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Nunc, Quirites, quoniam consceleratissimi periculosissimique belli nefarios duces captos iam et comprehensos tenetis, existimandum esse puto omnes Catilinae opes concidisse, cum haec pericula depulsa sint. Cum ego Catilinam pellebam, hoc praevidebam in animo: reliquos eius socios non amplius extimescendos esse. Ille unus erat timendus ex istis omnibus, sed tamdiu in urbe nostra erat. Nam omnia noverat, omnes appellare, temptare, sollicitare poterat; erat ei consilium ad facinora aptum; ei neque lingua neque manus deerat. Iam homines certos habebat, quibus statutae res conficiendae erant. Cum autem aliquid suscepturus erat, nihil erat quod non ipse occurreret, vigilaret, laboraret: frigus, sitim, famem passurus erat. Hunc ego hominem nisi ex urbe compulissem, non facile hanc tantam molem periculi a cervicibus vestris depulissem. Nam, si Catilina in urbe remansisset, armis cum eo dimicandum fuisset.
Ora, o Quiriti, dal momento che (aliquem teneo = trattenere qualcuno) trattenete e contenete prigionieri i più infami (superlativo conscĕlĕrātus) e i più pericolosi nefandi condottieri ritengo che bisogna credere che tutte le forze armate di Catilina siano state annientate, poiché questi pericoli sono stati allontanati. Quando io bandivo Catilina, nell'animo presagivo questo: non bisognava più temere i restanti suoi alleati. Egli era il solo da temere fra tutti questi, ma solo fino a quando era nella nostra città. Infatti egli veniva a conoscenza di ogni cosa (puoi tradurre anche: sapeva tutte le cose), poteva incolpare, colpire, tormentare tutti; egli aveva (dativo di possesso "a lui era l'intelligenza"); intelligenza portata ai crimini: e a lui non mancava né la lingua né la mano. Aveva uomini fidati, dai quali tutte le cose stabilite dovevano essere fatte. Quando invece aveva intenzione di intraprendere qualche cosa, non c'era nulla che egli stesso non fronteggiasse, vigilasse e facesse: si accingeva a sopportare il freddo, la sete e la fame. Se io non avessi cacciato quest'uomo dalla città, non avrei facilmente allontanato una così grande quantità di pericolo dalle vostre teste. Infatti, se Catilina fosse rimasto in città avremmo dovuto combattere con lui con le armi.
(By Vogue)
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Quis enim nostrum, iudices, ignorat ita naturam rerum tulisse ut quodam tempore homines nondum neque naturali neque civili iure descripto fusi per agros ac dispersi vagarentur, tantumque haberent quantum manu ac viribus per caedem ac vulnera aut eripere aut retinere potuissent? qui igitur primi virtute et consilio praestanti exstiterunt, ii perspecto genere humanae docilitatis atque ingeni dissupatos unum in locum congregarunt eosque ex feritate illa ad iustitiam atque ad mansuetudinem transduxerunt. tum res ad communem utilitatem, quas publicas appellamus, tum conventicula hominum, quae postea civitates nominatae sunt, tum domicilia coniuncta, quas urbis dicimus, invento et divino iure et humano moenibus saepserunt. atque inter hanc vitam perpolitam humanitate et illam immanem nihil tam interest quam ius atque vis.
