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ONORE AI CADUTI ED ESORTAZIONE AI VIVI
VERSIONE DI GRECO di Platone
Καὶ τὰ μὲν δὴ ἔργα ταῦτα τῶν ἀνδρῶν τῶν ἐνθάδε κειμένων καὶ τῶν ἄλλων ὅσοι ὑπὲρ τῆς πόλεως τετελευτήκασι, πολλὰ μὲν τὰ εἰρημένα καὶ καλά, πολὺ δ' ἔτι πλείω καὶ καλλίω τὰ ὑπολειπόμενα· πολλαὶ γὰρ ἂν ἡμέραι καὶ νύκτες οὐχ ἱκαναὶ γένοιντο τῷ τὰ πάντα μέλλοντι περαίνειν. τούτων οὖν χρὴ μεμνημένους τοῖς τούτων ἐκγόνοις πάντ' ἄνδρα παρακελεύεσθαι, ὥσπερ ἐν πολέμῳ, μὴ λείπειν τὴν τάξιν τὴν τῶν προγόνων μηδ' εἰς τοὐπίσω ἀναχωρεῖν εἴκοντας κάκῃ. ἐγὼ μὲν οὖν καὶ αὐτός, ὦ παῖδες ἀνδρῶν ἀγαθῶν, νῦν τε παρακελεύομαι καὶ ἐν τῷ λοιπῷ χρόνῳ, ὅπου ἄν τῳ ἐντυγχάνω ὑμῶν, καὶ ἀναμνήσω καὶ διακελεύσομαι προθυμεῖσθαι εἶναι ὡς ἀρίστους· ἐν δὲ τῷ παρόντι δίκαιός εἰμι εἰπεῖν ἃ οἱ πατέρες ἡμῖν ἐπέσκηπτον ἀπαγγέλλειν τοῖς ἀεὶ λειπομένοις, εἴ τι πάσχοιεν, ἡνίκα κινδυνεύσειν ἔμελλον. φράσω δὲ ὑμῖν ἅ τε αὐτῶν ἤκουσα ἐκείνων καὶ οἷα νῦν ἡδέως ἂν εἴποιεν ὑμῖν λαβόντες δύναμιν, τεκμαιρόμενος ἐξ ὧν τότε ἔλεγον. ἀλλὰ νομίζειν χρὴ αὐτῶν ἀκούειν ἐκείνων ἃ ἂν ἀπαγγέλλω· ἔλεγον δὲ τάδε. Ὦ παῖδες, ὅτι μέν ἐστε πατέρων ἀγαθῶν, αὐτὸ μηνύει τὸ νῦν παρόν· ἡμῖν δὲ ἐξὸν ζῆν μὴ καλῶς, καλῶς αἱρούμεθα μᾶλλον τελευτᾶν, πρὶν ὑμᾶς τε καὶ τοὺς ἔπειτα εἰς ὀνείδη καταστῆσαι καὶ πρὶν τοὺς ἡμετέρους πατέρας καὶ πᾶν τὸ πρόσθεν γένος αἰσχῦναι, ἡγούμενοι τῷ τοὺς αὑτοῦ αἰσχύναντι ἀβίωτον εἶναι, καὶ τῷ τοιούτῳ οὔτε τινὰ ἀνθρώπων οὔτε θεῶν φίλον εἶναι οὔτ' ἐπὶ γῆς οὔθ' ὑπὸ γῆς τελευτήσαντι. χρὴ οὖν μεμνημένους τῶν ἡμετέρων λόγων, ἐάν τι καὶ ἄλλο ἀσκῆτε, ἀσκεῖν μετ' ἀρετῆς, εἰδότας ὅτι τούτου λειπόμενα πάντα καὶ κτήματα καὶ ἐπιτηδεύματα αἰσχρὰ καὶ κακά. οὔτε γὰρ πλοῦτος κάλλος φέρει τῷ κεκτημένῳ μετ' ἀνανδρίας ‑ ἄλλῳ γὰρ ὁ τοιοῦτος πλουτεῖ καὶ οὐχ ἑαυτῷ ‑ οὔτε σώματος κάλλος καὶ ἰσχὺς δειλῷ καὶ κακῷ συνοικοῦντα πρέποντα φαίνεται ἀλλ' ἀπρεπῆ, καὶ ἐπιφανέστερον ποιεῖ τὸν ἔχοντα καὶ ἐκφαίνει τὴν δειλίαν· πᾶσά τε ἐπιστήμη χωριζομένη. δικαιοσύνης καὶ τῆς ἄλλης ἀρετῆς πανουργία, οὐ σοφία φαίνεται. ὧν ἕνεκα καὶ πρῶτον καὶ ὕστατον καὶ διὰ παντὸς πᾶσαν πάντως προθυμίαν πειρᾶσθε ἔχειν ὅπως μάλιστα μὲν ὑπερβαλεῖσθε καὶ ἡμᾶς καὶ τοὺς πρόσθεν εὐκλείᾳ· εἰ δὲ μή, ἴστε ὡς ἡμῖν, ἂν μὲν νικῶμεν ὑμᾶς ἀρετῇ, ἡ νίκη αἰσχύνην φέρει, ἡ δὲ ἧττα, ἐὰν ἡττώμεθα, εὐδαιμονίαν. μάλιστα δ' ἂν νικῴμεθα καὶ ὑμεῖς νικῴητε, εἰ παρασκευάσαισθε τῇ τῶν προγόνων δόξῃ μὴ καταχρησόμενοι μηδ' ἀναλώσοντες αὐτήν, γνόντες ὅτι ἀνδρὶ οἰομένῳ τὶ εἶναι οὐκ ἔστιν αἴσχιον οὐδὲν ἢ παρέχειν ἑαυτὸν τιμώμενον μὴ δι' ἑαυτὸν ἀλλὰ διὰ δόξαν προγόνων. εἶναι μὲν γὰρ τιμὰς γονέων ἐκγόνοις καλὸς θησαυρὸς καὶ μεγαλοπρεπής· χρῆσθαι δὲ καὶ χρημάτων καὶ τιμῶν θησαυρῷ, καὶ μὴ τοῖς ἐκγόνοις παραδιδόναι, αἰσχρὸν καὶ ἄνανδρον, ἀπορίᾳ ἰδίων αὑτοῦ κτημάτων τε καὶ εὐδοξιῶν. καὶ ἐὰν μὲν ταῦτα ἐπιτηδεύσητε, φίλοι παρὰ φίλους ἡμᾶς ἀφίξεσθε, ὅταν ὑμᾶς ἡ προσήκουσα μοῖρα κομίσῃ· ἀμελήσαντας δὲ ὑμᾶς καὶ κακισθέντας οὐδεὶς εὐμενῶς ὑποδέξεται. τοῖς μὲν οὖν παισὶ ταῦτ' εἰρήσθω.
