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I VERI FILOSOFI NON TEMONO LA MORTE
VERSIONE DI GRECO di Platone
τᾧ οντι αρα οι ορθως φιλοσοφουντες αποθνησκειν μελετωσι και το τεθναναι ηκιστα αυτοις ανθρωπων φοβερον. ει γαρ διαβεβληνται μεν πανταχῇ τω σωματι, αυτην δε καθ'αυτην επιθυμουσι την ψυχην εχειν, τουτου δε γιγνομενου, ει φοβοιντο και αγανακτοειν, ου πολλη αν αλογια εἴη, ει μη ασμενοι εκεισε ιοιεν, οι αφικομενοις ελπις εστιν οὗ δια βιου ηρων τυχειν (ηρων δε φρονησεως) ᾧ τε διεβεβληντο, τουτου απηλλαχθαι συνοντος αυτοις; Ἢ γυναικων μεν και υιεων αποθανοντων, πολλοι εκοντες ηθελησαν τε εκει ὧν επεθυμουν και συνεσεθαι• φρονησεως δε αρα τις τᾧ οντι ερων, και λαβων σφοδρα την αυτην ταυτην ελπιδα, μηδαμου αλλοθι εντευξεσθαι αυτᾗ αξιως λογου ἢ εν Αιδου, αγανακτησει τε αποθνησκων και ουκ ασμενος εισιν αυτοσε; Οιεσθαι γε χρη, εαν τᾧ οντι γε ᾖ φιλοσοφος; σφοδρα γαρ αυτῷ ταυτα δοξει, μηδαμου αλλοθι καθαρως εντευξεσθαι φρονησει αλλ'ἢ εκει.
TRADUZIONE
In realtà dunque coloro che filosofeggiano rettamente e ad essi importa minimamente la paura degli uomini di essere morti. Se infatti in ogni modo hanno odiato il corpo, desiderano che la stessa anima si raccolga in sé, avvenuto questo, se hanno paura e di essere turbati, non sarebbe una grande irrazionalità, se invece non andassero contenti colà, essi a quelli che arrivano hanno la speranza di ottenere quello che desiderano per la loro vita (la spienza di ciò che amano) da ciò che anche si era opposto, di essersi liberati da questo stare insieme? O forse essendo morti mogli e figli, molti che hanno scesero laggiù desideravano quelli e ricongiungersi; allora in realtà uno che ama la sapienza e nutrendo questa speranza di conseguirla, in nessun altro luogo se non convenientemente che nel’al di là si turbi anche che morendo e non sia lieto di laggiù? È necessario pensare così se in realtà è un filosofo? Questa gli sembrerà giusta convinzione, in nessun altro luogo penserà di conseguire in modo puro se non laggiù.
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CONOSCERE è RICORDARE
Versione greco Platone e traduzione
4 versioni diverse per questo stesso titolo
la prima (libro non pervenuto)
INIZIO: Ει δε γε οἶμαι λαβοντες πριν γενεσθαι γιγνομενοι απωλέσαμεν FINE: ουδεν αλλ'ἣ αναμιμνῄσκονται ουτοι, και ἡ μαθησις αναμνεσις αυ εἴη
«Dunque, se noi, prima di nascere, possedevamo questa conoscenza e, con la nascita, ne potemmo disporre, ne consegue che già prima e, poi, una volta nati, noi avevamo non solo il concetto di Eguale in sé e quello di Maggiore e di Minore, ma anche tutte le altre Idee. Perché il nostro discorso, ora, non vale solo per l'Eguale in sé ma anche per il Bello, per il Buono, per il Giusto, per il Santo, insomma per tutto ciò che noi, parlando, definiamo coi termine di ‹realtà in sé›, sia nelle questioni che poniamo che nelle risposte che diamo. Dunque, necessariamente, di tutte queste realtà, noi dobbiamo averne avuto conoscenza prima di nascere. » «È così. » «E se una volta acquistata, noi non perdessimo con la nascita, questa conoscenza, nasceremmo sempre sapienti e tali saremmo per tutta la vita. Esser sapienti, infatti, significa aver acquistato conoscenza di qualcosa e conservarla, non perderla; perché forse, dimenticanza non è, Simmia, perdita di conoscenza?» «Senza dubbio, Socrate. » «Al contrario, se dopo aver perduto con la nascita questa conoscenza precedentemente acquisita, in seguito, con l'uso delle sensazioni, noi veniamo riacquistando le cognizioni che un tempo avevamo, ciò che noi chiamiamo imparare non consiste forse in un riacquisto di quel sapere che era già nostro? E se questo noi chiamiamo ‹reminiscenza›, non diciamo bene?» «Sì, certo. » «Infatti, si è dimostrato, che, percependo noi una data cosa con la vista o l'udito o con qualche altro organo di senso, ci si presenta alla mente un'altra cosa, che avevamo dimenticato, ma che ha una relazione con la prima, che può assomigliarle o meno. Da qui, una delle due: o siamo nati con la conoscenza, ripeto, delle realtà in sé e continuiamo ad averla per tutta la vita, oppure, quelli che noi diciamo che imparano dopo non fanno che ricordarsi e, in tal caso, la sapienza non è che reminiscenza. » «Effettivamente è così, Socrate. »
La seconda dal libro taxis
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I VERI FILOSOFI NON HANNO PAURA DELLA MORTE VERSIONE DI GRECO di Platone
