- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Primus statim impetus belli Bithyniam rapuit, Asia inde pari terrore correpta est, nec cunctanter ad regem ab urbibus nostris populisque descitum est. Aderat, instabat, saevitiam quasi virtutem adhibebat: atrocissimo uno edicto omnes qui in Asia erant Romanae civitatis homines interfici iussit. Tum quidem domus, templa et arae, humana omnia atque divina iura violata sunt. Sed terror Asiae Europam quoque regi aperiebat. Itaque, mittens Archelaum Neoptolemumque praefectos, praeter Rhodum, quae pro nobis firmius stetit, ceteras Cyclades, Delos, Euboeam et Graeciae decorem Athenas tenebat. Italiam iamque urbem Romam regius terror adflabat. Itaque L. Sulla festinat, vir armis optimus, parique violentia ruentem ulterius hostem quasi manu reppulit. Primumque Athenas urbem, frugum parentem, obsidione ac fame ad humanos cibos compulit; mox subrutus est Piraei portus sex aut amplius muris cinctus.
Il primo assalto della guerra conquistò subito la Bitinia, poi con pari violenza fu travolta l’Asia e immediatamente dalle nostre città e dai popoli si passò dalla parte del re. Mitridate aveva assalito, minacciava, usava la ferocia come un valore: con un editto molto crudele stabilì che fossero uccisi tutti gli uomini che in Asia erano di cittadinanza romana. Inoltre senza dubbio furono violati abitazioni, templi e altari, tutte le leggi umane e divine. Ma il terrore dell’Asia apriva al re anche l’Europa. Quindi, mentre mandava Archelao e Neottolemo come prefetti, eccetto Rodi, che restò più saldamente dalla nostra parte, occupava le rimanenti Cicladi, Delo, Eubea e Atene bellezza della Grecia. La minaccia del re soffiava ormai sull’Italia e sulla città di Roma. Perciò L. Silla, il migliore uomo d’armi, agisce in fretta e con pari violenza respinse quasi a mano il nemico che crollò più avanti. Prima costrinse con l’assedio e la fame la città di Atene, patria di messi, a cibo umano; in seguito fu demolito il porto del Pireo che era stato cinto con sei o più mura.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Schiavi non comandanti
Autore: Cicerone
Saepe homines, suis cupidinibus servientes, imperatores appellati sunt. Nos tamen quomodo imperatorem appellemus eum qui non possit animo et corpori suo imperare? Refrenet primum libidines, spernat voluptates, iracundiam teneat, coerceat avaritiam, ceteras animi labes repellat. Tum incipiet aliis imperare, cum ipse improbissimis dominis, dedecori ac turpitudini, parere desierit. Donec enim iis oboediet, ne eum imperatorem appellemus, sed ne hominem quidem! Praeclare hoc usurpatum est a doctissimis viris. Cur igitur ego eorum auctoritate non utar?
Gli uomini spesso schiavi dei loro desideri, sono chiamati comandanti. Tuttavia noi come possiamo chiamare comandante colui che non può governare la sua anima e il suo corpo? Freni innanzitutto i desideri, disprezzi le volontà, trattenga l'ira, comprima l'avarizia, scacci gli altri danni dell'animo. (Solo) allora inizi a comandare agli altri, quando lui stesso smetterà di obbedire ai signori molto malvagi, al disprezzo e alla turpitudine. Infatti finchèobbedirà a questi non lo chiameremo comandante, ma nemmeno (lo chiameremo) uomo! Questa argomentazione è stata utilizzata da uomini dottissimi. Perchè dunque io non (posso) usare la loro autorità?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Seguiamo la natura
Versione di latino di Cicerone dal De Officis
LIBRO Cotidie legere
Nos autem naturam sequamur et ab omni, quod abhorret ab oculorum auriumque approbatione fugiamus; status, incessus, sessio, accubitio, vultus, oculi, manuum motus teneat illud decorum. Sunt etiam, qui aut studio rei familiaris tuendae aut odio quodam hominum suum se negotium agere dicant nec facere cuiquam videantur iniuriam. Qui altero genere iniustitiae vacant, in alterum incurrunt; deserunt enim vitae societatem, quia nihil conferunt in eam studii, nihil operae, nihil facultatum. Cum autem pulchritudinis duo genera sint, quorum in altero venustas sit, in altero dignitas, venustatem muliebrem ducere debemus, dignitatem virilem. Ergo et a forma removeatur omnis viro non dignus ornatus, et huic simile vitium in gestu motuque caveatur. Nam et palaestrici motus sunt saepe odiosiores et histrionum nonnulli gestus ineptiis non vacant, et in utroque genere quae sunt recta et simplicia laudantur. Formae autem dignitas coloris bonitate tuenda est, color exercitationibus corporis. Adhibenda praeterea munditia est non odiosa neque exquisita nimis, tantum quae fugiat agrestem et inhumanam neglegentiam. Eadem ratio est habenda vestitus, in quo, sicut in plerisque rebus, mediocritas optima est.
