- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Omnes gentes deos colunt; idque evenit non aliquo casu, sed quod dii cotidie vim suam ostendunt. Nihil enim est tam manifestum, tam persicuum, si aliquando in caelum suspeximus caelestiaque sidera spectavimus, quam esse aliquod numen praestantissimae mentis, qui omnia regit. Si quis de hac re dubitat, haud sane intellego cur non dubitet de ipso sole eiusque lumine. Omnes gentes enim deos esse putant et stabilis haec opinio permanet atque diuturnitate temporis confirmatur atque una cum saeculis aetatibusque inveterascit. Videmus autem ceteras opiniones fictas atque vanas diuturnitate exstabuisse. Quis enim Hippocentaurum aut Chimaeram fuisse putat? Quis tam stultus est qui vera credat illa portenta, quae a poetis narrantur? Tempus opiniones falsas delet atque iudicia vera confirmat
Tutti le genti onorano gli dei; e questa cosa succede non a caso, ma perché gli dei ogni dì mostrano la loro forza. Niente è così palese, così evidente, se talvolta abbiamo guardato al cielo e abbiamo contemplato gli astri, che c'è qualche nume di elevatissima mente, che regge ogni cosa. Se qualcuno dubita di questa cosa, non ha certametne compreso perché non dubiti dello stesso sole e della sua luce. Tutti i popoli credono infatti che gli de esistanoi e questa opinione resta stabile ed è confermata dalla lunghezza del tempo e da sola invecchia con i secoli e le età. Vediamo tuttavia che sono esistite a lungo altre opinioni fitte e vane. Chi infatti crede che ci sia stato l'Ippocentauro e la Chimera? Chi è così stolto da credere veri quei portenti, che dai poeti sono narrati? Il tempo cancella le false opinioni e conferma le vere tesi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Cosa significhi la parola filosofo
Autore: Cicerone
Nec vero Atlans sustinere caelum nec Prometheus adfixus Caucaso nec stellatus Cepheus cum uxore genero filia traderetur, nisi caelestium divina cognitio nomen eorum ad errorem fabulae traduxisset. A quibus ducti deinceps omnes, qui in rerum contemplatione studia ponebant, sapientes et habebantur et nominabantur, idque eorum nomen usque ad Pythagorae manavit aetatem. Quem, ut scribi auditor Platonis Ponticus Heraclides, vir doctus in primis, Phliuntem ferunt venisse, eumque cum Leonte, principe Phliasiorum, docte et copiose disseruisse quaedam. Cuius ingenium et eloquentiam cum admiratus esset Leon, quaesivisse ex eo, qua maxime arte confideret; at illum: artem quidem se scire nullam, sed esse philosophum. Admiratum Leontem novitatem nominis quaesivisse, quinam essent philosophi, et quid inter eos et reliquos interesset;
Né certamente si favoleggerebbe che Atlante sostiene la volta, celeste, che Promèteo è inchiodato sul Caucaso, che Cè, feo è trasformato in una costellazione con la moglie, col genero, con la figlia, se i loro nomi non fossero passati nelle favole mitologiche per la loro divina conoscenza delle cose celesti. Per il loro esempio in seguito tutti quelli che si occupavano nella contemplazione della natura erano stimati e nominati sapienti e tale loro nome si propagò fino all'età di Pitàgora. Questi, come scrive Eràclide8 del Ponto, discepolo di Piatone, segnalatamente dotto, dicono siasi recato a Fliunte ed abbia tenuto con Leonte principe della città, alcuni
Pythagoram autem respondisse similem sibi videri vitam hominum et mercatum eum, qui haberetur maxumo ludorum apparatu totius Graeciae celebritate; nam ut illic alii corporibus exercitatis gloriam et nobilitatem coronae peterent, alii emendi aut vendendi quaestu et lucro ducerentur, esset autem quoddam genus eorum, idque vel maxime ingenuum, qui nec plausum nec lucrum quaererent, sed visendi causa venirent studioseque perspicerent, quid ageretur et quo modo, item nos quasi in mercatus quandam celebritatem ex urbe aliqua sic in hanc vitam ex alia vita et natura profectos alios gloriae servire, alios pecuniae, raros esse quosdam, qui ceteris omnibus pro nihilo habitis rerum naturam studiose intuerentur; hos se appellare sapientiae studiosos—id est enim philosophos -; et ut illic liberalissimum esset spectare nihil sibi adquirentem, sic in vita longe omnibus studiis contemplationem rerum, cognitionemque praestare.
