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Οι μεν δη παιδες εις τα διδασκαλεια φοιτωντες διαγουσι μανθανοντες δικαιουσυνην· ... εκ τουτου δε εις εφηβους εξερχονται.
I fanciulli vanno a scuola per imparare/imparando la giustizia. Si dice che questo sia lo scopo per cui vanno a scuola, come da noi vanno per imparare[ quelli che imparano] la grammatica [...] Si insegna ai fanciulli anche la temperanza; al suo apprendimento molto giova la constatazione che anche gli anziani vivono praticando quotidianamente questa virtù. Si insegna loro a obbedire ai superiori, e a questo contribuisce il vedere che gli anziani prestano una scrupolosa obbedienza ai magistrati. E poi si insegna l'autocontrollo nel mangiare e nel bere, che viene favorito sia dalla possibilità di riscontrare che gli anziani non vanno a cenare prima che i superiori lo consentano sia dalla circostanza che non consumano il pasto a casa, con la madre, bensì in compagnia del maestro, e solo dopo che i direttori abbiano dato il segnale. Si portano da casa come nutrimento del pane, come companatico del crescione e per spegnere la sete una tazza per attingere l'acqua del fiume. E poi imparano a tirare con l'arco e a lanciare il giavellotto.
Queste sono le occupazioni dei fanciulli dalla nascita ai sedici o diciassette anni d'età, allorché entrano nella classe degli Efebi.
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Εστω δη μοι η μεν αρετη τοιονδε τι οιον πολις τις ευδαιμονα εχουσα τους εμπολιτευομενους, σοφους... και ελευθερια και τοις αλλοις αγαθοις. (da Luciano)
Sia dunque la virtù come una città che abbia i felici suoi abitatori (come direbbe il tuo maestro, che ci è venuto di là) tutti cime di sapienti, costanti, giusti, prudenti, e poco meno che Dei. Le ribalderie che sono fra noi, rapire, opprimere, ingannare, in quella città neppure per sogno...
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καὶ τὸ μὲν τὰ μεγάλα νικᾶν τοὺς φίλους εὖ ποιοῦντα οὐδὲν θαυμαστόν, ἐπειδή γε καὶ δυνατώτερος ἦν· τὸ δὲ τῇ ἐπιμελείᾳ περιεῖναι τῶν φίλων καὶ τῷ προθυμεῖσθαι χαρίζεσθαι, ταῦτα ἔμοιγε μᾶλλον δοκεῖ ἀγαστὰ εἶναι. Κῦρος γὰρ ἔπεμπε βίκους οἴνου ἡμιδεεῖς πολλάκις ὁπότε πάνυ ἡδὺν λάβοι, λέγων ὅτι οὔπω δὴ πολλοῦ χρόνου τούτου ἡδίονι οἴνῳ ἐπιτύχοι· «τοῦτον οὖν σοὶ ἔπεμψε καὶ δεῖταί σου τήμερον τοῦτον ἐκπιεῖν σὺν οἷς μάλιστα φιλεῖς.»πολλάκις δὲ χῆνας ἡμιβρώτους ἔπεμπε καὶ ἄρτων ἡμίσεα καὶ ἄλλα τοιαῦτα, ἐπιλέγειν κελεύων τὸν φέροντα· «τούτοις ἥσθη Κῦρος· βούλεται οὖν καὶ σὲ τούτων γεύσασθαι.» ὅπου δὲ χιλὸς σπάνιος πάνυ εἴη, αὐτὸς δὲ δύναιτο παρασκευάσασθαι διὰ τὸ πολλοὺς ἔχειν ὑπηρέτας καὶ διὰ τὴν ἐπιμέλειαν, διαπέμπων ἐκέλευε τοὺς φίλους τοῖς τὰ ἑαυτῶν σώματα ἄγουσιν ἵπποις ἐμβάλλειν τοῦτον τὸν χιλόν, ὡς μὴ πεινῶντες τοὺς ἑαυτοῦ φίλους ἄγωσιν. εἰ δὲ δή ποτε πορεύοιτο καὶ πλεῖστοι μέλλοιεν ὄψεσθαι, προσκαλῶν τοὺς φίλους ἐσπουδαιολογεῖτο, ὡς δηλοίη οὓς τιμᾷ. ὥστε ἐγὼ μέν γε, ἐξ ὧν ἀκούω, οὐδένα κρίνω ὑπὸ πλειόνων πεφιλῆσθαι οὔτε Ἑλλήνων οὔτε βαρβάρων.
E non è per nulla degno di meraviglia che vincesse gli amici nel far del bene in grandi cose, dal momento che era anche più ricco; ma l'essere superiore agli amici in sollecitudine e nel desiderare di compiacerli, questo a me sembra essere più degno di ammirazione. Ciro infatti inviava spesso anfore di vino piene a metà ogni volta che ne riceveva di molto buono, dicendo che da molto tempo non gli era capitato un vino più dolce di quello "questo quindi ti ha mandato e ti prega di berlo oggi con quelli che ami di più. Spesso mandava oche mangiate a metà e mezze focacce e altre cose del genere, ordinando a chi le portava di dire: "Ciro si è compiaciuto di questi cibi e vuole quindi che anche tu ne gusti". Qualora il foraggio fosse molto scarso ed egli potesse procurarsene per avere molti servi e per la sua previdenza, distribuendolo invitava gli amici a dare quel foraggio ai cavalli che portavano le loro persone, perché non trasportassero i suoi amici delle bestie affamate. Se qualche volta poi era in viaggio e moltissimi si apprestavano a vederlo, chiamando gli amici discuteva animatamente per mostrare quelli che stimava. Così che io, da ciò che sento, ritengo che nessuno né tra i Greci né tra i barbari sia stato amato da più persone.