Chi di noi, o giudici, ignora che la natura ha operato in modo, che un tempo, quando non s'era ancor concretato né un diritto naturale né un diritto civile, gli uomini andavano vagando, isolati e spersi per le terre, e tanto possedevano quanto, con la forza del braccio e dando morte e ferite, potevano strappare e tenere per sé? Quelli poi che si affermavano primi per valore e per senno, resisi conto delle attitudini dell'ingegno umano, raccolsero quei vagabondi in luoghi determinati, e li trassero dalla originaria selvatichezza alla giustizia e all'umanità. Nacquero da ciò quelle istituzioni pel bene comune, che noi chiamiamo pubbliche, quegli aggregati d'uomini che ebbero poi nome di società, quegli aggregati di case che ebbero nome di città, e che, adottate le norme della religione e del diritto umano, furon protette da mura. Quello che più differenzia questo vivere che la civiltà ha affinato, dal viver barbaro di un tempo, è il diritto nell'uno, la violenza nell'altro
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Cicerone replica alle accuse di Metello
Autore: Cicerone
Nuovo Comprendere e tradurre vol 3 pagina 197
Quare non ego oppugnavi fratrem tuum, sed fratri tuo repugnavi, nec in te, ut scribis, animo fui mobili, sed ita stabili, ut in mea erga te voluntate etiam desertus ab officiis tuis permanerem. Atque hoc ipso tempore tibi paene minitanti nobis per litteras haec rescribo atque respondeo: ego dolori tuo non solum ignosco, sed summam etiam laudem tribuo—meus enim me sensus, quanta vis fraterni sit amoris, admonet—; a te peto, ut tu quoque aequum te iudicem dolori meo praebeas: si acerbe, si crudeliter, si sine causa sum a tuis oppugnatus, ut statuas mihi non modo non cedendum, sed etiam tuo atque exercitus tui auxilio in eiusmodi causa utendum fuisse; ego te mihi semper amicum esse volui, me ut tibi amicissimum esse intelligeres, laboravi: maneo in voluntate et, quoad voles tu, permanebo citiusque amore tui fratrem tuum odisse desinam, quam illius odio quidquam de nostra benevolentia detraham. Dunque non io ho "attaccato" tuo fratello, ma ho reagito agli attacchi di tuo fratello; e i miei sentimenti per te non sono affatto stati "volubili", come scrivi, ma al contrario tanto saldi che la mia buona disposizione verso di te, nonostante la perdita dei tuoi buoni uffici, è rimasta intatta. E in questo stesso momento, alle tue velate minacce epistolari replico e rispondo in questo modo: non soltanto giustifico la tua afflizione, ma le do anche il massimo riconoscimento. Non sono certo insensibile, per me, all'intensità dell'affetto fraterno. A te chiedo di mostrarti te pure giudice imparziale della mia afflizione: se i tuoi mi hanno attaccato con asprezza, con ferocia, senza alcun fondamento, chiedo a te di convenire che non solo non dovevo cedere, ma che in una circostanza simile dovevo anche giovarmi dell'aiuto tuo e del tuo esercito. Ho sempre voluto che tu mi fossi amico; ho fatto ogni sforzo perché tu capissi che ti ero amico devoto. Resto nella medesima disposizio ne d'animo e vi resterò finche tu lo vorrai e per amor tuo cesserò di provare rancore per tuo fratello, prima ancora che questo rancore possa minimamente scalfire la nostra reciproca stima e simpatia.
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Pythagoras mihi si diceret aut Socrates aut Plato: 'Quid iaces aut quid maeres aut cur succumbis cedisque fortunae? quae pervellere te forsitan potuerit et pungere, non potuit certe vires frangere. Magna vis est in virtutibus; eas excita, si forte dormiunt. Iam tibi aderit princeps fortitudo, quae te animo tanto esse coget, ut omnia, quae possint homini evenire, contemnas et pro nihilo putes. Aderit temperantia, quae est eadem moderatio, a me quidem paulo ante appellata frugalitas, quae te turpiter et nequiter facere nihil patietur. Quid est autem nequius aut turpius ecfeminato viro? Ne iustitia quidem sinet te ista facere, cui minimum esse videtur in hac causa loci; quae tamen ita dicet dupliciter esse te iniustum, cum et alienum adpetas, qui mortalis natus condicionem postules inmortalium et graviter feras te, quod utendum acceperis, reddidisse. Prudentiae vero quid respondebis docenti virtutem sese esse contentam, quo modo ad bene vivendum, sic etiam ad beate? Quae si extrinsecus religata pendeat et non et oriatur a se et rursus ad se revertatur et omnia sua complexa nihil quaerat aliunde, non intellego, cur aut verbis tam vehementer ornanda aut re tantopere expetenda videatur'. Ad haec bona me si revocas, Epicure, pareo, sequor, utor te ipso duce, obliviscor etiam malorum, ut iubes, eoque facilius, quod ea ne in malis quidem ponenda censeo. Sed traducis cogitationes meas ad voluptates. Quas? Corporis, credo, aut quae propter corpus vel recordatione vel spe cogitentur. Num quid est aliud? rectene interpretor sententiam tuam? Solent enim isti negare nos intellegere, quid dicat Epicurus.
