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L'EROICA UMANITà DI SOCRATE
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Versioni di greco per il triennio
INIZIO: αλλα και υμας χρη, ω ανδρες διξασται, ευελπιδας ειυαι προς τον θανατον, και ευ τι τουτο διανοεισθαι, οτι ουκ εστιν αυδρι αγαθω κακον ουδεν ουτε ζωντι ουτε τελευτησανται.
FINE: οποτεροι δε ημων ερξονται ετι αμεινον πραγμα, αδεηλον παντι πλην η τω θεω
TRADUZIONE
Anche voi, giudici, dovete, quindi, sperare nella morte e pensare a una cosa sola, che cioè all'uomo buono non può toccare alcun male né in vita né dopo morto e che gli dei non dimenticano le sue azioni; anche quello che ora è toccato a me, non è accaduto per caso ed è chiaro che la cosa migliore per me è morire e liberarmi, così, da tante brighe. Ecco il motivo per cui la voce di dio non mi ha interdetto e perché io, contro i miei accusatori, contro quelli che mi hanno condannato, non ho alcun rancore, sebbene essi mi abbiano accusato e condannato non con questa intenzione, ma per farmi del male: in questo sono da biasimare. Tuttavia io li voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come io facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che della virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valer poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere «grandi uomini» e poi non sono niente.
Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto. Ma è giunta, ormai, l'ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne dio.
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L'immortalità dell'anima Platone versione greco
Ψυχη πασα αθανατος. Το γαρ αυτοκινητον αθανατον: το δ' αλλο κινουν και υπ' αλλου κινουμενον, παυλαν εχον κινησεως, παυλαν εχει ζωης. Μονον δη το αυτο κινουν, ατε ουκ απολειπον εαυτο, ουποτε ληγα κινουμενον, αλλα και τοις αλλοις, οσα κινειται, τουτο πηγη και αρχη κινησεως. Αρχη δε αγενητον. Εξ αρχης γαρ αναγκη παν το γιγνομενον γιγνεσθαι, αυτην δε μηδ' εξ ενος: ει γαρ εκ του αρχη γιγνοιτο, ουκ αν αρχη γινοιτο. Εκειδη δε αγενητον εστιν, και αδιαφθορον αυτο αναγκη ειναι. Αρχης γαρ δη απολομενης, ουτο αυτη ποτε εκ του ουτε αλλο εξ εκεινης γενησεται, ειπερ εξ αρχης δει τα παντα γιγνεσθαι. Ουτω δη κινησεως μεν αρχη το αυτο αυτο κινουν. Τουτο δε ουτ' απολλυσθαι ουτε γιγνεσθαι δυνατον, η παντα τε ουρανον πασαν α γενεσιν συμπεσουσαν στηναι και μηκοτε αυθις εχειν οθεν κινηθεντα γενησεται. Αθανατου δε πεφασμενου του υφ' εαυτου κινουμενου, ψυχης ουσιαν τε και λογον τουτον αυτον τις λεγων ουκ αισχυνειται.
Ogni anima è immortale; infatti ciò che si muove da sé è immortale; invece ciò che muove altro ed è mosso da altro, avendo la fine del moto, ha anche la fine della vita. Dunque solo ciò che si muove da sé, per il fatto che non abbandona se stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte e principio di movimento anche per tutte le altre cose, quante si muovono. Il principio poi è ingenerato. Infatti è inevitabile che tutto ciò che nasce nasca da un principio, questo invece da nulla; se infatti il principio nascesse da qualcosa, non sarebbe più principio; ma poiché esso è ingenerato, deve inevitabilmente essere anche indistruttibile. Infatti, se perisse il principio, né esso potrebbe mai nascere da alcuna cosa né altro da esso, se è vero che tutto deve nascere da un principio. Così dunque è principio di movimento ciò che muove se stesso; e questo non può né perire né nascere oppure tutto il cielo e tutte le cose che si generano cadendo insieme rimarrebbero nell'immobilità e mai più avrebbero la possibilità di essere mossi e rinascere. Pertanto, poiché risulta immortale ciò che è mosso da se stesso, non ci si vergognerà di dire che proprio questa è l'essenza logica dell'anima.
