- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Agrigentinum quidem doctum quendam virum carminibus Graecis vaticinatum ferunt, quae in rerum natura totoque mundo constarent quaeque moverentur, ea contrahere amicitiam, dissipare discordiam. Atque hoc quidem omnes mortales et intellegunt et re probant. Itaque si quando aliquod officium exstitit amici in periculis aut adeundis aut communicandis, quis est qui id non maximis efferat laudibus? Qui clamores tota cavea nuper in hospitis et amici mei M. Pacuvi nova fabula! cum ignorante rege, uter Orestes esset, Pylades Orestem se esse diceret, ut pro illo necaretur, Orestes autem, ita ut erat, Orestem se esse perseveraret. Stantes plaudebant in re ficta; quid arbitramur in vera facturos fuisse? Facile indicabat ipsa natura vim suam, cum homines, quod facere ipsi non possent, id recte fieri in altero iudicarent. Hactenus mihi videor de amicitia quid sentirem potuisse dicere; si quae praeterea sunt (credo autem esse multa), ab iis, si videbitur, qui ista disputant, quaeritote.
Raccontano che un certo (uomo) dotto di Agrigento abbia predetto, in versi greci, che nella natura in tutte le cose immobili o in movimento e nell'universo debbano la loro coesione all'amicizia, la loro divisione alla discordia. È un'idea che tutti i mortali non solo intendono, ma anche comprovano nella realtà. Tant'è vero che, se talvolta si adempie al proprio dovere di amico affrontando o condividendo un pericolo, chi non è pronto a esaltare un simile gesto con le lodi più alte? Che applausi ha decretato, poco tempo fa, l'intero teatro al nuovo dramma di Marco Pacuvio, mio ospite e amico, nella scena in cui Pilade, davanti al re che ignorava l'identità di Oreste, si spacciava per Oreste, volendo morire al posto dell'amico, ma Oreste, ed era la verità, insisteva nel dire che Oreste era lui! In piedi gli spettatori applaudivano pur trattandosi di una finzione. Come pensiamo che si sarebbero comportati di fronte a una situazione reale? Certo, era la natura a rivelare la sua forza, perché degli uomini riconoscevano in altri il valore di un'azione di cui erano incapaci. Fin qui mi sembra di esser riuscito a esprimere il mio punto di vista. Se resta ancora qualcosa da dire, e penso che ne resti ancora molto, chiedetelo, se credete, ai filosofi di professione. _________________
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Cum multis ex rebus intellegi potest maiores nostros non modo armis plus quam ceteras nationes verum etiam consilio sapientiaque potuisse, tum ex hac re vel maxime quod in impios singulare supplicium invenerunt. Qua in re quantum prudentia praestiterint eis qui apud ceteros sapientissimi fuisse dicuntur considerate. Prudentissima civitas Atheniensium, dum ea rerum potita est, fuisse traditur; eius porro civitatis sapientissimum Solonem dicunt fuisse, eum qui leges quibus hodie quoque utuntur scripserit. Is cum interrogaretur cur nullum supplicium constituisset in eum qui parentem necasset, respondit se id neminem facturum putasse. Sapienter fecisse dicitur, cum de eo nihil sanxerit quod antea commissum non erat, ne non tam prohibere quam admonere videretur. Quanto nostri maiores sapientius! qui cum intellegerent nihil esse tam sanctum quod non aliquando violaret audacia, supplicium in parricidas singulare excogitaverunt ut, quos natura ipsa retinere in officio non potuisset, ei magnitudine poenae a maleficio summoverentur. Insui voluerunt in culleum vivos atque ita in flumen deici
Dunque come si può capire da molte cose i nostri antenati non solo erano più forti delle alte popolazioni conle armi ma anche con l'intelletto e la saggezza, soprattutto con questa con la quale trovarono una singolare pena per gli empi. In questa quanto a saggezza furono superiori rispetto a taluni che si diceva fossero molto sapienti: osservate bene (ciò) Si tramanda che lo Stato ateniese, all'epoca in cui ebbe grande supremazia politica, fu caratterizzato da estrema civiltà Dicono che Solone - colui il quale redasse quelle leggi che ancora oggi (essi) utilizzano di quello Stato, l'uomo èù saggio in assoluto per politica e morale. Quando sono interrogati sul perché non avesse contemplato alcuna pena per un reo di parricidio egli rispose d'aver ritenuto che nessuno avrebbe (mai) commesso un atto (simile). Opinione comune che egli abbia fatto ciò con saggezza, non avendo previsto alcuna pena per un delitto che, in precedenza, non era stato commesso, e nell'essergli sembrato (quel parricidio) non da proibire, quanto piuttosto da prevenire con persuasione. Ah, quanto i nostri antenati sono stati più saggi! Ben sapendo che non c'è nulla di tanto sacro che l'audacia non violi talora, essi approntarono una singolare punizione per i rei di parricidio, di modo che coloro che la natura stessa non fosse riuscita a mantenere nel doveroso comportamento, fossero scoraggiati dal commettere quell'orrendo delitto in virtù dell'enormità della pena. (I nostri antenati) vollero che (i rei di parricidio) venissero chiusi vivi in un sacco e gettati in fiume.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Recte etiam a Theophrasto philosopho est laudata hospitalitas; est enim valde decorum patere domos hominum inlustrium hospitibus inlustribus, idque etiam rei publicae est ornamento, homines externos hoc liberalitatis genere in urbe nostra non egere. Est autem etiam vehementer utile iis, qui desiderant honesti et laude digni esse, per hospites apud externos populos valere opibus et gratia. Theophrastus quidem scripsit Cimonem Athenis etiam in suos curiales Laciadas hospitalem fuisse.