Mettiamo che venga Pitagora, oppure Socrate, o Platone a farmi questo discorso: " che cos'è questo tuo abbattimento, questa tristezza? perché ti lasci sopraffare dall'avversa sorte? Ti avrà potuto stimolare, ti avrà potuto pungere, va bene: certo però non sarà riuscita a spegnere la tua energia. Grande è il potere delle virtù; e tu, se dormono, le devi svegliare. Verrà subito in tuo aiuto, prima di tutte le altre, il coraggio, e ti darà tanta forza d'animo da permetterti di guardare con disprezzo e con noncuranza tutti i casi possibili della vita. Verrà in tuo aiuto la temperanza, che è come dire la modera-(quella moderazione che io prima ho chiamata frugalitas), che non permetterà mai che tu compia azioni lodi )indegne e vili - e un uomo, effeminato è quanto di più Indegno e di più vile ci possa essere. Neanche la giustizia II lascerà compiere azioni di questo tipo, per quanto possa parere che con questo tema essa non abbia quasi nulla a che fare; e ti dirà che sei ingiusto due volte, ". perché desideri la roba d'altri - tu che, nato mortale, vuoi salire alla condizione degli immortali - e perché f ti dispiace di aver dovuto restituire quello che ti eradato soltanto in prestito. E che cosa risponderai. .Ila prudenza, quand'essa ti dirà che la virtù, come basta a garantire l'onestà della vita, basta anche a dare la felicità? Se lei, la prudenza, fosse legata alle cose di fuori e dipendesse da loro, se non trovasse in sé il suo principio e la sua fine, se non si limitasse ad abbracciare gli elementi che la compongono senza cercare nulla altrove, io non capisco perché dovrebbe essere tanto esaltata a parole e tanto appassionatamente ricercata". Se sono questi qui i beni a cui tu mi richiami, Epicuro, io t'obbedisco, ti seguo, ti prendo come guida, mi dimentico anche dei miei mali, come tu pretendi - e questo tanto più facilmente perché io mali non li considero neanche. Ma tu vuoi farmi orientare il pensiero sui piaceri. Quali sono, questi piaceri? Quelli del corpo, immagino, o quelli che producono, sempre ad uso del corpo, il ricordo o la speranza. Questo è tutto, no? Lo interpreto giustamente, il tuo pensiero? Perché i suoi seguaci sostengono sempre che noi quello che dice Epicuro non riusciamo a capirlo.
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Haec igitur lex in amicitia sanciatur, ut neque rogemus res turpes nec faciamus rogati Turpis enim excusatio est et minime accipienda cum in ceteris peccatis, tum si quis contra rem publicam se amici causa fecisse fateatur. Etenim eo loco, Fanni et Scaevola, locati sumus ut nos longe prospicere oporteat futuros casus rei publicae. Deflexit iam aliquantum de spatio curriculoque consuetudo maiorum.
Ti. Gracchus regnum occupare conatus est, vel regnavit is quidem paucos menses. Num quid simile populus Romanus audierat aut viderat? Hunc etiam post mortem secuti amici et propinqui quid in P. Scipione effecerint, sine lacrimis non queo dicere. Nam Carbonem, quocumque modo potuimus, propter recentem poenam Ti. Gracchi sustinuimus; de C. Gracchi autem tribunatu quid expectem, non libet augurari. Serpit deinde res; quae proclivis ad perniciem, cum semel coepit, labitur. Videtis in tabella iam ante quanta sit facta labes, primo Gabinia lege, biennio autem post Cassia. Videre iam videor populum a senatu disiunctum, multitudinis arbitrio res maximas agi. Plures enim discent quem ad modum haec fiant, quam quem ad modum iis resistatur. Quorsum haec? Quia sine sociis nemo quicquam tale conatur. Praecipiendum est igitur bonis ut, si in eius modi amicitias ignari casu aliquo inciderint, ne existiment ita se alligatos ut ab amicis in magna aliqua re publica peccantibus non discedant; improbis autem poena statuenda est, nec vero minor iis qui secuti erunt alterum, quam iis qui ipsi fuerint impietatis duces. Quis clarior in Graecia Themistocle, quis potentior? qui cum imperator bello Persico servitute Graeciam liberavisset propterque invidiam in exsilium expulsus esset, ingratae patriae iniuriam non tulit, quam ferre debuit, fecit idem, quod xx annis ante apud nos fecerat Coriolanus. His adiutor contra patriam inventus est nemo; itaque mortem sibi uterque conscivit.