dotti e poderosi ragionamenti. Avendone Leonte ammirato l'ingegno e l'eloquenza, gli domandò in quale scienza si credesse specialmente versato. Egli rispose che non conosceva alcuna scienza, ma era filosofo. Avendo fatto Leonte le meraviglie intorno a quel nome, che gli riusciva nuovo, gli domandò chi mai fossero i filosofi e qual differenza passasse fra loro e gli altri uomini. Pitàgora allora rispose che la vita umana gli pareva simile ad. una di quelle feste, che si tenevano con grandissimo spettacolo di giochi e col concorso di tutta la Grecia; che siccome a quelle feste alcuni andavano per conseguire con gli esercizi fisici la gloria e la corona che da rinomanza, altri vi eran tratti dal desiderio di fare affari e guadagni nella compra e nella vendita, ma vi era poi una classe di pèrsone e per di più le più nobili di tutte, che non cercavano né applausi, né guadagni, ma vi andavano soltanto per osservare che cosa si facesse e come si facesse; parinienti noi, venuti a questa da un'altra vita e natura, come da una città ad una festa molto affollata, alcuni ci diamo da fare per la gloria, altri per il da naro, ci sono alcuni pochi, i quali, senza curarsi di. alcun'altra cosa, si danno a esaminare attentamente la natura delle cose; questi egli chiamava amanti della sapienza, cioè appunto filosofi. E come alle feste la parte più nobile era di chi stava a mirare senza cercare alcun profitto per sé, così nella vita umana l'occupazione più degna di ogni altra era la pura speculazione scientifica.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Virtuti Cn. Pompei quae potest oratio par inveniri? Quid est quod quisquam aut illo dignum aut vobis novum aut cuiquam inauditum possit adferre? Neque enim illae sunt solae virtutes imperatoriae, quae volgo existimantur, labor in negotiis, fortitudo in periculis, industria in agendo, celeritas in conficiendo, consilium in providiendo: quae tanta sunt in hoc uno, quanta in omnibus reliquis imperatoribus, quos aut vidimus aut audivimus, non fuerunt. Testis est Italia, quam ille ipse victor L. Sulla huius virtute et subsidio confessus est liberata. Testis est Sicilia, quam multis undique cinctam periculis non terrore belli, sed consili celeritate explicavit. Testis est Africa, quae, magnis oppressa hostium copiis, eorum ipsorum sanguine redundavit. Testis est Gallia, per quam legionibus nostris iter in Hispaniam Gallorum internecione patefactum est. Testis est Hispania, quae saepissime plurimos hostis ab hoc superatos prostratosque conspexit. Testis est iterum et saepius Italia, quae cum servili bello taetro periculosoque premeretur, ab hoc auxilium absente expetivit: quod bellum exspectatione eius attentuatum atque imminutum est, adventu sublatum ac sepultum. Testes nune vero iam omnes orae atque omnes terrae nationes, maria denique omnia.
