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Testo latino Cicero Varroni salutem dicit Ex litteris quid ageres et ubi esses, cognovi; quando autem te visuri essemus, nihil sane ex iisdem litteris potui suspicari. In spem tamen venio appropinquare tuum adventum: qui mihi utinam solatio sit! Etsi (="benché") tot tantisque rebus urgemur, tamen aut tu potes me aut ego te fortasse aliqua re iuvare; scito enim me, posteaquam in Urbem venerim, redisse cum veteribus amicis, id est cum libris nostris, in gratiam; eorum usum dimiseram non quod iis suscenserem, sed quod eorum me pudebat: videbar enim mihi, cum me in res turbulentissimas (cum) infidelissimis sociis demisissem, praecepis illorum non satis paruisse. Ignoscunt mihi, revocant in consuetudinem pristinam teque, quod in ea permanseris, sapientiorem quam me dicunt fuisse. Quamobrem, quoniam placatis iis utor, videor sperare debere ea quae impedeant me facile transiturum (esse).
Traduzione Cicerone saluta Varrone (lett. dice salute a Varrone) appresi dalla lettera cosa fai e dove sei; quando potremo vederci, non potei dalla stessa lettera in alcun modo sospettare. Tuttavia sono nella speranza che il tuo arrivo si avvicini: che mi sia di conforto! Benché io sia oppresso da tanti e grandi affari, tuttavia o tu puoi giovare a me o io, forse, in qualche cosa a te; sappi infatti che io, dopo che fui giunto a Roma, ritornai con i vecchi amici; cioè con i nostri libri; avevo smesso l’utilizzo di loro non perché ero adirato con loro, ma perché mi vergognavo di loro: mi sembrava infatti di non aver ubbidito abbastanza ai loro precetti, essendomi abbassato in cose molto turbolente con compagni infedelissimi. Mi perdonano, mi richiamano alla vecchia abitudine e mi dicono che tu sei stato molto più saggio di me, poiché hai perseverato in essa. Per la qual cosa, poiché mi servo di loro ben disposti, sembra di dover sperare che quelle cose che mi sovrastano le supererò facilmente.
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Catone ricorda con affettuoso rispetto Q. Massimo
Autore: Cicerone
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Ego Q. Maximum, eum qui Tarentum recepit, senem adulescens ita dilexi, ut aequalem; erat enim in illo viro comitate condita gravitas, nec senectus mores mutaverat. Quamquam eum colere coepi non admodum grandem natu, sed tamen iam aetate provectum. Anno enim post consul primum fuerat quam ego natus sum, cumque eo quartum consule adulescentulus miles ad Capuam profectus sum quintoque anno post ad Tarentum. Quaestor deinde quadriennio post factus sum, quem magistratum gessi consulibus Tuditano et Cethego, cum quidem ille admodum senex suasor legis Cinciae de donis et muneribus fuit. Hic et bella gerebat ut adulescens, cum plane grandis esset, et Hannibalem iuveniliter exsultantem patientia sua molliebat. De quo praeclare familiaris noster Ennius: Unus homo nobis cunctando restituit rem, Noenum rumores ponebat ante salutem: Ergo plusque magisque viri nunc gloria claret
Come a un coetaneo, volli bene, io giovane lui vecchio, a Quinto Massimo, il riconquistatore di Taranto. C'era in quell'uomo grande una severità condita dall'affabilità e la vecchiaia non aveva cambiato il suo carattere. Veramente, iniziai a rendergli onore quando non era molto anziano, ma tuttavia già avanti negli anni: era stato console per la prima volta l'anno successivo alla mia nascita e, quando lo fu per la quarta volta, partii con lui - ero un giovincello - come soldato semplice per Capua e cinque anni dopo per Taranto. Divenuto questore, esercitai tale magistratura sotto il consolato di Tuditano e Cetego quando lui, ormai molto vecchio, sosteneva la legge Cincia «sui doni e le ricompense». Sapeva al tempo stesso combattere come un ragazzo nonostante l'età molto avanzata e fiaccare con la pazienza un Annibale pieno di ardore giovanile.
Di lui scrisse magnificamente il mio amico Ennio: «Un solo uomo, temporeggiando, salvò la nostra patria; non anteponeva il mormorar della gente al bene pubblico. Così, risplende e sempre più risplenderà la sua gloria. »
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Henna autem, ubi ea quae dico gesta esse memorantur, est loco perexcelso atque edito, quo in sommo est aequata agri planities et aquae perennes, tota vero ab affini adito circumcisa atque directa est; quam circa lacus lucique sunt plurimi atque laetissimi fIores omni tempore anni, locus ut ipse raptum illum virginis, quem iam a pueris accepimus, declarare videatur. Nam prope est spelunca conversa ad aquilonem, infinita altitudine, ex qua Pluto fertur repente cum curru exstitisse abreptamque ex eo loco virginem secum asportasse et subito non longe a Syracusis sub terras penetrasse.
