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Ut igitur et monere et moneri proprium est verae amicitiae et alterum libere facere, non aspere, alterum patienter accipere, non repugnanter, sic habendum est nullam in amicitiis pestem esse maiorem quam adulationem, blanditiam, assentationem; quamvis enim multis nominibus est hoc vitium notandum levium hominum atque fallacium ad voluntatem loquentium omnia, nihil ad veritatem. Secerni autem blandus amicus a vero et internosci tam potest adhibita diligentia quam omnia fucata et simulata a sinceris atque veris.
Se, dunque, è indice di vera amicizia ammonire ed essere ammoniti - e ammonire con sincerità, ma senza durezza, e accettare i rimproveri con pazienza, ma senza rancore -, allora dobbiamo ammettere che la peste più esiziale dell'amicizia è l'adulazione, la lusinga e il servilismo. Dàgli tutti i nomi che vuoi: sarà sempre un vizio da condannare, un vizio di chi è falso e bugiardo, di chi è sempre pronto a dire qualsiasi cosa per compiacere, ma la verità mai. Ma, stando bene attenti, è possibile distinguere e riconoscere l'amico adulatore dal vero amico, così come si riconosce ciò che è contraffatto e falso da ciò che è autentico e genuino.
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Ego vero fateor me his studiis esse deditum: ceteros pudeat, si qui se ita litteris abdiderunt ut nihil possint ex eis neque ad communem adferre fructum, neque in aspectum lucemque proferre: me autem quid pudeat, qui tot annos ita vivo, iudices, ut a nullius umquam me tempore aut commodo aut otium meum abstraxerit, aut voluptas avocarit, aut denique somnus retardit?
Ebbene sì, confesso di essermi dedicato a questo genere di studi. Si vergogni piuttosto chi si immerge a tal punto nello studio delle lettere da non far nulla di utile alla società, e da non produrre alcunché! Ma perché dovrei vergognarmi io che da tanti anni ho scelto di vivere, giudici, sacrificando nell'interesse e per la difesa del cliente i miei momenti liberi, il divertimento e persino il sonno?
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Cum Hannibal, Karthagine expulsus, Ephesum ad Antiochum venisset exsul , locutus esse dicitur , homo copiosus, aliquot horas de imperatoris officio et de omni re militari. Tum, cum celeri, qui illum audierant, vehementer essent delectati, quaerebant ab Hannibale, quidnam ipse de illo philosopho iudicaret: hic Poenus non optime Graece, sed tamen libere respondisse fertur, multos se deliros senes saepe vidisse, sed qui magis quam Phormio deliraret vidisse neminem. Neque mehercule iniuria; quid enim aut adrogantius aut loquacius fieri potuit quam Hannibali, qui tot annis de imperio cum populo Romano omnium gentium victore certasset, Graecum hominem, qui numquam hostem, numquam castra vidisset, numquam denique minimam partem ullius publici muneris attigisset, praecepta de re militari dare? Hoc mihi facere omnes isti, qui de arte dicendi praecipiunt, videntur; quod enim ipsi experti non sunt, id docent ceteros; sed hoc minus fortasse errant, quod non te, ut Hannibalem ille, sed pueros aut adulescentulos docere conantur.
Dopo che Annibale giunse esule ad Efeso, essendo stato espulso da Cartagine, presso Antioco, si dice che parlò con Formio, uomo eloquente, alcune ore riguardo al dovere del comandante e riguardo alla guerra. Allora, essendo i rimanenti, che lo sentivano, molto divertiti dal discorso, chiedevano ad Annibale che cosa mai pensava egli riguardo a quel filosofo: a questo punto si dice il cartaginese non con un ottimo greco, ma tuttavia in modo degno d’un uomo libero rispose che egli vide spesso molti vecchi pazzi, ma non vide mai nessuno che delirasse più di Formio. Per Ercole, non era un’offesa; infatti che cosa di più arrogante e chiacchierone, sarebbe potuto accadere che ad Annibale, che per tanti anni aveva combattuto per il dominio contro il popolo romano vincitore di tutte le genti, un uomo greco che non aveva mai visto i nemici e non aveva mai visto gli accampamenti, infine che non aveva mai avuto la minima parte di un incarico pubblico, desse precetti sulle questioni militari? Tutti questi che insegnano l’arte del parlare mi sembrarono fare ciò; ciò in cui infatti essi stessi non sono esperti, lo insegnano agli altri; ma forse sbagliano meno in questo, che non tentano di insegnare a te, come quello tentava di insegnare ad Annibale, ma ai fanciulli o ai ragazzi.