τᾧ οντι αρα οι ορθως φιλοσοφουντες αποθνησκειν μελετωσι και το τεθναναι ηκιστα αυτοις ανθρωπων φοβερον. ει γαρ διαβεβληνται μεν πανταχῇ τω σωματι, αυτην δε καθ'αυτην επιθυμουσι την ψυχην εχειν, τουτου δε γιγνομενου, ει φοβοιντο και αγανακτοειν, ου πολλη αν αλογια εἴη, ει μη ασμενοι εκεισε ιοιεν, οι αφικομενοις ελπις εστιν οὗ δια βιου ηρων τυχειν (ηρων δε φρονησεως) ᾧ τε διεβεβληντο, τουτου απηλλαχθαι συνοντος αυτοις; Ἢ γυναικων μεν και υιεων αποθανοντων, πολλοι εκοντες ηθελησαν τε εκει ὧν επεθυμουν και συνεσεθαι• φρονησεως δε αρα τις τᾧ οντι ερων, και λαβων σφοδρα την αυτην ταυτην ελπιδα, μηδαμου αλλοθι εντευξεσθαι αυτᾗ αξιως λογου ἢ εν Αιδου, αγανακτησει τε αποθνησκων και ουκ ασμενος εισιν αυτοσε; Οιεσθαι γε χρη, εαν τᾧ οντι γε ᾖ φιλοσοφος; σφοδρα γαρ αυτῷ ταυτα δοξει, μηδαμου αλλοθι καθαρως εντευξεσθαι φρονησει αλλ'ἢ εκει.
In realtà dunque coloro che filosofeggiano rettamente e ad essi importa minimamente la paura degli uomini di essere morti. Se infatti in ogni modo hanno odiato il corpo, desiderano che la stessa anima si raccolga in sé, avvenuto questo, se hanno paura e di essere turbati, non sarebbe una grande irrazionalità, se invece non andassero contenti colà, essi a quelli che arrivano hanno la speranza di ottenere quello che desiderano per la loro vita (la spienza di ciò che amano) da ciò che anche si era opposto, di essersi liberati da questo stare insieme? O forse essendo morti mogli e figli, molti che hanno scesero laggiù desideravano quelli e ricongiungersi; allora in realtà uno che ama la sapienza e nutrendo questa speranza di conseguirla, in nessun altro luogo se non convenientemente che nel’al di là si turbi anche che morendo e non sia lieto di laggiù? È necessario pensare così se in realtà è un filosofo? Questa gli sembrerà giusta convinzione, in nessun altro luogo penserà di conseguire in modo puro se non laggiù.
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CONOSCI TE STESSO
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Ellenion
Σχεδον γαρ τι εγωγε αντό τοντό φημι είναι αωφροαννην το γιγνωακειν εαντόν και ξ υμφέρομαι τω εν Λελφοΐς άνα&έντι το τοιοντον γράμμα Και γαρ τοντο οντω μοι δοκεϊ το γράμμα άνακεΐα&αι ως δη προαρησις οναα τον ϋεον των είαιοντων αντί τον χαίρε ώς τοντον μεν ονκ όρΰον όντος τον προσρήματος τον χαίρειν ονδέ δεΐν τοντο παρακελενεβ&αι αλλήλονς άλλα σωφρονεΐν Οντω μεν δη ό ϋ εός προσαγορενΉ τονς είοιοντας εις το ιερόν διαφέρον τι ή ο ι άν&ρωποι ως διανοούμενος άνέ&ηκεν ο άνα&εις ως μοι δοκεϊ και λέγει προς τον άει είσιόντα ονκ άλλο τι η σωφρόνει φηαι ν Αινιγματωδέστερον δε δη ως μάντις λέγει Το γαρ Γνώ&ι σαντον και το σωφρόνει εστί μεν ταντόν ως τα γράμματα φηαι και έγω τάχα & αν τις οίη&ίίη άλλο είναι ο δη μοι δοχοναι πα ϋ εΐν και οι τα ύστερον γράμματα να&εντις το τ ε Μηδεν άγαν και το Έγγνα πάρα δ άτα Και γαρ οντοι ξνμβονλην ωή&τ σαν είναι το Γνω&ι σαν τόν άλλ ον των είσιόντων ένεκεν νπό τον &εον πρόσρησιν είϋ ίνα δη και αφεΐς μηδεν ηττον ξνμ βονλας χρησίμονς άνα&εΐεν ταντα γραψαντες άνέtεσαν
TRADUZIONE
Io, per me, infatti, più o meno affermo che assennatezza è proprio questo, conoscere se stessi e sono d'accordo con colui che ha dedicato a Delfi tale iscrizione. Penso infatti che questa iscrizione sia posta in modo da rappresentare un saluto del dio a chi entra, in luogo del "Salve", perché questa forma di saluto non è giusta, augurare di star bene, e non bisogna farsi questa esortazione gli uni con gli altri, ma augurarsi dì essere assennati. In questo modo dunque il dio rivolge a coloro che entrano nel santuario un saluto differente da quello che usano gli uomini: con questo pensiero fece la dedica colui che la offrì, a mio parere; e dice, a colui che di volta in volta entra nel tempio, nient'altro che "Sii saggio". Certo, parla in una maniera piuttosto enigmatica, come fa un indovino; e infatti "Conosci te stesso" e "Sii saggio" sono la stessa cosa, come indica l'iscrizione e come sostengo anch'io, ma forse qualcuno potrebbe pensarla diversamente, cosa che appunto, a mio avviso, è capitato a coloro che in seguito dedicarono le iscrizioni "Nulla di troppo" e "Garanzia porta guai". Costoro infatti pensarono che "Conosci te stesso" fosse un consiglio, ma non un saluto rivolto dal dio a coloro che entrano; quindi anche loro, per offrire consigli non meno utili, scrissero e dedicarono queste parole. Il fine per cui io dico tutto questo dunque, o Socrate, è il seguente: ti lascio cadere tutto ciò che ho detto prima - in effetti forse su quei punti avevi più ragione tu in qualcosa, forse invece avevo più ragione io, ma nulla di ciò che dicevamo era chiaro -; ora voglio renderti conto di questo, se non ammetti che assennatezza è conoscere se stessi».