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L'INDAGINE DI SOCRATE
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Hellenikon phronema
con note grammaticali
Σκέψασθε δή ων ενεκα ταύτα λέγω μέλλω γάρ ύμάς διδάξειν όθεν μο ι η διαβολή γέγονε Ταύτα γάρ έγώάκοϋσας ινεθυμούμην ούτωσ ι Τί ποτε λέγει ό ΰεός κα ι τί ποτέ αϊνίτ τεται εγώ γάρ δή οΰτεμέγα οίτε σμιχρ ον ξύνοιδα έμαυτω σοψ ψ ος ων τί ουν ποτέ λέγει φάσκων έμε σοφώτατον είναι ού γαρ δήπου ψεύδεταί γε ού γαρ θέμις αύτω Καί πολύν μεν χρόνον ώπόρουν τί ποτε λεγει έπειτα μολις πάνυ επί ζή τησιν αύτού τοιαυττιν τινά έτραπό ν Ηλθον επί τινα των δοκούντων σοφών είναι ώς ενταύθα εΐπερ που έλέγξων τό μαντείον καί άποφανών τω ρησμ ω ότι ούτός γέ μου σο φώτερος σύ δ έμε εφησθα Διασκοπών ουν τούτον ονό ματι γαρ ούδέν δέομαι λεγειν ιίν δέ τις των πολιτικών προς όν έγώ σκοπών τοιουτονί τι έ παθον ώ ανδρες Αθηναίοι καί διαλεγόμενος αύτω έδοξέ μοι ουτος ό άνήρ δοκείν μέν είναι σοφός άλλοις τε πολλοίς άνθρωποις καί μΆιςα έαυ τώ είναι δ ού Κ άπειτα έπειρώμην αύτω δεικνύναι ότι οΐοιτο μεν είναι σοφός ε ι δ ού Εντεύθεν ουν τούτω τε μεν σοφός άπηχθάμην καί πολλοίς τών παρόντων
TRADUZIONE
vi dico tutto questo perché desidero che voi sappiate da dove è nata la calunnia. Dunque, quando io seppi la risposta dell'oracolo, mi chiesi: «Che cosa ha voluto dire il dio? E che cosa nasconde sotto i suoi enigmi? Io, in coscienza, so bene di non essere sapiente, né tanto né poco. E allora, che cosa ha voluto dire affermando che lo sono più di tutti? Certo lui non dice menzogne, non può dirle. » E, per molto tempo, così, non riuscii a farmi una ragione su quello che avesse voluto intendere. Finalmente mi decisi ad indagare sulla cosa in questo modo. Mi recai da uno che, in fatto di sapienza, passava per la maggiore, sicuro che, in tal modo, avrei potuto smentire l'oracolo e dimostrare la falsità del responso. «Ecco qui uno più sapiente di me, mentre tu dicevi che ero io» avrei potuto ribattere. Interrogando quest'uomo (è inutile dirvene il nome, sappiate solo che era uno dei nostri esponenti politici), conversando con lui, ebbi questa impressione, ateniesi, che fossero gli altri a ritenerlo sapiente e, soprattutto, che lui stesso si credesse tale ma che, in realtà, non lo fosse affatto. Io, allora, tentai di dimostrargli che non era sapiente anche se credeva di esserlo, con il bel risultato che mi tirai addosso il suo rancore e quello dei presenti. Andandomene, però, pensai: «Certo sono più sapiente io di quest'uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo proprio un bel niente; soltanto che lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, se non so niente, ne sono per lo meno convinto, perciò, un tantino di più ne so di costui, non fosse altro per il fatto che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo. » Volli, comunque, recarmi da un altro, considerato altrettanto sapiente, ma ne ebbi la stessa impressione e anche qui mi attirai il suo odio e quello di molti altri.
Note grammaticali
Σκέψασθε imperativo aoristo, (si deduce xè manca l’aumento)
ὧν ἕνεκα L’antecedente della relativa è sottinteso: ἐκεῖνα ὧν ἕνεκα, quelle cose per le quali. ἕνεκα regge il genitivo, ha valore finale/causale ed è posposto, cioè posto dopo, al sostantivo o pronome.
μέλλω γὰρ ὑμᾶς διδάξειν μέλλω + infinito futuro equivale alla perifrastica attiva latina.
ὅθεν μοι ἡ διαβολὴ γέγονεν La frase è una interrogativa indiretta, introdotta dall’avverbio relativo di moto da luogo ὅθεν, da dove (il suffisso -θεν indica moto da luogo, -δε ο -ζε moto a luogo, - σι stato in luogo). A rigore le interrogative indirette dovrebbero essere introdotte dagli avverbi interrogativi diretti (in questo caso πόθεν) o indiretti (ὁπόθεν), ma talvolta vengono usati al loro posto i relativi. Il perfetto γέγονεν è adeguato al fatto che la calunnia, come è ovvio dato che Socrate sta parlando ai giudici, c’è ancora.
οὑτωσί Lo iota è deittico, cioè rafforza il valore dimostrativo già insito in οὕτως (proprio così, in questo preciso modo).
