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Pseudolus servus - Ere, cur taces? Magna cura te angit. Necessitas me subigit ut te rogitem. Responde mihi : cur tu exanimatus iam multos dies gestas tecum tabellas, quas multis lacrimis lavis, neque me participem tui consiliis facis ? Fac me certiorem: te iuvabo aut opera aut consilio bono. Calidorus adulescens – Miser sum, Pseudole, Venus in sua potestate ac dicione me tenet. Cape tabellas : tibi narrabunt meam miseriam. Pseudolus – Ergo lego : “Phoenicia lacrimans et titubanti corde, tibi Calidoro, amatori meo, salutem ab te petit”.
TRADUZIONE n. 1
Il servo Pseudolo – Padrone, perché taci? Ti tormenta una grande preoccupazione. La necessità mi costringe ad interrogarti. Rispondimi: perché tu, abbattuto già da molti giorni, porti con te le tavolette, che bagni con molte lacrime, e non mi fai partecipe delle tue intenzioni? Informami: ti aiuterò o con un servigio o con un buon consiglio. Il giovane Calidoro – Sono infelice, Pseudolo, Venere mi tiene in suo dominio e potere. Prendi le tavolette: ti racconteranno la mia infelicità. Pseudolo - Dunque leggo: “Piangendo e col cuore trepidante, Fenicia ti saluta e ti chiede salvezza, Calidoro, amante mio”.
traduzione n. 2
Pseudolo il servo: -Perchè taci? Un grande affanno ti soffoca. La necessità mi spinge a chiedertelo. Rispondimi: perché tu già atterrito da molti giorni porti con te stesso le tabelle che bagni con molte lacrime e non mi rendi partecipe dei tuoi pensieri? Rassicurami: ti aiuterò o con un buon intervento o con un buon consiglio. Il giovane Callidoro-: sono un disgraziato, Pseudolo venere mi tiene in suo dominio e in suo potere. Prendi le tabelle: ti narreranno la mia miseria. Pseudolo: Quindi leggo: piangendo Feenicia a te Callidoro, mio amante, ti saluto e chiedo che tu mi saluti.
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Ut aliquot scriptores ferunt, persica arbor nomen cepit a Perside, ubi primum reperta est. A Perside Macedones, cum Dareum regem vicissent, in Graeciam novam arborem transtulerunt ut etiam Graeci eius fructus gustarent, a Graecia translata est in Italiam a Romanis paucis annis post Christum natum. Folium eius est linguae simile, flos subrutilus, fructus foris levi lanugine vestitus, sed intus carnosus, pulpae plenus praeter os durum ac scabrum. Alexander Magnus hanc arborem tantum dilexit ut eam in Aegyptum importaverit ac eius ramis victores coronare voluerit. Mira de persica arbore narrantur: ut Christiani tradunt, haec arbor Iesu Christo cum parentibus in Aegyptum fugienti suam umbram praebuit, quam ob rem imperator Iulianus, cum odium in Christianos haberet, imperavit ut toto imperio persicae arbores exciderentu
Come alcuni scrittori tramandano, l'albero di pesco ha preso il nome dalla Perisa, dove venne rinvenuto per la prima volta. I macendoni dalla Persia, avendo vinto il re Dario, portarono in Grecia il nuovo albero affinché anche i Greci gustassero i suoi frutti, dalla Grecia fu portato in Italia dai Romani pochi anni dopo la nascita di Cristo. La sua foglia è simile a una lingua, il fiore rossiccio, il frutto esternamente rivestito di una leggera peluria, ma dentro carnoso, pieno di polpa eccetto il nocciolo duro e ruvido. Alessandro Magno apprezzò tanto questo albero che lo importò in Egitto e con i suoi rami volle coronare i vincitori. Si narrano cose meravigliose riguardo all'albero di pesco: come tramandano i cristiani, questo albero offrì la sua ombra a Gesù Cristo mentre fuggiva con i genitori in Egitto; per questo motivo l'imperatore Giuliano, provando odio per i Cristiani, ordinò di abbattere in tutto l'impero gli alberi di pesco
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Nuovo comprendere e tradurre numero 279 pagina 234
Alexander erigi duodecim aras ex quadrato saxo, ... ut opportunis locis exponi subinde copiae possent.
