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Cronaca di un assassinio
Autore: Cicerone
Nello stesso giorno mi ero allontanato da Marcello e avevo fatto ritorno ad Atene. Tuttavia Marcello affermava che lui stava per andare per nave dal Pireo in Italia. Il giorno seguente circa alla 10° ora durante la notte arrivò da me Publio Postumio, che mi annunciò che Marco Marcello, dopo cena, era stato colpito con un pugnale da P. Magio Chilond e che aveva ricevuto 2 ferite, una allo stomaco e l'altra alla testa. Sperava tuttavia che quello fosse vivo. Disse pureche P. Magio si era ucciso con la spada e raccontò che lui era stato mandato da Marcello per riferimelo. Quando si levò il giorno, un servo mi venne incontro con delle lettere, nelle quali vi era scritto che poco prima del giorno Marcello era deceduto per le ferite. Io tuttavia andai da lui e trovai due liberti e pochi servi, che piangevano e sostenevano che quello non aveva percepito nulla nel sonno. Stabilii che la mia lettiga lo avrebbe riportato in città e che qui gli fosse allestito un funerale sufficientemente grande (onorevole).
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M. vero Catoni, homini ignoto et novo, quo omnes, qui iisdem rebus studemus, quasi exemplari ad industriam virtutemque ducimur, certe licuit Tusculi se in otio delectare, salubri et propinquo loco. Sed homo demens ut isti putant, cum cogeret eum necessitas nulla, in his undis et tempestitatibus ad summam senectutem maluit iactari quam in illa tranquillitate atque otio iucundissime vivere.
Certamente era lecito a Marco Catone, uomo sconosciuto e di non nobili origini, dal quale tutti noi, che abbiamo le stesse responsabilità, siamo attirati come da un modello di operosità e saggezza, dilettarsi nell'ozio a Tuscolo, luogo salubre e vicino. Ma ecco che costoro lo considerano un pazzo , pur non essendo costretto da alcuna necessità, preferì, all'estrema vecchiaia, travagliarsi in queste agitazioni e sciagure che vivere assai beatamente nell'ozio e nella tranquillità.
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Sic ab Epicuro sapiens semper beatus inducitur (è rappresentato): finitas (limitate) habet cupiditates, neglegit mortem, de diis immortalibus sine ullo metu vera sentii, non dubitai (non esita), si ita melius sit, migrare de vita. His rebus instructus semper est in voluptate. Nani etpraeterita grate meminit et praesentibus ita potitur, ut animadvertat, quanta sint ea quamque iucunda, ncque pen-det exfuturis, sed exspectat illa, fruitur praesentibus ab iisque vitiis, quae paulo ante collegi (ho elencato), abest plurimum et, cum stultorum vitam cum sua comparai, magna afficitur voluptate. Dolores autem si qui incurrunt, numquam vini lantani habent, ut non plus habeat sapiens quod (motivo di) gaudeat, quam quod angatur.
Così il sapiente è rappresentato da Epicuro sempre felice: ha desideri limitati, ignora la morte, conosce senza alcun timore la verità sugli dèi immortali, non esita, quando sia meglio, ad abbandonare la vita. Provvisto di queste certezze (lett. fornito di queste cose), è sempre in uno stato d'animo sereno. Ricorda infatti con piacere le esperienze passate e domina quelle presenti, così da accorgersi di quanto siano numerose e piacevoli, né si preoccupa di quelle future, ma le attende, gioisce di quelle presenti e si tiene lontanissimo da quei vizi che ho appena elencato e, quando paragona la vita degli sciocchi con la propria, si rallegra assai. E se sopravvengono dei dolori, non hanno mai un impatto così grande per cui il sapiente non abbia motivo di gioire piuttosto che di affliggersi.