TRADUZIONE
E così le imprese di cui ho parlato, compiute dagli uomini che qui giacciono e da quanti altri sono morti per il bene della città, sono molte e belle, ma ancora più numerose e belle sono quelle che ho tralasciato: molti giorni e molte notti non sarebbero infatti sufficienti a volerle narrare tutte. è necessario dunque, per mantenerne vivo il ricordo, che ciascuno esorti i figli dei morti, come in guerra, a non abbandonare il posto degli antenati e a non indietreggiare cedendo alla viltà. Io in persona dunque vi esorto ora, figli di uomini valorosi, a porre ogni impegno nell'essere quanto più possibile valorosi; e in ogni futura occasione, imbattendomi in uno di voi, vi ricorderò ed esorterò a fare lo stesso. Nella situazione presente è giusto che io vi dica ciò che i padri ci hanno raccomandato di riferire a coloro che di volta in volta restavano, nel caso capitasse loro qualche sventura, quando stavano per affrontare il pericolo. Vi dirò allora ciò che ho ascoltato da loro in persona e che vi direbbero con piacere ora, se lo potessero, basandomi su ciò che allora dicevano. Ma bisogna immaginare di ascoltare da loro in persona ciò che vi riferisco. Dicevano dunque quanto segue: «Figli, che voi siete stati generati da uomini valorosi, lo dimostra la circostanza presente. Nonostante potessimo vivere ignobilmente, abbiamo scelto di vivere nobilmente piuttosto che gettare voi e i vostri discendenti nella vergogna e disonorare i nostri padri e tutti i nostri predecessori: pensiamo infatti che non è vita quella di chi disonora i suoi, e che una persona simile a nessuno è cara, né tra gli uomini né tra gli dèi, né sulla terra né, una volta morto, sotto terra. E necessario dunque, memori delle nostre parole, fare con coraggio qualsiasi altra cosa decidiate di fare, sapendo che, se manca questo, ogni possesso ed ogni attività sono vergognosi e cattivi. Perché la ricchezza non produce bellezza in chi ne è entrato in possesso con viltà - perché un tale uomo è ricco per un altro uomo ma non per se stesso - né bellezza e forza fisica sono adatte a vivere in un corpo vile e malvagio, ma appaiono stridenti: mettono maggiormente in evidenza chi le possiede, e ne mostrano la viltà. E anche tutta la scienza, se è separata dal sentimento di giustizia e dalle altre virtù, appare astuzia, non sapienza. Per