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Επει δε ησθενει Δαρειος και υπωπτευε τελευτην του βιου, εβουλετο τω παιδε αμφοτερω παρειναι... οπως οτι απαρασκευοτατον λαβοι βασιλεα. (Senofonte)
Quando Dario si ammalò e prevedeva la [fine della vita] morte, volle essere accanto ad entrambi i figli. Dunque, il più anziano si trovava vicino per caso; invece, mandò [presente storico] a chiamare Ciro dalla provincia di cui lo rese governatore e lo nominò comandante di tutti quanti si radunavano nella pianura di Castolo. Dunque, Ciro risalì verso l'interno, avendo portato con sé Tissaferne come compagno e avendo trecento opliti dei Greci ed il loro comandante Xenia Parrasio. Quando Dario morì e Artaserse giunse al potere, Tissaferne accusò Ciro presso il fratello che egli tramava contro di lui. Egli, allora, gli diede retta e fece arrestare Ciro per ucciderlo ma la madre, avendo interceduto per lui, lo rimandò alla provincia. Egli, come tornò, dopo aver corso pericoli e dopo essere stato disonorato, decise che non si sarebbe più opposto a suo fratello ma, se fosse stato possibile, avrebbe regnato al suo posto. Allora, la madre Parisatide fu favorevole a Ciro, amandolo più di Artaserse che deteneva il potere. Chiunque di quelli provenienti dal palazzo veniva da lui, tutti li rimandava indietro dopo averli messi in una tale disposizione d'animo da essere più amici a lui che al re. [...] E andava raccogliendo truppe greche, nella massima segretezza possibile, per sorprendere il re quanto più impreparato.
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εἰ δὲ δὴ τὰς μὲν μάχας θαρρεῖτε, ὅτι δὲ οὐκέτι ὑμῖν Τισσαφέρνης ἡγήσεται οὐδὲ βασιλεὺς ἀγορὰν παρέξει, τοῦτο ἄχθεσθε, σκέψασθε πότερον κρεῖττον Τισσαφέρνην ἡγεμόνα ἔχειν, ὃς ἐπιβουλεύων ἡμῖν φανερός ἐστιν, ἢ οὓς ἂν ἡμεῖς ἄνδρας λαβόντες ἡγεῖσθαι κελεύωμεν, οἳ εἴσονται ὅτι, ἤν τι περὶ ἡμᾶς ἁμαρτάνωσι, περὶ τὰς ἑαυτῶν ψυχὰς καὶ σώματα ἁμαρτήσονται. τὰ δὲ ἐπιτήδεια πότερον ὠνεῖσθαι κρεῖττον ἐκ τῆς ἀγορᾶς ἧς οὗτοι παρεῖχον μικρὰμέτρα πολλοῦ ἀργυρίου, μηδὲ τοῦτο ἔτι ἔχοντας, ἢ αὐτοὺς λαμβάνειν ἤνπερ κρατῶμεν, μέτρῳ χρωμένους ὁπόσῳ ἂν ἕκαστος βούληται. εἰ δὲ ταῦτα μὲν γιγνώσκετε ὅτι κρείττονα, τοὺς δὲ ποταμοὺς ἄπορον νομίζετε εἶναι καὶ μεγάλως ἡγεῖσθε ἐξαπατηθῆναι διαβάντες, σκέψασθε εἰ ἄρα τοῦτο καὶ μωρότατον πεποιήκασιν οἱ βάρβαροι. πάντες γὰρ ποταμοί, ἢν καὶ πρόσω τῶν πηγῶν ἄποροι ὦσι, προσιοῦσι πρὸς τὰς πηγὰς διαβατοὶ γίγνονται οὐδὲ τὸ γόνυ βρέχοντες. εἰ δὲ μήθ᾽ οἱ ποταμοὶ διήσουσιν ἡγεμών τε μηδεὶς ἡμῖν φανεῖται, οὐδ᾽ ὣς ἡμῖν γε ἀθυμητέον..
Se affrontate intrepidi le battaglie, ma vi assilla l'idea che Tissaferne non ci farà più da guida e che il re non ci aprirà i mercati, considerate se, come guida, sia meglio Tissaferne, l'uomo che ci ha chiaramente traditi, oppure persone da noi scelte e incaricate, che sapranno cosa li aspetta: alla prima mancanza, l'errore si ritorcerà contro le loro vite e i loro corpi. Quanto ai viveri, è meglio comprarli alle condizioni di mercato che stabilivano i barbari (misure scarse e prezzi salati - e soldi non ne abbiamo più) oppure farne razzia, se abbiamo la meglio, usando ciascuno la misura che gli va? Poniamo che siate convinti che questi punti siano a nostro vantaggio, ma che valutiate insormontabili i fiumi e consideriate un grave errore averli attraversati. Valutate piuttosto se non siano stati i barbari ad agire con follia totale. Tutti i fiumi a valle non li puoi varcare, ma alla sorgente diventano transitabili, senza neppure bagnarsi le ginocchia. Se poi i fiumi non ci permetteranno il passaggio e non troveremo nessuna guida, anche in tal caso non dovremo abbatterci.