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Da quali ragioni Cicerone è stato indotto a tradurre le orazioni di Demostene e di Eschine e quali sono stati i suoi criteri di traduzione
Autore: Cicerone
Sed cum in eo magnus error esset, quale esset id dicendi genus, putavi mihi suscipiendum laborem utilem studiosis, mihi quidem ipsi non necessarium. Converti enim ex Atticis duorum eloquentissimorum nobilissimas orationes inter seque contrarias, Aeschinis et Demosthenis; nec converti ut interpres, sed ut orator, sententiis isdem et earum formis tamquam figuris, verbis ad nostram consuetudinem aptis. In quibus non verbum pro verbo necesse habui reddere, sed genus omne verborum vimque servavi. Non enim ea me adnumerare lectori putavi oportere, sed tamquam appendere. Hic labor meus hoc assequetur, ut nostri homines quid ab illis exigant, qui se Atticos volunt, et ad quam eos quasi formulam dicendi revocent intellegant. 'Sed exorietur Thucydides; eius enim quidam eloquentiam admirantur. ' Id quidem recte; sed nihil ad eum oratorem quem quaerimus. Aliud est enim explicare res gestas narrando, aliud argumentando criminari crimenve dissolvere; aliud narrantem tenere auditorem, aliud concitare. 'At loquitur pulchre. ' Num melius quam Plato? Necesse est tamen oratori quem quaerimus controversias explicare forensis dicendi genere apto ad docendum, ad delectandum, ad permovendum.
Ora, visto che regna una grande confusione a riguardo della vera essenza di quel genere d'eloquenza ho stimato di dovermi accollare un compito utile a chi si dedica, per quanto io, per me, di certo non ne necessitassi.
Ovvero, ho tradotto (dal greco) le più famose e belle orazioni dei due, in assoluto, più facondi oratori attici, Eschine e Demostene, l'una contro l'altra. Nè le ho tradotte vestendo i panni di interprete, bensì (quelli di) oratore, riproducendone. con le stesse loro i concetti e forme in gerco "figure" - ma con termini che si attagliassero alla nostra consuetudine (linguistica). Nel far ciò, non ho ritenuto necessario procedere ad una puntuale traslitterazione delle parole da una lingua all'altra, bensì ne ho preservato tutta l'efficacia e la forza: insomma ho ritenuto che non dovessi limitarmi a "contare" le parole al lettore, quanto piuttosto a "soppesarle", volendo esprimermi così.
Questa mia fatica si propone questo scopo: che i nostri uomini intenda(no) che cosa pretendere da coloro che professano l'atticismo e a quale, per così dire, "formula del dire" richiamarli.
"Ma sorgerà (l'astro di) Tucidide; infatti, c'è chi nutre grande ammirazione per la sua eloquenza". A buon ragione. Tuttavia, (l'esempio di Tucidide) non apporta alcunchè al(la formazione del) mio oratore ideale (lett. che cerco; pl. maiestatis). Una cosa è, infatti, l'esposizione storica dei fatti (explicare res gestas narrando) altra cosa (è invece) istruire o smontare un'accusa. Una cosa (è) mantener desta, col racconto (narrantem), l'attenzione di chi ascolta, altra cosa (è) infervorarlo. (Mi si obietterà): "Ma (Tucidide) parla divinamente!". Forse più di Platone?
In realtà, si rende necessario al mio oratore ideale risolvere (piuttosto) controversie nel foro, con uno stile oratorio atto a "docere", dilettare e persuadere.
Causa ipsa abhorret illa quidem a formula consuetudinis nostrae, sed est magna. Habet enim et legum interpretationem satis acutam in utramque partem et meritorum in rem publicam contentionem sane gravem. Itaque causa fuit Aeschini, cum ipse a Demosthene esset capitis accusatus, quod legationem ementitus esset, ut ulciscendi inimici causa nomine Ctesiphontis iudicium fieret de factis famaque Demosthenis. Non enim tam multa dixit de rationibus non relatis, quam de eo quod civis improbus ut optimus laudatus esset. Hanc multam Aeschines a Ctesiphonte petivit quadriennio ante Philippi Macedonis mortem; sed iudicium factum est aliquot annis post Alexandro iam Asiam tenente; ad quod iudicium concursus dicitur e tota Graecia factus esse. Quid enim tam aut visendum aut audiendum fuit quam summorum oratorum in gravissima causa accurata et inimicitiis incensa contentio? Quorum ego orationes si, ut spero, ita expressero virtutibus utens illorum omnibus, id est sententiis et earum figuris et rerum ordine, verba persequens eatenus, ut ea non abhorreant a more nostro?quae si e Graecis omnia conversa non erunt, tamen ut generis eiusdem sint, elaboravimus?, erit regula, ad quam eorum dirigantur orationes qui Attice volent dicere. Sed de nobis satis. Aliquando enim Aeschinem ipsum Latine dicentem audiamus.