questo cercate sempre e continuamente di mettere tutto l'impegno, per quanto possibile, nel superare noi e gli antenati in gloria. Altrimenti sappiate che, se noi vi vinceremo in virtù, la vittoria ci porterà vergogna, mentre la sconfitta, se perderemo, ci porterà felicità. Noi saremo vinti e voi vincerete soprattutto se vi disporrete a non abusare della fama dei predecessori e a non distruggerla, con la consapevolezza che, per un uomo che crede di valere qualcosa, non c'è nulla di più vergognoso che vedersi stimato non per le proprie qualità ma per la gloria dei suoi antenati. Perché gli onori dei genitori sono per i figli un tesoro bello e magnifico; ma usare un tesoro di beni e di onori senza tramandarlo ai figli, per mancanza di beni e di glorie acquistate di persona, è vergognoso e da vigliacchi; e se vi sarete occupati dì queste cose giungerete da noi amici tra amici, quando il destino a voi assegnato vi porterà qui. Nessuno invece vi accoglierà con benevolenza se non vi siete presi cura di voi stessi e siete stati vigliacchi. Questo dev'essere detto ai nostri figli.
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L'ORIGINE E LA SOSTANZA DELLA GIUSTIZIA
VERSIONE DI GRECO di Platone
καὶ εἶναι δὴ ταύτην γένεσίν τε καὶ οὐσίαν δικαιοσύνης, μεταξὺ οὖσαν τοῦ μὲν ἀρίστου ὄντος, ἐὰν ἀδικῶν μὴ διδῷ δίκην, τοῦ δὲ κακίστου, ἐὰν ἀδικούμενος τιμωρεῖσθαι ἀδύνατος ᾖ· τὸ δὲ δίκαιον ἐν μέσῳ ὂν τούτων ἀμφοτέρων ἀγαπᾶσθαι οὐχ ὡς ἀγαθόν, ἀλλ' ὡς ἀρρωστίᾳ τοῦ ἀδικεῖν τιμώμενον· ἐπεὶ τὸν δυνάμενον αὐτὸ ποιεῖν καὶ ὡς ἀληθῶς ἄνδρα οὐδ' ἂν ἑνί ποτε συνθέσθαι τὸ μήτε ἀδικεῖν μήτε ἀδικεῖσθαι· μαίνεσθαι γὰρ ἄν. ἡ μὲν οὖν δὴ φύσις δικαιοσύνης, ὦ Σώκρατες, αὕτη τε καὶ τοιαύτη, καὶ ἐξ ὧν πέφυκε τοιαῦτα, ὡς ὁ λόγος. Ὡς δὲ καὶ οἱ ἐπιτηδεύοντες ἀδυναμίᾳ τοῦ ἀδικεῖν ἄκοντες αὐτὸ ἐπιτηδεύουσι, μάλιστ' ἂν αἰσθοίμεθα, εἰ τοιόνδε ποιήσαιμεν τῇ διανοίᾳ· δόντες ἐξουσίαν ἑκατέρῳ ποιεῖν ὅτι ἂν βούληται, τῷ τε δικαίῳ καὶ τῷ ἀδίκῳ, εἶτ' ἐπακολουθήσαιμεν θεώμενοι ποῖ ἡ ἐπιθυμία ἑκάτερον ἄξει. ἐπ' αὐτοφώρῳ οὖν λάβοιμεν ἂν τὸν δίκαιον τῷ ἀδίκῳ εἰς ταὐτὸν ἰόντα διὰ τὴν πλεονεξίαν, ὃ πᾶσα φύσις διώκειν πέφυκεν ὡς ἀγαθόν, νόμῳ δὲ βίᾳ παράγεται ἐπὶ τὴν τοῦ ἴσου τιμήν
TRADUZIONE
Questa (dicono) sia l'origine e l'essenza della giustizia, che sta a metà tra la condizione migliore, quella di chi non paga il fio delle ingiustizie commesse, e la condizione peggiore, quella di chi non può vendicarsi delle ingiustizie subite. Ma la giustizia, essendo in una posizione intermedia tra questi due estremi, viene amata non come un bene, ma come un qualcosa che è tenuto in conto per l'incapacità di commettere ingiustizia; chi infatti