legum interitnm et bellum civile ac domesticum et totius urbis atque imperii oecasum adpropinquare dixerunt, nisi di inmortales omni ratione placati suo numine prope fata ipsa flexissent Itaque illorum responsis tum et ludi per decem dies facti sunt, neque res ulla, quae ad placandos deos pertineret, praetermissa est. Idemque iusserunt simulacrum Iovis facere maius et in excelso conlocare et contra, atque antea fuerat, ad orientem convertere
Ricordate sicuramente che, durante il consolato di Cotta e di Torquato, alcuni fulmini hanno colpito vari monumenti sul Campidoglio, le immagini degli dèi sono state rovesciate, le statue degli antichi eroi abbattute, le tavole bronzee delle leggi fuse ed è stata danneggiata, sul Campidoglio, anche la stuata d'oro del fondatore della nostra città, Romolo, che, come rammentate, è raffigurato bambino mentre tende le labbra alle mammelle della lupa. In quell'occasione gli aruspici, fatti venire dall'intera Etruria, ci dissero che stavano per verificarsi stragi, incendi, la fine delle leggi, una guerra civile, la caduta di Roma e dell'impero, a meno che gli dèi immortali, placati in ogni modo, non avessero interceduto a piegare con la loro potenza quasi il destino stesso. In seguito alle loro profezie, abbiamo celebrato giochi per dieci giorni senza trascurare niente che potesse placare gli dei. Gli aruspici ci consigliarono anche di costruire una statua di Giove di dimensioni maggiori e di collocarla in alto e, contrariamente al passato, di volgerla a oriente
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Doveri dei governanti e dei governati
Autore: Cicerone
Ac ne illud quidem alienum est, de magistratuum, de privatorum, , de peregrinorum officiis dicere. Est igitur proprium munus magistratus intellegere se gerere personam civitatis debereque eius dignitatem et decus sustinere, servare leges, iura discribere, ea fidei suae commissa meminisse. Privatum autem oportet aequo et pari cum civibus iure vivere neque summissum et abiectum neque se efferentem, tum in re publica ea velle, quae tranquilla et honesta sint; talem enim solemus et sentire bonum civem et dicerePeregrini autem atque incolae officium est nihil praeter suum negotium agere, nihil de alio anquirere minimeque esse in aliena re publica curiosum. --Ita fere officia reperientur, cum quaeretur quid deceat et quid aptum sit personis, temporibus, aetatibus. Nihil est autem quod tam deceat, quam in omni re gerenda consilioque capiendo servare constantiam.
Ma non è neppure fuor di luogo il dire qualcosa sui doveri dei magistrati, dei privati cittadini e dei forestieri. Compito particolare del magistrato, dunque, è di ben comprendere che egli rappresenta lo Stato, e deve perciò sostenerne la dignità e il decoro; deve far rispettare le leggi e amministrar la giustizia, ricordando sempre che tutto questo è affidato alla sua lealtà. Quanto al privato, conviene che egli viva in perfetta uguaglianza di diritti coi suoi concittadini, né umiliato e avvilito né prepotente e superbo; e oltre a ciò curi che nello Stato regnino ordine e onestà: tale è colui che noi, di solito, stimiamo e chiamiamo buon cittadino.
Dovere, poi, del forestiere, o di passaggio o residente, è di badare soltanto ai fatti suoi, non immischiandosi negli affari degli altri e non ficcando il naso nella politica di uno Stato che non è il suo. Questi sono all'incirca i doveri che si ritrovano indagando quale sia l'essenza del decoro in rapporto alle persone, alle circostanze e alle età. Ma il sommo del decoro consiste pur sempre nel mantenere la coerenza in ogni azione e in ogni risoluzione.
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TULLIUS TERENTIAE SUAE ET PATER SUAVISSIMAE FILIAE, CICERO MATRI ET SORORI S. D. PLUR. Considerandum vobis etiam atque etiam, animae meae, diligenter puto, quid faciatis, Romaene sitis an mecum an aliquo tuto loco: id non solum meum consilium est, sed etiam vestrum. Mihi veniunt in mentem haec: Romae vos esse tuto posse per Dolabellam eamque rem posse nobis adiumento esse, si quae vis aut si quae rapinae fieri coeperint; sed rursus illud me movet, quod video omnes bonos abesse Roma et eos mulieres suas secum habere, haec autem regio, in qua ego sum, nostrorum est cum oppidorum, tum etiam praediorum, ut et multum esse mecum et, cum abieritis, commode in nostris praediis esse possitis. Mihi plane non satis constat adhuc, utrum sit melius: vos videte, quid aliae faciant isto loco feminae, et ne, cum velitis, exire non liceat; id velim diligenter etiam atque etiam vobiscum et cum amicis consideretis. Domus ut propugnacula et praesidium habeat, Philotimo dicetis; et velim tabellarios instituatis certos, ut quotidie aliquas a vobis litteras accipiam; maxime autem date operam, ut valeatis, si nos vultis valere.