La causa in se stessa si discosta alquanto dalla procedura giudiziaria in uso qui da noi: ciononostante, è di rilievo. Si fonda, infatti, (ha) su un'interpretazione del diritto abbastanza sottile su entrambi i fronti e verte su un contenzioso, piuttosto grave, di benemerenze nei riguardi dello Stato.
La causa fu impugnata da Eschine - accusato da Demostene di delitto capitale s] per aver corrotto l'ambasceria - al fine di denigrare l'operato e la fama di Demostene attraverso Ctesifonte "Contro Ctesifonte", per vendicarsi del nemico. In realtà, Eschine non si soffermò tanto sul fatto che (Demostene) non avesse dato conto, quanto sul fatto che un cittadino disonesto fosse invece onorato come integerrimo. Eschine comminò l'imputazione a Ctesifonte quattro anni prima della morte di Filippo il Macedone; ma il processo si svolse solo alcuni anni dopo che Alessandro già dominava sui territori asiatici; a quanto si racconta, ad prender parte a quel processo convenne l'intera Grecia. Che cosa c'è, infatti, di tanto appetibile da vedere e sentire quanto un processo capitale imbastito da eccellenti oratori che si svolge, per giunta, sulla linea di un contenzioso rinfocolato da rivalità politiche? Ora, qualora io riesca a rendere, come spero, le orazioni di quei due utilizzando tutte le capacità? - vale a dire, i concetti, i giochi stilistici [ l'esposizione dei fatti in modo che ttutto non si discosti dalla nostra pratica (giudiziaria ed oratoria) - certo, anche se la traduzione dal greco non sarà letterale, m'impegno tuttavia a riprodurle il più fedelmente possibile. costituirò un canone verso il quale s'indirizzeranno le orazioni di coloro che desiderino esprimersi secondo lo stile attico. Ma ho già parlato abbastanza di questo mio lavoro. Passiamo piuttosto ad ascoltare Eschine parlare latino.
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Ut omnes intellegant me L. Lucullo tantum impertire laudis, quantum forti viro et sapienti homini et magno imperatori debeatur, dico eius adventu maximas Mithridati copias omnibus rebus ornatus atque instructas fuisse, urbemque Asiae clarissimam nobisque amicissimam, Cyzicenorum, obsessam esse ab ipso rege maxima multitudine et oppugnatam vehementissime, quam L. Lucullus virtute, adsiduitate, consilio, summis obsidionis periculis liberavit; ab eodem imperatore classem magnam et ornatam, quae ducibus Sertorianis ad Italiam studio atque odio inflammata raperetur (tradurre con l'indicativo), superatam esse atque depressami magnas hostium praeterea copias multis proeliis esse deletas, patefactumque nostris legionibs esse Pontum, qui antea populo Romano ex omni aditu clausus fuisset
Affinchè tutti comprendano che io dedico L. Lucullo tanto grande elogio quanto è dovuto ad un guerriero coraggioso, ad un uomo saggio e ad un grande generale, dico che al suo arrivo le ingenti truppe di Mitridate erano equipaggiate e fornite di ogni cosa, e che la città più illustre dell'Asia e a noi più amica, (quella) dei Ciziceni, era assediata dallo stesso re con ingenti forze e presa d'assalto con estremo accanimento; L Lucullo la liberò dai grandissimi pericoli dell'assedio con il valore, con la tenacia, con la saggezza; (dico che) dal medesimo generale fu vinta e affondata una flotta grande ed equipaggiata, la quale, infiammata dallo zelo e dall’odio, era trascinata dai generali di Sertorio verso l'Italia, e inoltre furono annientate grandi truppe dei nemici in molte battaglie e fu aperto alle nostre legioni il Ponto, che prima era stato chiuso al popolo romano da ogni via d’accesso.