potesse agire così e fosse un vero uomo, non si accorderebbe mai con qualcuno per non commettere o subire ingiustizia, perché sarebbe pazzo. Tale, Socrate, è dunque la natura e l'origine della giustizia, secondo l'opinione corrente". "Ci renderemmo conto perfettamente che anche chi la pratica lo fa contro voglia, per l'impossibilità di commettere ingiustizia, se immaginassimo una prova come questa: dare a ciascuno dei due, al giusto e all'ingiusto, la facoltà di fare ciò che vuole, e poi seguirli osservando dove li condurrà il loro desiderio. Allora coglieremmo sul fatto il giusto a battere la stessa strada dell'ingiusto per spirito di soperchieria, cosa che ogni natura è portata a perseguire come un bene, mentre la legge la devia a forza a onorare l'uguaglianza.
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PARMENIDE VERSIONE DI GRECO di Platone TRADUZIONE dal libro Hellenikon phronema
Μελισσον μεν και τους ἄλλους, οι ἓν εστὸς λεγουσι το πᾶν, αισχυνομενος μὴ φορτικῶς σκοπῶμεν, ἧττον αισχυνομαι ἢ ἒνα οντα Παρμενιδην. Παρμενιδης δε μοι φαινεται, το του Ομηρου, "αιδοιος τε μοι" ειναι αμα "δεινος τε". Συμπροσεμειξα γαρ δη τῷ ανδρι πανυ νεος πανυ πρεσβυτῃ, και μοι εφανη βαθος τι εχειν πανταπασι γενναιον. Φοβουμαι ουν μὴ ουτε τα λεγομενα συνιῶμεν, τι τε διανοουμενος ειπε πολυ πλεον λειπὼμεθα, και το μεγιστον, ου ενεκα ο λογος ὣρμηται, επιστημης περι τι ποτ' εστιν, ἄσκεπτον γενηται υπο τῶν επεισκωμαζοντών λογων, ει τις αυτοις πεισεται.
Parmenide mi sembra, secondo il detto di Omero, degno di venerazione e terribile a un tempo. Mi incontrai infatti con lui che era piuttosto avanti negli anni e io ero molto giovane. E mi diede l'impressione di possedere una profondità speculativa assolutamente nobile. Ho timore perciò che non riusciamo a penetrare i suoi detti, e ancor più che lasciamo perdere cosa effettivamente disse nelle sue speculazioni, e, cosa che conta più di tutte le altre, il motivo per cui ha preso l'avvio la nostra discussione, intorno alla conoscenza, che cosa mai essa è, non divenga materia non esaminata, per colpa dei discorsi che si introducono con petulanza intorno a noi, se qualcuno dà loro ascolto. D'altra parte anche il problema che ora noi andiamo sollevando è immenso quanto a grandezza, e se qualcuno lo considera alla leggera, subisce un'indegnità, se invece lo si affronta a sufficienza, andando per le lunghe farebbe sparire la questione della conoscenza. Occorre dunque non fare né l'una né l'altra cosa, ma bisogna che io con la mia arte di ostetrico tenti di sgravare Teeteto dalle questioni per le quali è ancora pregno intorno al problema della conoscenza.