Τί ποτε L’avverbio enclitico ποτε, lett. una volta, vale mai nelle frasi negative e in quelle interrogative, dove è spesso usato per rafforzare la genericità o l’eventualità dell’espressione.
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L'ULTIMO INCONTRO DI SOCRATE CON I SUOI
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Taxis
Ἐγώ σοι ἐξ ἀρχῆς πάντα πειράσομαι διηγήσασθαι. ἀεὶ γὰρ δὴ καὶ τὰς πρόσθεν ἡμέρας εἰώθεμεν φοιτᾶν καὶ ἐγὼ καὶ οἱ ἄλλοι παρὰ τὸν Σωκράτη, συλλεγόμενοι ἕωθεν εἰς τὸ δικαστήριον ἐν ᾧ καὶ ἡ δίκη ἐγένετο· πλησίον γὰρ ἦν τοῦ δεσμωτηρίου. περιεμένομεν οὖν ἑκάστοτε ἕως ἀνοιχθείη τὸ δεσμωτήριον, διατρίβοντες μετ' ἀλλήλων, ἀνεῴγετο γὰρ οὐ πρῴ· ἐπειδὴ δὲ ἀνοιχθείη, εἰσῇμεν παρὰ τὸν Σωκράτη καὶ τὰ πολλὰ διημερεύομεν μετ' αὐτοῦ. καὶ δὴ καὶ τότε πρῳαίτερον συνελέγημεν· τῇ γὰρ προτεραίᾳ ἐπειδὴ ἐξήλθομεν ἐκ τοῦ δεσμωτηρίου ἑσπέρας, ἐπυθόμεθα ὅτι τὸ πλοῖον ἐκ Δήλου ἀφιγμένον εἴη. παρηγγείλαμεν οὖν ἀλλήλοις ἥκειν ὡς πρῳαίτατα εἰς τὸ εἰωθός. καὶ ἥκομεν καὶ ἡμῖν ἐξελθὼν ὁ θυρωρός, ὅσπερ εἰώθει ὑπακούειν, εἶπεν περιμένειν καὶ μὴ πρότερον παριέναι ἕως ἂν αὐτὸς κελεύσῃ· "Λύουσι γάρ, " ἔφη, "οἱ ἕνδεκα Σωκράτη καὶ παραγγέλλουσιν ὅπως ἂν τῇδε τῇ ἡμέρᾳ τελευτᾷ. " οὐ πολὺν δ' οὖν χρόνον ἐπισχὼν ἧκεν καὶ ἐκέλευεν ἡμᾶς εἰσιέναι.
TRADUZIONE
Ora cercherò di raccontarti tutto dal principio. Sempre, nei giorni che precedettero la morte, io e gli altri eravamo soliti incontrarci con Socrate. Ci riunivamo al mattino, appena faceva chiaro, nel tribunale dove venne fatto il processo, che era vicino al carcere e lì, chiacchierando, aspettavamo che ci venisse aperta la prigione. A volte si aspettava anche un bel po'; ma quando ci aprivano, correvamo da Socrate e restavamo con lui anche tutta la giornata. Quella mattina, poi, giungemmo molto presto perché la sera prima, lasciando il carcere, sentimmo dire che era tornata la nave da Delo e così fummo d'accordo di vederci il giorno dopo al solito posto, al più presto possibile. Quando giungemmo, il custode, che ci aveva sempre fatti passare, venne fuori e ci disse di attendere e di non entrare fino a quando non ce lo avesse detto lui, perché gli Undici proprio in quel momento stavano togliendo le catene a Socrate e comunicandogli che quello era il giorno della sua morte.