Traduzione
Alessandro ordinò che si costruissero 12 altari di pietre squadrate testimonianza della sua spedizione che fossero ampliate le fortificazioni dell’accampamento e che si lasciassero letti di dimensioni maggiori rispetto alla figura dei corpi, per accrescere l’apparenza di ogni cosa allestendo per i posteri un prodigio ingannevole. Dirigendosi di nuovo da qui verso le terre che aveva percorso pose l’accampamento presso il fiume Acesine. Qui il caso volle che Ceno morisse a causa di una malattia i re certamente si addolorò per la sua morte. Tuttavia aggiunse che per pochi giorni egli aveva proferito un lungo discorso come se lui solo avesse dovuto rivedere la macedonia. La flotta che egli aveva fatto allestire si trovava già in acqua. Frattanto Memnone aveva condotto in aituo dalla tracia cavalieri e oltre loro 7000 fanti da parte di Ampalo ed aveva recato armi cesellate d’oro e d’argento per 25. 000 soldati dopo averle distribuite fece fondere le vecchie e accingendosi a prendere il mare con 1. 000 navi lasciò nei loro regni i re dell’India Poro e Tassile, prima in disaccordo e rinfacciantisi vecchi rancori, ora in amicizia consolidata attraverso un vincolo di parentela e del cui grande aiuto si era servito nella costruzione della flotta. Fondò anche 2 ittà una delle quali chiamò Nicea e l’altra Bucefala dedicando la città al ricordo e al nome del cavallo che aveva perso. Quindi dopo aver ordinato che gli elefanti e le salmerie lo seguissero via terra navigando seguendo la corrente del fiume percorse quasi 40 stadi al giorno in modo che le truppe potessero sbarcare di tanto in tanto in luoghi più opportuni.
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Nasica, cum ad poetam Ennium venisset eique ab ostio quaerenti Ennium ancilla dixisset domi non esse, sensit illam domini iussu dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quaereret, exclamat Nasica domi non esse, tum Ennius dixit Quid? Ego non cognosco vocem tuam?
Nasica, essendo andato dal poeta Ennio e l'ancella avendogli detto che chiedeva stando sulla porta che Ennio non era in casa, si accorse che quella disse ciò per ordine del padrone e che quello era dentro, pochi giorni dopo, dopochè Ennio andò da Nasica e chiese alla porta di lui, Nasica esclamò che non era a casa. Allora Ennio: "Che cosa? -disse io - non conosco la tua voce?" Allora Nasica: "Un uomo sfrontato sei: io credendo di te, io credetti alla tua ancella che non eri a casa, tu non mi credi lo stesso?"
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Cum M. Naevius tribunus plebis accusaret Scipionem Africanum ad populum diceretque eum accepisse a rege Antiocho pecuniam ut condicionibus gratiosis et mollibus pax cum eo populi Romani nomine fieret, tum Scipio, praefatus pauca quae dignitas vitae eius atque gloria postulabant: ”Memoria, -inquit-Quirites, repeto diem esse hodiernum quo Hannibalem Poenum, impero vestro inimicissimum, magno proelio vici in terra Africa pacemque et claram vobis peperi victoriam. Non igitur simus adversum deos ingrati et, censo, reliquamus nebulonem hunc, eamus hinc protinus Iovi Optimo Maximo gratulatum”. Id cum dixisset, ire ad Capitolium coepit. Tum contio universa, relicto tribuno, Scipionem in Capitolium comitata (est) atque inde ad aedes eius cum laetitia et gratulatione sollemni prosecuta est.
Avendo il tribuno accusato e diffamato - davanti al popolo - il tribuno della plebe M. Nevio d'aver ricevuto dal re Antioco del denaro, al fine di favorire la pace col popolo romano a condizioni non troppo gravose, Scipione l'Africano - dopo aver esordito con le poche parole che il decoro e la gloria della propria vita imponevano, disse: "O Quiriti, faccio presente che oggi ricorre l'anniversario della mia sfolgorante vittoria sul cartaginese Annibale, acerrimo nemico del vostro impero, assicurandovi e portai una pace ed un successo memorabili in terra d'Africa. E allora, non mostriamoci ingrati nei confronti degli dèi e, com'è ragionevole, lasciamo perdere questo buono a nulla, e andiamo subito a render grazie [gratulatum; participio con valore finale; a Giove Ottimo Massimo. Ciò detto, s'incamminò alla volta del Campidoglio. Al che, l'intera assemblea, piantato in asso il tribuno, accompagnò Scipione in Campidoglio, e di poi, a casa sua, in un clima di gioia e solenne gratitudine.