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L'ESEMPIO DI GIGE
VERSIONE DI GRECO di Platone e traduzione
εἴη δ' ἂν ἡ ἐξουσία ἣν λέγω τοιάδε μάλιστα, εἰ αὐτοῖς γένοιτο οἵαν ποτέ φασιν δύναμιν τῷ τοῦ Λυδοῦ προγόνῳ γενέσθαι. εἶναι μὲν γὰρ αὐτὸν ποιμένα θητεύοντα παρὰ τῷ τότε Λυδίας ἄρχοντι, ὄμβρου δὲ πολλοῦ γενομένου καὶ σεισμοῦ ῥαγῆναί τι τῆς γῆς καὶ γενέσθαι χάσμα κατὰ τὸν τόπον ᾗ ἔνεμεν. ἰδόντα δὲ καὶ θαυμάσαντα καταβῆναι καὶ ἰδεῖν ἄλλα τε δὴ ἃ μυθολογοῦσιν θαυμαστὰ καὶ ἵππον χαλκοῦν, κοῖλον, θυρίδας ἔχοντα, καθ' ἃς ἐγκύψαντα ἰδεῖν ἐνόντα νεκρόν, ὡς φαίνεσθαι μείζω ἢ κατ' ἄνθρωπον, τοῦτον δὲ ἄλλο μὲν οὐδέν, περὶ δὲ τῇ χειρὶ χρυσοῦν δακτύλιον ὄν‹τα› περιελόμενον ἐκβῆναι. συλλόγου δὲ γενομένου τοῖς ποιμέσιν εἰωθότος, ἵν' ἐξαγγέλλοιεν κατὰ μῆνα τῷ βασιλεῖ τὰ περὶ τὰ ποίμνια, ἀφικέσθαι καὶ ἐκεῖνον ἔχοντα τὸν δακτύλιον· καθήμενον οὖν μετὰ τῶν ἄλλων τυχεῖν τὴν σφενδόνην τοῦ δακτυλίου περιαγαγόντα πρὸς ἑαυτὸν εἰς τὸ εἴσω τῆς χειρός, τούτου δὲ γενομένου ἀφανῆ αὐτὸν γενέσθαι τοῖς παρακαθημένοις, καὶ διαλέγεσθαι ὡς περὶ οἰχομένου. καὶ τὸν θαυμάζειν τε καὶ πάλιν ἐπιψηλαφῶντα τὸν δακτύλιον στρέψαι ἔξω τὴν σφενδόνην, καὶ στρέψαντα φανερὸν γενέσθαι.
TRADUZIONE
E la facoltà di cui parlo sarebbe tale soprattutto se avessero il potere che viene attribuito a Gige, l'antenato di Creso re di Lidia. Si racconta che egli serviva come pastore l'allora sovrano di Lidia. Un giorno, a causa delle forti piogge e di un terremoto, la terra si spaccò e si produsse una fenditura nel luogo in cui teneva il gregge al pascolo. Gige si meravigliò al vederla e vi discese; qui, tra le altre cose mirabili di cui si favoleggia, vide un cavallo di bronzo, cavo, con delle aperture. Egli vi si affacciò e scorse là dentro un cadavere, che appariva più grande delle normali dimensioni di un uomo; e senza avergli tolto nulla tranne un anello d'oro che portava a una mano, uscì fuori. Quando ci fu la consueta riunione dei pastori per dare al re il rendiconto mensile sullo stato delle greggi, si presentò anch'egli, con l'anello al dito; quindi, mentre era seduto in mezzo agli altri, girò per caso il castone dell'anello verso di sé, all'interno della mano, e così divenne invisibile ai compagni che gli sedevano accanto e che si misero a parlare di lui come se fosse andato via. Egli ne rimase stupito e toccando di nuovo l'anello girò il castone verso l'esterno, e appena l'ebbe girato ridiventò visibile. Riflettendo sulla cosa, volle verificare se l'anello aveva questo potere, e in effetti gli accadeva di diventare invisibile quando girava il castone verso l'interno, visibile quando lo girava verso l'esterno
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PENE DA RISERVARE AGLI OMICIDI
VERSIONE DI GRECO di Platone
