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Manent ingenia senibus, si permanet studium et industria, neque ea solum in claris et honoratis viris, sed in vita etiam privata et quieta. Sophocles ad summam senectutem tragoedias fecit; quod propter studium cum rem neglegere familiarem videretur, a filiis in iudicium vocatus est, ut illum, quasi desipientem, a re familiari removerent iudices. Tum senex dicitur eam fabulam, quam in manibus habebat et proxime scripserat, 'Oedipum Coloneum', recitavisse iudicibus quaesivisseque, num illud carmen desipientis videretur. Quo recitato, sententiis iudicum est liberatus. Num igitur hunc, num Homerum, num Hesiodum, Simonidem, Stesichorum, num Isocratem, Gorgiam, num philosophorum principes, Pythagoram, Democritum, num Platonem, num Xenocratem, num postea Zenonem, Cleanthem aut eum, quem vos etiam vidistis Romae, Diogenem Stoicum, coegit in suis studiis obmutescere senectus?
Rimangono ai vecchi le facoltà intellettive, purchè rimangano lo studio e l’operosità ne' queste qualità soltanto in celebri ed onorati uomini, ma anche nell'ambito d'una vita privata e tranquilla. Sofocle scrisse tragedie fino ad un'età assai avanzata; e, giacchè a causa di quest'impegno pareva trascurare il patrimonio familiare, fu citato in giudizio dai figli, affinché i giudici lo rimuovessero dalla gestione patrimoniale, come se fosse pazzo. Pertanto si tramanda che il vecchio abbia recitato ai giudici quella rappresentazione drammatica che aveva per le mani, e che aveva completato poco tempo prima, 'L'Edipo di Colono', e che abbia domandato loro se quell'opera paresse da folle. E, concluso ciò, fu prosciolto con voto unanime da parte dei giudici. Forse che la vecchiaia ha costretto costui, Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro, Isocrate, Gorgia, i più grandi tra i filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Xenocrate, in seguito Zenone, Cleante o colui, che anche voi avete veduto a Roma, Diogene lo Stoico, a cessare nelle proprie attività?
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Sophocles ad summam senectutem tragoedias fecit; quod propter studium cum rem neglegere familiarem videretur, a filiis in iudicium vocatus est, ut, quem ad modum nostro more male rem gerentibus patribus bonis interdici solet, sic illum quasi desipientem a re familiari removerent iudices. Tum senex dicitur eam fabulam, quam in manibus habebat et proxime scripserat, Oedipum Coloneum, recitasse iudicibus quaesisseque, num illud carmen desipientis videretur. Quo recitato sententiis iudicum est liberatus.
Num igitur hunc, num Homerum, Hesiodum, Simonidem, Stesichorum, num, quos ante dixi, Isocraten, Gorgian, num philosophorum principes, Pythagoram, Democritum, num Platonem, num Xenocraten, num postea Zenonem, Cleanthem, aut eum, quem vos etiam vidistis Romae, Diogenem Stoicum, coegit in suis studiis obmutescere senectus? An in omnibus studiorum agitatio vitae aequalis fuit?
Sofocle compose tragedie fino alla più tarda vecchiaia: poiché sembrava che per tale passione trascurasse il patrimonio di famiglia, fu citato in giudizio dai figli affinché, allo stesso modo in cui secondo il nostro costume si è soliti interdire i padri che amministrano malamente il patrimonio, così i giudici gli togliessero la gestione dei beni con la motivazione che ormai era fuori di senno. Si dice che allora il vecchio recitasse davanti ai giudici quella tragedia che aveva tra le mani e alla quale stava apportando gli ultimi ritocchi, l'Edipo a Colono, e poi chiese loro, se quel carme poteva essere opera di un rimbambito. Dopo che la ebbe letta, fu prosciolto dalla sentenza dei giudici. Forse che dunque questo autore, e così pure Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro e quelli di cui ho parlato prima Isocrate, Gorgia, i più illustri tra i filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, e poi Zenone, Cleante e quel Diogene stoico che voi avete avuto modo di vedere a Roma, furono costretti dalla vecchiaia a desistera dai loro studi? O non è forse vero piuttosto che in tutti costoro l'attività intellettuale durò tanto quanto la vita?
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Dupliciter delectatus sum tuis litteris, et quod ipse risi et quod te intellexi iam posse ridere: me autem a te ut scurram velitem malis oneratum esse non moleste tuli. Illud doleo, in ista loca venire me, ut constitueram, non potuisse. habuisses enim non hospitem, sed contubernalem. Omnem nostram de re publica curam, cogitationem de dicenda in senatu sententia, commentationem causarum abiecimus, in Epicuri nos, adversari nostri, castra coiecimus, castra coniecimus. Haec igitur est nunc vita nostra: mane salutamus domi et bonos viros multos, sed tristis, et hos laetos victores, qui me quidem perofficiose et peramanter observant. Ubi salutatio defluxit, litteris me involvo; aut scribo aut lego. veniunt etiam qui me audiunt quasi doctum hominem quia paulo sum quam ipsi doctior. inde corpori omne tempus datur. Patriam eluxi iam et gravius et diutius quam ulla mater unicum filium. Sed cura, si me amas, ut valeas, ne ego te iacente bona tua comedim; statui enim tibi ne aegroto quidem parcere.