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Sic igitur adfecto haec adhibenda curatio est, ut et illud quod cupiat ostendatur quam leue, quam contemnendum, quam nihili, sit omnino, quam facile uel aliunde uel alio modo perfici uel omnino neglegi sit; abducendus etiam est non numquam ad alia studia sollicitudines curas negotia, loci denique mutatione tamquam aegroti non conualescentes saepe curandus est; etiam nouo quidam amore ueterem amorem tamquam clauo clauum eiciendum putant; maxume autem, admonendus, quantus sit furor amoris. Omnibus, enim ex animi perturbationibus est profecto nulla uehementior, ut, si iam ipsa illa accusare nolis, stupra dico et corruptelas et adulteria, incesta denique, quorum omnium accusabilis est turpitudo, - sed ut haec omittas, perturbatio ipsa mentis in amore foeda per se est.
Traduzione n. 1

Traduzione n. 2
Stando dunque le cose così, bisogna adottare questa cura, così che sia mostrato quanto sia vano, quanto disprezzabile, quanto di nessun conto sia ciò che desidera, quanto sia facile che sia trovato altrove o in altro modo o che sia disprezzato del tutto; bisogna portarlo talvolta ad altri interessi, preoccupazioni, attività, affari, spesso deve essere curato anche con un cambio di luogo come i malati che non guariscono; infatti ritengono che un vecchio amore deve essere scacciato da un nuovo amore come un chiodo da un chiodo; e soprattutto, deve essere avvertito di quanto sia grande la pazzia dell'amore. Infatti, fra tutti i turbamenti dell'animo nessuno è più forte, al punto che, se anche non vuoi incolpare quelle cose scellerate, dico stupri e corruttele e adulteri o anche incesti, tutte cose la cui turpitudine è da tribunale, - ma, per trascurare queste cose, il turbamento stesso della mente in amore è turpe di per sé stesso.
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Accepi a te aliquot epistulas uno tempore, quas tu diversis temporibus dederas: in quibus me cetera delectarunt; significabant enim te istam militiam iam firmo animo ferre et esse fortem virum et constantem; quae ego paullisper in te ita desideravi, non imbecillitate animi tui, sed magis ut desiderio nostri te aestuare putarem. Quare perge, ut coepisti; forti animo istam tolera militiam: multa, mihi crede, assequere; ego enim renovabo commendationem, sed tempore. Sic habeto, non tibi maiori esse curae, ut iste tuus a me discessus quam fructuosissimus tibi sit, quam mihi; itaque, quoniam vestrae cautiones infirmae sunt, Graeculam tibi misi cautionem chirographi mei.
Ricevetti da te contemporaneamente alcune lettere, che tu avevi spedito in diversi tempi. In esse le altre cose mi dilettano: esse annunciano infatti che tu guidavi codesto esercito e che eri uomo forte e costante; che io ricercai per un po' in te non come debolezza del tuo animo ma più come desidererei che tu bruciassi per il tuo desiderio: sopporta lo stesso servizio militare con animo forte. Credimi, comprendi molte cose; io infatti rifarò la raccomandazione ma a tempo debito. Pertanto poiché le vostre azioni sono di poco peso ti mandai un'obbligazioncella autografa in greco.
Versione con lo stesso titolo testo diverso da Plinio il Giovane