αν αρα τις αυτόχειρ μεν χτείνΐ ελεν&ερον το δέ πεπραγμέινν άπροβονλεύτως όργΐί τινι γένη ται πραχθέν τα μεν άλλα χα&άπερ ανευ &νμοϋ χτείναντι προσηχέ τω πάσχειν πααχέτω δύο δ εξ ανάγχης ετη φευγέτω χολάζων τόν αυτον &νμάν ό δέ &νμω μεν μετ επιβονλης δε χτείνας τά μεν αλλα χατά τον πρόσ&εν αυ τρία δέ ετη χα&άπερ ετερος εφενγε τα δύο φευγέτω μεγέθει&νμου πλεία τιμωρη&εϊς χρόνον χα&όλον δέ περί τούτων ώδ έστω χαλεπόν μέν άχριβως νομο&ετεϊν εστι γαρ οτε τουτοιν δ τω νόμω ταχ&ιϊς χαλεπώειρος ημερώτε ρος αν δ δέ ήμερώτερος χαλεπώτερος αν εϊη χαϊ τα περί τον φόνον άγριωτέρως αν πράξειεν δ δέ ήμι ρωτέρως ως δέ τοπολύ χατά τα νϋν ε ρημένα ξνμ βαίνει γινόμενα τούιων ονν πάντων έπιγνώμονας είναι χρή νομοφύλαχας Επειδάν δέ δ χρόνος ΐλ&η της ψυγης ίχατέρω πίμπειν αντων διχαατάς δώδεχα επί τούς ορους της χώρας έσχεμμένους έν τω χρόνω τούτω τάς των φευγόντων πράξεις ετι σαφέστερον χαί της αίδους τε πέρι χαί χαταδσχης τοντων διχαστας γίνεσ&αι τονς δέ αν τοίς διχασ&ιΊοιν νπό των τοιούτων αρχόντων εμμένειν εάν δ αύ&ις ποτε χατελ&ών όπότιρος αντοίν ηττη&εις όργΫ πράξη ταντό τοντο φυγών μηχέτι χατέλ&η χατελ&ων δέ χατά την ίοϋ ξένον αφιξιν ταύτ πααχέτω
TRADUZIONE
Ritornando un poco indietro, ripetiamo di nuovo: se un tale di propria mano uccide un libero cittadino, e il fatto viene commesso senza premeditazione e sotto l'impulso dell'ira, subisca, oltre al resto, quella pena che deve subire chi ha ucciso senza ira, ma trascorra necessariamente due anni in esilio, mettendo così un freno alla propr ia ira. Chi ha ucciso con ira, e premeditatamente, oltre al resto, deve subire la stessa pena del precedente, ma starà in esilio tre anni, come l'altro se ne stava due anni, in quanto alla maggiore intensità dell'ira corrisponde un periodo di tempo più lungo. Ed ecco come deve avvenire il loro ritorno in patria. è difficile in proposito fissare leggi precise: infatti di questi due omicidi, quello che la legge considera come più grave potrebbe essere più mite, quello che considerato più mite potrebbe essere più grave, e uno può commettere l'omicidio in modo più feroce, un altro in modo più mite; e generalmente avviene come ora noi diciamo. I custodi delle leggi devono essere arbitri di tutti questi casi, e dopo che per gli uni e per gli altri condannati è trascorso il tempo dell'esilio, devono inviare dodici loro giudici ai confini della regione, i quali, dopo aver indagato, in questo periodo di tempo, in modo ancora più chiaro la condotta degli esiliati, dovranno giudicare se sono degni di compassione e se si possono accettare nello stato, e questi ultimi devono rimettersi alle decisioni di tali magistrati. E se uno di questi due assassini, tornato in patria, è vinto dall'ira e commette lo stesso fatto, vada in esilio e non faccia più ritorno, e se vi fa ritorno, subisca le stesse pene che subisce lo straniero che cerca di ritornare.
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