Ho apprezzato doppiamente le tue lettere sia per il fatto che io stesso sono stato lieto sia per il fatto che ho capito che anche tu potessi gioirne e di questo mi dispiace (cioè) di non esser potuto venire in codesti luoghi come avevo stabilito, infatti tu (mi) avresti avuto non come amico di passagggio ma come compagno assiduo (complementi predicativi dell'oggetto) ...Ogni nostra preoccupazione per lo stato, ogni pensiero sugli interventi in senato ogni studio di processi li abbiamo messi completamente da parte ci siamo trasferiti al campo di Epicuro, l'avversario nostro ...Dunque ora questa è la vita nostra di mattina in caso riceviamo per il saluto sia molti onorevoli personaggi ma poveri e sia questi lieti vincitori che senza dubbio con molta cortesia e con molto affetto mi dimostrano riverenza. Quando il rito del saluto è terminato mi immergo nello studio o scrivo o leggo, vengono anche ad ascoltarmi/ quelli che mi ascoltano come (se fossi) un uomo dotto poiché sono un pò più dotto di questi. quindi tutto il tempo (restante) è dedicato al fisico. Per la patria ho già profuso lacrime più calde e più copiose che mai una madre per il suo unico figlio. Ma tu, se mi ami, riguardati la salute, non vorrei mangiarti le sostenze metre tu te ne stai giagente (a letto). Perchè ho deciso di non risparmiarti nemmeno se sei ammalato.
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Urbem Syracusas maximam esse Graecarum, pulcherrimam omnium saepe audistis. Est, iudices, ita ut dicitur. Nam et situ est cum munito tum ex omni aditu vel terra vel mari praeclaro ad aspectum, et portus habet prope in aedificatione amplexuque urbis inclusos; qui cum diversos inter se aditus habeant, in exitu coniunguntur et confluunt. Eorum coniunctione pars oppidi quae appellatur Insula, mari disiuncta angusto, ponte rursus adiungitur et continetur. Ea tanta est urbs ut ex quattuor urbibus maximis constare dicatur; quarum una est ea quam dixi Insula, quae duobus portibus cincta in utriusque portus ostium aditumque proiecta est; in qua domus est quae Hieronis regis fuit, qua praetores uti solent. In ea sunt aedes sacrae complures, sed duae quae longe ceteris antecellant, Dianae, et altera, quae fuit ante istius adventum ornatissima, Minervae. In hac insula extrema est fons aquae dulcis, cui nomen Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctu totus operiretur nisi munitione ac mole lapidum diiunctus esset a mari.
Avete sentito dire spesso che Siracusa è la più grande e la più bella di tutte le città greche. Quest'affermazione, o giudici, corrisponde a verità. Infatti per un verso si trova in una posizione ben provvista di difese naturali e magnifica a vedersi da qualunque parte si arrivi, sia da terra che dal mare; per l'altro verso ha due porti che si insinuano profondamente nell'abitato, abbracciati come sono dagli edifici della città; essi, pur avendo due accessi distinti, nella parte terminale si ricongiungono e confondono le loro acque. Nel punto in cui si congiungono, la zona della città denominata l'Isola, che uno stretto braccio di mare separa dalla terraferma, è a essa raccordata da un ponte che assicura i collegamenti. Questa città è cosi vasta che la si può considerare composta da quattro città di notevoli dimensioni; una di queste è proprio il quartiere dell'Isola di cui ho parlato, che è circondato dai due porti e si protende fin dentro l'imboccatura di entrambi, in direzione delle zone di accesso dai porti alla città: qui sorge l'ex-palazzo reale di Gerone, dove risiedono abitualmente i nostri governatori; qui sorgono numerosi edifici sacri, e due in particolare che superano di gran lunga tutti gli altri: il tempio di Diana e l'altro di Minerva, che era molto ricco di opere d'arte prima dell'arrivo di Verre. A una delle estremità di quest'isola si trova una sorgente d'acqua dolce, chiamata Aretusa, che si allarga su una superficie incredibilmente vasta, ricchissima di pesci, che rischierebbe però di essere sommersa dai flutti se non fosse separata dal mare da un molo di pietra che funge da diga.
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Ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia scisset quos eventus senectutis esset habiturus? Abeamus a fabulis, propiora videamus. Clarissimorum hominum nostrae civitatis gravissimos exitus in Consolatione conlegimus. Quid igitur? Ut omittamus superiores, Marcone Crasso putas utile fuisse tum, cum maximis opibus fortunisque florebat, scire sibi interfecto Publio filio exercituque deleto trans Euphratem cum ignominia et dedecore esse pereundum? An Cn. Pompeium censes tribus suis consulatibus, tribus triumphis, maximarum rerum gloria laetaturum fuisse, si sciret se in solitudine Aegyptiorum trucidatum iri amisso exercitu, post mortem vero ea consecutura, quae sine lacrimis non possumus dicere? Quid vero Caesarem putamus, si divinasset fore ut in eo senatu, quem maiore ex parte ipse cooptasset, in curia Pompeia, ante ipsius Pompei simulacrum, tot centurionibus suis inspectantibus, a nobilissimis civibus, partim etiam a se omnibus rebus ornatis, trucidatus ita iaceret, ut ad eius corpus non modo amicorum, sed ne servorum quidem quisquam accederet, quo cruciatu animi vitam acturum fuisse? Certe igitur ignoratio futurorum malorum utilior est quam scientia
Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia? Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime? Dunque con quale afflizione d’animo riteniamo che Cesare avrebbe trascorso la vita, se avesse presagito che in quel senato, che lui stesso aveva aggregato per la maggior parte con della sua fazione, nella curia Pompea, di fronte alla statua dello stesso Pompeo, mentre tanti suoi centurioni guardavano, sarebbe giaciuto, assassinato da cittadini celeberrimi, parte dei quali da lui ricoperti di ogni onore, così che al suo cadavere nessuno si accostò, non solo dei (propri) sostenitori, ma neppure dei (propri) servitori? È certamente più utile, insomma, rimanere all’oscuro dei mali futuri che averne conoscenza. De Divinatione Libro II capitolo 9