L'ospitalità è a giusta ragione elogiata da Teofrasto; è infatti molto onorevole aprire le case di uomini illustri ad uomini illustri, e ciò è di lustro anche per lo Stato, che gli stranieri possano contare su questo genere di liberalità nella nostra città. Invero, è anche estremamente utile a coloro che vogliono essere degni di ciò che è conveniente e di lode acquistare importanza per mezzo degli ospiti, presso i popoli stranieri, per ricchezze e favore. Inoltre Teofrasto ha scritto che Cimone, ad Atene, fu ospitale nei confronti dei suoi curiali Laciadi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Quid est quod semper sit neque ullum habeat ortum, et quod gignatur nec umquam sit? Quorum alterum intellegentia et ratione conprehenditur, quod unum atque idem semper est; alterum quod adfert ad opinionem sensum rationis expers, quod totum opinabile est, id gignitur et interit nec umquam esse vere potest. Omne autem quod gignitur ex aliqua causa gigni necesse est; nullius enim rei causa remota reperiri origo potest. Quocirca si is qui aliquod munus efficere molitur eam speciem, quae semper eadem, intuebitur atque id sibi proponet exemplar, praeclarum opus efficiat necesse est; sin autem eam quae gignitur, numquam illam quam expetet pulchritudinem consequetur. Omne igitur caelum sive mundus sive quo alio vocabulo gaudet, hoc a nobis nuncupatus sit - de quo id primum consideremus quod principio est in omni quaestione considerandum, semperne fuerit nullo generatus ortu, an ortus sit ab aliquo temporis principatu.
Che cosa è ciò che sempre è e non ha nascita, e che cos'è ciò che sempre si genera, e che mai non è? L'uno si apprende con l'intelligenza e mediante il ragionamento, poiché è sempre uno e allo stesso modo, l'altro poiché si congettura con l'opinione mediante la sensazione irrazionale, poiché si genera e muore, e in realtà non è mai tutto inopinabile. Tutto ciò che è generato si genera necessariamente da una causa: infatti per ogni cosa è impossibile generarsi senza una causa. Quando l'artefice, rivolgendo il suo sguardo verso ciò che è sempre allo stesso modo e servendosi di una tale entità come di un modello, realizza la forma e la proprietà di qualche cosa, è necessariamente bello tutto quello che in questo modo realizza. Non è bello se invece ha prestato attenzione a ciò che è soggetto a generazione, servendosi appunto di un modello generato. Dunque, riguardo a tutto il cielo o cosmo o come lo si preferisca chiamare, così noi possiamo chiamarlo - bisogna innanzitutto considerare di esso ciò che abbiamo stabilito di dover considerare in principio riguardo ad ogni cosa, vale a dire se è sempre, e non ha alcun principio di nascita, oppure si è generato traendo origine da un qualche principio.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Apud Xenophontem autem moriens Cyrus maior haec dicit: «Nolite arbitrari, o mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed intellegebatis eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam. Eundem igitur esse creditote, etiamsi eum non videbitis. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori. Cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; omnia abeunt enim illuc, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Qua re, si haec ita sunt, sic me colitote ut deum; sin animus interiturus est una cum corpore, vos tamen, deos verentes, qui hunc mundum tuentur et regunt, memoriam nostri pie inviolateque servatote»
In Senofonte (nell'opera di Senofonte) Ciro il Grande, mentre muore dice queste cose: «Non pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sarò andato da voi, non sarò da nessuna parte o non esisterò più. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sarà sempre la stessa, anche se non la vedrete più. Quanto a me, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, finché si trovano nei corpi mortali, vivano, ma, una volta uscite, muoiano. Quando la natura dell'uomo è dissolta dalla morte, è chiaro dove va ciascuna delle altre componenti. Per questo, se le cose stanno così, veneratemi come una divinità; se poi l'anima è destinata a perire assieme al corpo, voi tuttavia, venerando gli dei che proteggono e reggono questo mondo, conservate il ricordo di me con devozione ed affetto».