Traduzione
No, noi dobbiamo prendere per guida la natura ed evitare tutto ciò che può offendere gli orecchi: lo stare in piedi e il camminare, il modo di star a tavola, il volto, lo sguardo, il gesto conservino il più dignitoso decoro. Vi sono anche di quelli che, o per desiderio di ben custodire i propri beni, o per una certa avversione verso gli uomini, dichiarano di attendere soltanto ai loro affari, senza credere perciò di far torto ad alcuno. Costoro, se sono esenti da una specie d'ingiustizia, incorrono però nell'altra: abbandonano l'umana società, perché non dedicano ad essa né amore, né attività, né denaro. Vi sono due specie di bellezza: l'una ha in sé la grazia, l'altra la dignità. Dobbiamo perciò apprezzare la grazia propria della donna e la dignità propria dell'uomo. Si tenga dunque lontano dalla nostra persona ogni ornamento non degno dell'uomo; si rifugga da un simile difetto anche nel gesto e nel moto. Invero, come certe movenze da ginnasti sono spesso alquanto affettate, così alcuni gesti di attori peccano di leziosaggine; nell'uno e nell'altro caso si lodano invece la semplicità e la naturalezza. La nobiltà dell'aspetto si manterrà con la freschezza del colorito, e questo con gli esercizi del corpo. Si ami inoltre la pulizia, non affettata né ricercata, ma quanto basta per schivare la rustica e incivile trascuratezza. La stessa cura dobbiamo avere anche nel vestire; in questo come nella maggior parte delle cose, la via di mezzo è la migliore{/imgscramble
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Cicerone Insulae morfosintassi b pagina 196 numero 40
Inizio: Cicero Caelio aedili curuli salutem dicit Fine: cum Fadius tua opera volet uti. Cicerone saluta l'edile curule Celio.
Mi avvalgo di M. Fadio, uomo ottimo e persona molto dotta, intimissimo, e mi è straordinariamente caro, da una parte per il suo eccellente temperamento, e l'eccellente insegnamento, dall'altra per la sua modestia fuori dal comune. Voglio che tu ti faccia carico del suo caso come se fosse un mio processo. So che siete un grande avvocato; è necessario che un uomo uccida per potersi servire del vostro servizio!Ma verso quest'uomo non accetto nessuna giustificazione. Abbandonerai tutto, per favore, dal momento che Fabio vuole avvalersi del tuo servizio.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Quis Carthaginiensium pluris fuit Hannibale consilio, virtute, rebus gestis, qui unus cum tot imperatoribus nostris per tot annos de imperio et de gloria decertavit? Hunc sui cives e civitate eiecerunt: nos etiam hostem litteris nostris et memoria videmus esse celebratum. Qua re imitemur nostros Brutos, Camillos, Ahalas, Decios, Curios, Fabricios, Maximos, Scipiones, Lentulos, Aemilios, innumerabilis alios qui hanc rem publicam stabiliuerunt; quos equidem in deorum immortalium coetu ac numero repono. Amemus patriam, pareamus senatui, consulamus bonis; praesentis fructus neglegamus, posteritatis gloriae serviamus; id esse optimum putemus quod erit rectissimum; speremus quae volumus, sed quod acciderit feramus; cogitemus denique corpus virorum fortium magnorumque hominum esse mortale, animi vero motus et virtutis gloria sempiternam
Chi tra i Cartaginesi fu superiore ad Annibale per la saggezza, per il valore e e per le gesta, quale l’unico che combattè per tanti anni contro tanti nostri condottieri per la supremazia e per la gloria? I suoi concittadini scacciarono questo dalla città: invece noi osserviamo che, il nemico, è stato celebrato nella nostra letteratura e nella storia. Pertanto imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Ahala, Decii, Curii, Fabrizi, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilii e moltri altri che hanno reso solido questo Stato; io, li pongo per me (dal canto mio) nel novero e nell’assemblea degli dei immortali. Amiamo la patria, obbediamo al senato, provvediamo alle persone oneste; trascuriamo i vantaggi immediati, operiamo per la gloria presso i posteri; riteniamo che la cosa migliore sia quella che sarà la più giusta; speriamo ciò che vogliamo, ma tolleriamo ciò che accadrà; infine rendiamoci conto che il corpo degli uomini forti e dei grandi uomini è mortale, mentre la vita dell’anima e la gloria della virtù sono eterne (lett. singolare)
- La leggenda sull'origine dell'aruspicina è priva di senso - Versione Cicerone Primus liber
- Schiaccianti le prove contro Catilina - Versione latino Cicerone
- Cicerone Pro Archia 10 (Traduzione letterale)
- La vecchiaia non distoglie dalle attività- Versione di latino di Cicerone dal libro Cotidie discere