Dopo un pò tornò e ci disse che potevamo entrare
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IL VERO SIGNIFICATO DELL'ORACOLO DI APOLLO
VERSIONE DI GRECO di Platone
Traduzione Apologia di Socrate IX 23
testo greco originale
Ἐκ ταυτησὶ δὴ τῆς ἐξετάσεως, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, πολλαὶ μὲν ἀπέχθειαί μοι γεγόνασι καὶ οἷαι χαλεπώταται καὶ βαρύταται, ὥστε πολλὰς διαβολὰς ἀπ' αὐτῶν γεγονέναι, ὄνομα δὲ τοῦτο λέγεσθαι, σοφὸς εἶναι· οἴονται γάρ με ἑκάστοτε οἱ παρόντες ταῦτα αὐτὸν εἶναι σοφὸν ἃ ἂν ἄλλον ἐξελέγξω. τὸ δὲ κινδυνεύει, ὦ ἄνδρες, τῷ ὄντι ὁ θεὸς σοφὸς εἶναι, καὶ ἐν τῷ χρησμῷ τούτῳ τοῦτο λέγειν, ὅτι ἡ ἀνθρωπίνη σοφία ὀλίγου τινὸς ἀξία ἐστὶν καὶ οὐδενός. καὶ φαίνεται τοῦτον λέγειν τὸν Σωκράτη, προσκεχρῆσθαι δὲ τῷ ἐμῷ ὀνόματι, ἐμὲ παράδειγμα ποιούμενος, ὥσπερ ἂν ‹εἰ› εἴποι ὅτι "Οὗτος ὑμῶν, ὦ ἄνθρωποι, σοφώτατός ἐστιν, ὅστις ὥσπερ Σωκράτης ἔγνωκεν ὅτι οὐδενὸς ἄξιός ἐστι τῇ ἀληθείᾳ πρὸς σοφίαν. " ταῦτ' οὖν ἐγὼ μὲν ἔτι καὶ νῦν περιιὼν ζητῶ καὶ ἐρευνῶ κατὰ τὸν θεὸν καὶ τῶν ἀστῶν καὶ ξένων ἄν τινα οἴωμαι σοφὸν εἶναι· καὶ ἐπειδάν μοι μὴ δοκῇ, τῷ θεῷ βοηθῶν ἐνδείκνυμαι ὅτι οὐκ ἔστι σοφός. καὶ ὑπὸ ταύτης τῆς ἀσχολίας οὔτε τι τῶν τῆς πόλεως πρᾶξαί μοι σχολὴ γέγονεν ἄξιον λόγου οὔτε τῶν οἰκείων, ἀλλ' ἐν πενίᾳ μυρίᾳ εἰμὶ διὰ τὴν τοῦ θεοῦ λατρείαν.
testo greco per ricerca facilitata
Εκ ταυτησι δη της εξετασεως, ω ανδρες Αθηναιοι, πολλαι μεν απεχθειαι μοι γεγονασι και οιαι χαλεπωταται και βαρυταται, ωστε πολλας διαβολας απ' αυτων γεγονεναι, ονομα δε τουτο λεγεσθαι, σοφος ειναι: οιονται γαρ με εκαστοτε οι παροντες ταυτα αυτον ειναι σοφον α αν αλλον εξελεγξω. Το δε κινδυνευτι, ω ανδρες, τω οντι ο θεος σοφος ειναι, και εν τω χρησμω τουτω τουτο λεγειν, οτι η ανθρωπινη σοφια ολιγου τινος αξια εστιν και ουδενος. Και φαινεται τουτον λεγειν τον Σωκρατη, προσκεχρησθαι δε τω εμω ονοματι, εμε παραδειγμα ποιουμενος, ωσπερ αν ει ειποι οτι "Ουτος υμων, ω ανθρωποι, σοφωτατος εστιν, οστις ωσπερ Σωκρατης εγνωκεν οτι ουδενος αξιος εστι τη αληθεια προς σοφιαν". Ταυτ' ουν εγω μεν ετι και νυν περιιων ξητω και ερευνω κατα τον θεον και των αστων και ξενων αν τινα οιωμαι σοφον ειναι: και επειδαν μοι μη δοκη, τω θεω βοηθων ενδεικνυμαι οτι ουκ εστι σοφος. Και υπο ταυτης της ασχολιας ουτε τι των της πολεως πραξαι μοι σχολη γεγονεν αξιον λογου ουτε των οικειων, αλλ' εν πενια μυρια ειμι δια την του θεου λατρειαν.
TRADUZIONE
O uomini ateniesi, da questa indagine sono nate molte inimicizie e quelle più pericolose e gravi, così che molte calunnie sono derivate da queste e poi questo nome, cioè che io sono detto essere sapiente; infatti ciascuno dei presenti crede che io sia saggio per il fatto che io confuto gli altri. Ma c’è pericolo, o cittadini, che il dio sia veramente sapiente e che in questo oracolo questo voglia dire, che la sapienza umana è degna di poco o anzi di niente. E sembra nomini questo Socrate, e che faccia uso del mio nome, facendo di me un esempio; come se dicesse: “questi, o uomini, è il più sapienti di voi, che come Socrate sa che non è degno di niente in verità quanto a sapienza”. E’ questo che anche ora io cerco e domando in ossequio alla divinità, andando in giro, a chi dei cittadini e degli stranieri crede di essere sapiente. E qualora mi sembri che non lo sia difendendo il dio gli dimostro che non è sapiente. E per questa occupazione né ho avuto tempo di occuparmi di nessuno degli affari della città in modo degno di menzione e neppure di quelli privati, ma mi trovo in una straordinaria povertà per il servizio al dio.