TULLIO ALLE SUE CARE TERENZIA E TULLIA E IL GIOVANE CICERONE ALLA MADRE E ALLA SORELLA. Sto pensando, anime mie, alle varie considerazioni che voi dovete tornare a fare punto per punto prima di decidere se rimanere a Roma o essere con me in qualche posto sicuro. Questa non è una scelta che spetta solo a me, ma anche vostra. Mi vengono in mente queste cose: a Roma voi potreste essere al sicuro per il tramite di Dolabella e questa sistemazione potrebbe essermi di giovamento se dovessero cominciare in qualche modo violenze o rapine nei nostri confronti. Ma d'altra parte mi turba il fatto di vedere che tutti i galantuomini sono lontani da Roma e hanno con sé le loro mogli. La zona in cui mi trovo adesso, dal canto suo, è piena di paesi e di residenze che sono dalla parte nostra: può darsi che così voi possiate restare a lungo con me e, ove doveste allontanarvi, passare in posti tranquilli e fidati. Ancora non sono in grado di giudicare con sufficiente sicurezza quale dei due sia il partito migliore. Vedete voi che cosa facciano le altre donne della vostra condizione, ma badate bene che non vi sia poi proibito di partire una volta che lo voleste: vorrei che rifletteste ancora a lungo su ogni punto, sia tra di voi sia con gli amici. Direte a Filotimo di far fortificare e presidiare la nostra casa. E vorrei che stabiliste un servizio di collegamenti regolare, per poter ricevere ogni giorno qualche lettera da voi. Mi raccomando la vostra salute, se volete farci stare tranquilli.
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De ipsius Laeli et Scipionis ingenio quamquam ea est fama, ut plurimum tribuatur ambobus, dicendi tamen laus est in Laelio inlustrior. at oratio Laeli de collegiis non melior quam de multis quam voles Scipionis; non quo illa Laeli quicquam sit dulcius aut quo de religione dici possit augustius, sed multo tamen vetustior et horridior ille quam Scipio; et, cum sint in dicendo variae voluntates, delectari mihi magis antiquitate videtur et lubenter verbis etiam uti paulo magis priscis Laelius. Sed est mos hominum, ut nolint eundem pluribus rebus excellere. nam ut ex bellica laude aspirare ad Africanum nemo potest, in qua ipsa egregium Viriathi bello reperimus fuisse Laelium: sic ingeni litterarum eloquentiae sapientiae denique etsi utrique primas, priores tamen libenter deferunt Laelio. nec mihi ceterorum iudicio solum videtur, sed etiam ipsorum inter ipsos concessu ita tributum fuisse.
Per ciò che riguarda l'ingegno di Lelio e di Scipione, sebbene tale ne sia la fama, che ambedue godo no di un altissimo apprezzamento, nell'eloquenza è tuttavia più insigne la reputazione di Lelio. Eppure l'orazione di Lelio sui collegi non è migliore di una qualsiasi tra le molte di Scipione; non perché vi sia qualcosa di più gradevole di quel celebre discorso di Lelio, o perché della religione si possa parlare in termini più augusti; tuttavia egli è molto più vetusto e ruvido di Scipione; e, poiché nell'eloquenza le inclinazioni sono varie, a me pare che Lelio si compiaccia maggiormente di una maniera antiquata, e che volentieri faccia anche ricorso a vocaboli notevolmente più arcaici. Ma è costume della gente di non voler riconoscere, a una medesima persona, l'eccellenza in più campi. Come infatti nessuno può pretendere di accostarsi all'Africano per gloria di imprese belliche, nelle quali pure sappiamo che Lelio si distinse egregiamente nella guerra contro Viriato; così, per ciò che riguarda l'ingegno, la cultura letteraria, l'eloquenza, e infine la sapienza, sebbene ad ambedue si attribuisca una posizione di primo piano, il primato tra i due lo si assegna volentieri a Lelio. E a me pare che un tal mo do di valutare non fosse proprio solo del giudizio degli altri, ma derivasse anche da una loro reciproca concessione.