Quare talis improborum consensio non modo excusatione amicitiae tegenda non est sed potius supplicio omni vindicanda est, ut ne quis concessum putet amicum vel bellum patriae inferentem sequi; quod quidem, ut res ire coepit, haud scio an aliquando futurum sit. Mihi autem non minori curae est, qualis res publica post mortem meam futura, quam qualis hodie sit.
Haec igitur prima lex amicitiae sanciatur, ut ab amicis honesta petamus, amicorum causa honesta faciamus, ne exspectemus quidem, dum rogemur; studium semper adsit, cunctatio absit; consilium vero dare audeamus libere. Plurimum in amicitia amicorum bene suadentium valeat auctoritas, eaque et adhibeatur ad monendum non modo aperte sed etiam acriter, si res postulabit, et adhibitae pareatur.
Si stabilisca dunque la seguente legge dell'amicizia: non avanzare richieste immorali né esaudirle se richieste. È una scusa davvero vergognosa e assolutamente inaccettabile confessare di aver commesso un reato, specie contro lo stato, in nome dell'amicizia. In verità, cari Fannio e Scevola, siamo arrivati a un punto che dobbiamo prevedere con largo anticipo quali mali si abbatteranno sullo stato. Ormai deviamo non poco dalla retta via tracciata dai Padri.
Tiberio Gracco ha cercato di arrogarsi un potere regale o, piuttosto, è stato re per pochi mesi. Il popolo romano aveva mai sentito o visto qualcosa del genere? Anche dopo la morte di Tiberio Gracco i suoi amici e parenti ne seguirono l'esempio: e quel che fecero a Publio Scipione non posso dirlo senza PIANGERE. Quanto a Carbone lo abbiamo sopportato quanto ci è stato possibile solo perché da poco era stata inflitta una punizione a Tiberio Gracco. Che cosa mi aspetto poi dal tribunato di Caio Gracco, è meglio non prevederlo. Ormai serpeggia un male che, una volta risvegliato, scivola giù a seminar rovina. Vedete, a proposito delle norme di votazione, che marcio si è creato prima con la legge Gabinia e due anni dopo con la legge Cassia. Mi sembra già di vedere il popolo opporsi al senato e le più importanti questioni risolversi secondo i capricci della folla. E la gente imparerà a fomentar rivoluzioni piuttosto che a porvi rimedio. Perché parlo così? Perché senza complici nessuno tenta simili imprese. Bisogna quindi esortare i virtuosi, se per caso e senza accorgersene si imbattono in amicizie del genere, a non credersi obbligati a non staccarsi da amici che si macchiano di gravi reati politici. Contro i corrotti si deve stabilire una pena non inferiore per i seguaci che per gli ideatori del crimine. Chi fu più illustre, in Grecia, di Temistocle? Chi più potente? Lui che, stratega della guerra contro i Persiani, aveva liberato la Grecia dalla servitù ed era stato esiliato per invidia, non seppe sopportare, come avrebbe dovuto, l'ingiustizia della sua patria ingrata. Compì lo stesso gesto che, vent'anni prima, da noi, era stato di Coriolano. Non trovarono nessuno che li aiutasse contro la patria: perciò, entrambi, si suicidarono. Non solo non bisogna coprire con il pretesto dell'amicizia un simile complotto di gente corrotta, ma piuttosto punirlo con le sanzioni più gravi, perché nessuno si creda autorizzato a seguire l'amico anche quando attenta allo stato. E, da come vanno le cose, non è detto che un domani non accada. Nel mio caso, poi, il pensiero di come sarà la situazione politica dopo la mia morte desta in me preoccupazioni non meno gravi di quelle per il presente. Si stabilisca dunque la prima legge dell'amicizia: bisogna rivolgere agli amici solo richieste oneste, compiere per gli amici solo azioni oneste senza aspettare di esserne richiesti, mostrarsi sempre disponibili e mai esitanti, avere il coraggio di dare liberamente il proprio parere. Valga soprattutto nell'amicizia l'autorità degli amici che danno buoni consigli; tale autorità serva ad ammonire non solo con sincerità ma, se la situazione lo richiede, anche con asprezza e, in tal caso, le si obbedisca.