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CONOSCI TE STESSO
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Frasis
Σχεδον γαρ τι εγωγε αντό τοντό φημι είναι αωφροαννην το γιγνωακειν εαντόν και ξ υμφέρομαι τω εν Λελφοΐς άνα&έντι το τοιοντον γράμμα Και γαρ τοντο οντω μοι δοκεϊ το γράμμα άνακεΐα&αι ως δη προαρησις οναα τον ϋεον των είαιοντων αντί τον χαίρε ώς τοντον μεν ονκ όρΰον όντος τον προσρήματος τον χαίρειν ονδέ δεΐν τοντο παρακελενεβ&αι αλλήλονς άλλα σωφρονεΐν Οντω μεν δη ό ϋ εός προσαγορενΉ τονς είοιοντας εις το ιερόν διαφέρον τι ή ο ι άν&ρωποι ως διανοούμενος άνέ&ηκεν ο άνα&εις ως μοι δοκεϊ και λέγει προς τον άει είσιόντα ονκ άλλο τι η σωφρόνει φηαι ν Αινιγματωδέστερον δε δη ως μάντις λέγει Το γαρ Γνώ&ι σαντον και το σωφρόνει εστί μεν ταντόν ως τα γράμματα φηαι και έγω τάχα & αν τις οίη&ίίη άλλο είναι ο δη μοι δοχοναι πα ϋ εΐν και οι τα ύστερον γράμματα να&εντις το τ ε Μηδεν άγαν και το Έγγνα πάρα δ άτα Και γαρ οντοι ξνμβονλην ωή&τ σαν είναι το Γνω&ι σαν τόν άλλ ον των είσιόντων ένεκεν νπό τον &εον πρόσρησιν είϋ ίνα δη και αφεΐς μηδεν ηττον ξνμ βονλας χρησίμονς άνα&εΐεν ταντα γραψαντες άνέtεσαν
TRADUZIONE
Io, per me, infatti, più o meno affermo che assennatezza è proprio questo, conoscere se stessi e sono d'accordo con colui che ha dedicato a Delfi tale iscrizione. Penso infatti che questa iscrizione sia posta in modo da rappresentare un saluto del dio a chi entra, in luogo del "Salve", perché questa forma di saluto non è giusta, augurare di star bene, e non bisogna farsi questa esortazione gli uni con gli altri, ma augurarsi dì essere assennati. In questo modo dunque il dio rivolge a coloro che entrano nel santuario un saluto differente da quello che usano gli uomini: con questo pensiero fece la dedica colui che la offrì, a mio parere; e dice, a colui che di volta in volta entra nel tempio, nient'altro che "Sii saggio". Certo, parla in una maniera piuttosto enigmatica, come fa un indovino; e infatti "Conosci te stesso" e "Sii saggio" sono la stessa cosa, come indica l'iscrizione e come sostengo anch'io, ma forse qualcuno potrebbe pensarla diversamente, cosa che appunto, a mio avviso, è capitato a coloro che in seguito dedicarono le iscrizioni "Nulla di troppo" e "Garanzia porta guai". Costoro infatti pensarono che "Conosci te stesso" fosse un consiglio, ma non un saluto rivolto dal dio a coloro che entrano; quindi anche loro, per offrire consigli non meno utili, scrissero e dedicarono queste parole. Il fine per cui io dico tutto questo dunque, o Socrate, è il seguente: ti lascio cadere tutto ciò che ho detto prima - in effetti forse su quei punti avevi più ragione tu in qualcosa, forse invece avevo più ragione io, ma nulla di ciò che dicevamo era chiaro -; ora voglio renderti conto di questo, se non ammetti che assennatezza è conoscere se stessi».