Quale orazione può esser trovata degna del valore di Pompeo? Cosa c'è che qualcuno possa aggiungere di degno per lui, nuovo per voi e inaudito per chiunque? E non si tratta soltanto della virtù del comando, apprezzata dal popolo impegno costante nell'attività pubblica, risolutezza nelle situazioni di pericolo, buona capacità nell'agire tempestività nell'operare, discreta lungimiranza: tante qualità racchiuse in un'unica persona, quante non ci furono in tutti gli altri comandanti, che abbiamo visto e di cui abbiamo udito. (Sono) testimoni (di questo) l'Italia, che lo stesso Silla, vittorioso, confessò di aver liberata confidando sul suo valore (sul valore di Pompeo) e sul suo aiuto, fu (infatti) liberata la Sicilia, che, presa da insidie provenienti da esse (dalle insidie) liberò non facendo ricorso alla violenza dello scontro armato, bensì con la prontezza della sua decisione; l'Africa, che traboccante di nemici, si impregnò del sangue dei nemici che la attanagliavano, la Gallia, il cui attraversamento per la Spagna alle nostre legioni, fu garantito dopo una strage di Galli; la Spagna, che vide, molto spesso, la maggioranza dei nemici sconfitti ed umiliati da questo (uomo). Testimone, di nuovo e più spesso, l'Italia che schiacciata dall'abominevole e dal pericolosa guerra servile, lo reclamò in aiuto, mentre era assente: furore guerresco che, nella timorosa attesa di lui, andò finendo e indebolendosi, e morto e sepolto con l' arrivo.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
La vera virtù non ama l'intransigenza
Versione latino Cicerone dal libro Nove
Ci fu un uomo di grande intelligenza, Zenone, i cui discepoli sono chiamati Stoici. Egli ritiene che il sapiente non è mai spinto dal perdono, e non perdona mai la colpa di nessuno; (ritiene) che nessuno sia misericordioso se non uno stolto e uno sciocco; (ritiene) che solo i saggi sono belli, ricchi, potenti; dicono che noi che invece non siamo saggi siamo fuggitivi, esuli, nemici, insani; (dicono) che tutti i delitti sono della stessa gravità; (ritengono) che ogni colpa sia una scelleratezza infame; (dicono) che il saggio non giudica nulla, non si pente di nulla, non viene ingannato da nulla, non cambia mai parere. Invece quelli di noi, uomini moderati ed equilibrati, educati da Platone e Aristotele sostengono che il saggio ha pietà e in lui prevale talvolta la pietà; (sostengono) che le punizioni per i delitti sono diverse; (sostengono) che nell'uomo coerente esista la capacità di perdonare. Talvolta si addice allo stesso sapiente l'ira, l'essere pregato e l'essere calmato, e talvolta di ritirarsi da un giudizio: a tutte le virtù si addice di essere moderate da una via di mezzo.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Promesse da non mantenere
Autore: Cicerone
versione dal libro latina lectio
Cum de promissis servandis disputat, Cicero scripsit promissa non servanda essent, si non utilia essent iis ipsis, quibus illa promisisses. Sol Phaetonti filio facturum se esse dixit quicquid optasset. Optavit filius ut in currum patris tolleretur; sublatus est. Atque is, antequam constitit, ictu fulminis deflagravit. Quanto melius fuerat, si promissum patris non esset servatum! Agamemnon, cum devovisset Dianae quod pulcherrimum in suo regno natum esset illo anno, immolavit Iphigeniam, qua nihil erat natum pulchrius illo anno. Promissum non fuerat faciendum, si tam taetrum facinus admittendum esset. Ergo promissa nonnumquam non servanda nec semper deposita reddenda sunt. Si gladium quidam apud te sana mente deposuerit, repetat insaniens, reddere peccatum sit. Si is, qui apud te pecuniam deposuerit, bellum inferat patriae, reddasne tu depositum? Non credo. Nam, si reddas, facias contra patriam, quae omnium rerum debet esse carissima.
Quando discute delle promesse da mantere, Cicerone scrive che le promesse non devono essere mantenute se non sono utili a quelli stessi a cui tu le hai fatte. Il sole disse al figlio Fetonte che avrebbe fatto qualsiasi cosa egli volesse.
Il Sole disse al figlio Fetonte che avrebbe fatto qualunque cosa egli avesse desiderato. Il figlio chiese di essere portato in alto sul carro del padre; gli fu accordato. E quello, prima di fermarsi, bruciò colpito da un fulmine. Quanto sarebbe stato meglio, se la promessa del padre non fosse stata mantenuta! Agamennone, avendo consacrato a Diana quello che di più bello fosse nato nel suo regno in quell’anno, sacrificò Ifigenia, rispetto alla quale non era nato nulla di più bello in quell’anno. Non avrebbe dovuto promettere, se si fosse dovuto commettere un così orribile misfatto. Le promesse, pertanto, talvolta non vanno mantenute né vanno sempre resi i depositi. Se un tale sano di mente avesse depositato presso di te una spada e, impazzito, te la richiedesse, rendergliela sarebbe una colpa. Se colui, che ti avesse eventualmente affidato del denaro, portasse guerra alla patria, gli renderesti forse il deposito? Non credo. Se glielo rendessi, infatti, agiresti contro la patria, che dev’essere la più cara di tutte le cose