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Henna autem, ubi ea quae dico gesta esse memorantur, est loco perexcelso atque edito, quo in sommo est aequata...
D’altra parte Enna, dove si racconta siano accaduti questi fatti che sto raccontando, è collocata molto in alto; sulla sommità di questo luogo c’è una grande pianura ed acque perenni, ma è da tutti i lati scoscesa ed a picco, senza possibilità di accesso. Intorno ad essa ci sono moltissimi laghi e boschi e rigogliosissimi fiori in ogni stagione, ltanto che lo stesso luogo sembrava render noto quel rapimento della vergine, che fin da fanciulli abbiamo conosciuto. Infatti nelle vicinanze vi è una grotta volta a settentrione, di grande profondità, dalla quale si tramanda che Plutone velocemente fosse apparso con un carro e, rapita da quel luogo la vergine, l'avesse trasportata via con sè.
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Henna autem, ubi ea quae dico gesta esse memorantur, est loco perexcelso atque edito, quo in sommo est aequata...
D'altra parte Enna, dove si racconta siano accaduti questi fatti che sto raccontando, è collocata molto in alto; li ci sono moltissimi laghi e boschi e rigogliosissimi fiori in ogni stagione, tanto che lo stesso luogo sembra render noto quel famoso rapimento della vergine, che abbiamo appreso fin da fanciulli. Infatti vicino vi è una spelonca rivolta verso settentrione, dalla quale tramandano che improvvisamente venne fuori col carro il padre Dite e, rapendo la vergine da quel luogo, la portò con sé e subito non lontano da Siracusa penetrò sotto terra; in seguito improvvisamente in quel luogo si formò un lago, dove da allora fino a questo tempo, i Siracusani festeggiano le feste annuali con grandissima partecipazione di uomini e donne.
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Il valore della libertà Cicerone Terza Filippica
PRIMA FRASE: Nihil est detestabilius dedecore, nihil foedius servitute.
ULTIMA FRASE: Iucundiorem autem faciet libertatem servitutis recordatio.
Niente è più detestabile del disonore, niente è più vergognoso della servitù. Siamo nati per il decoro e per la libertà: conserviamole oppure moriamo con dignità. Troppo a lungo abbiamo nascosto ciò che sentivamo; ormai è manifesto; tutti manifestano nell'uno e nell'altro senso ciò che provano, ciò che vogliono. Ci sono cittadini scellerati - troppi in relazione all'amore per la patria, assolutamente pochi rispetto alla moltitudine di coloro che provano dei sentimenti (buoni) - per opprimere i quali, gli dei diedero un incredibile potere e fortuna allo stato. Per questo motivo i consoli si avvicinano al potere che noi abbiamo di somma prudenza, virtù, concordia, avendo meditato e riflettuto per molti mesi riguardo alla libertà del popolo romano. Con la loro azione e con la loro guida, con l'aiuto degli dei, con il consenso del popolo romano sicuramente in breve tempo saremo liberi. Il ricordo della schiavitù renderà molto più piacevole la libertà.
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Emilius paulus, Perseo victo Omni Macedonum gaza, quae fuit maxima, potitus Paulus; tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum. At hic nihil domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus patrem Africanus nihilo locupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in censura, L. Mummius, num quid copiosior, cum copiosissimam urbem funditus sustulisset? Italiam ornare quam domum suam maluit; quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur ornatior. Nullum igitur vitium taetrius est, ut eo, unde digressa est, referat se oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus. Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraclum edidit, Spartam nulla re alia nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lacedaemoniis, sed etiam omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius benivolentiam multitudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam abstinentia et continentia.
E. Paolo, vinto Perseo s'impadronì di tutto il tesoro dei Macedoni, che era enorme, e versò nell'erario tanto denaro che il bottino di un solo generale permise di mettere fine alle tasse; ma egli non portò niente a casa sua, tranne il ricordo eterno del nome. L'Africano imitò il padre, e, abbattuta Cartagine, non fu per niente piu ricco. E che? Colui che fu suo collega nella pretura, Lucio Mummio, forse che diventò più ricco dopo aver distrutto sin dalle fondamenta una città ricchissima? Preferì abbellire l'Italia piuttosto che la sua casa; benché, abbellita l'Italia, la sua stessa casa mi sembra più ornata. Nessun vizio, dunque, è più vergognoso (per riportare il discorso là donde si è allontanato), dell'avidità, soprattutto nei capi e negli amministratori di uno Stato. Considerare, difatti, lo Stato come fonte di guadagno non solo è vergognoso, ma anche scellerato ed empio. Perciò quell'oracolo proferito da Apollo Pizio, e cioè che Sparta non sarebbe perita per nessun'altra causa se non per l'avidità, mi sembra che sia stato predetto non solo per gli Spartani, ma anche per ogni popolo ricco. Coloro che sono a capo di uno Stato non possono con alcun altro mezzo procacciarsi più facilmente la benevolenza della moltitudine che con l'integrità morale e la moderazione