Hannibal, post Cannensem pugnam et bina Romanorum castra capta atque direpta, ex Apulia in Samnium .
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Annibale, dopo la battaglia di Canne e dopo aver preso e abbattuto due accampamenti dei Romani, dall'Apulia si era spostato nel Sannio e, attraverso la campagna Campana, si diresse al mar Tirreno, intenzionato ad attaccare Napoli, poiché desiderava avere una città marittima. Da quel luogo cambiò direzione alla volta di Capua, città lussureggiante grazie ad una prosperità duratura e alla generosità della sorte. In quel luogo Annibale collocò l'accampamento invernale e tenne l'esercito nelle case (della città) per gran parte dell'inverno (partem non partis), quell'esercito che aveva resistito spesso e per lungo tempo a tutte le durezze e le spiacevolezze umane, inesperto e non avvezzo alle cose piacevoli e alle comodità. Pertanto, gli eccessivi agi e gli smisurati piaceri mandarono in rovina i soldati di Annibale, che né le nevi delle Alpi, né gravi pericoli, né alcuna forza, avevano potuto vincere. Infatti sia il sonno, sia il vino, sia i banchetti, sia le donne e le terme, indebolirono i corpi e gli animi dei soldati; di conseguenza, in seguito non sopravvisse niente, né del loro antico valore, né della severa disciplina dell'esercito. Come affermano gli esperti delle arti militari, questo errore di Annibale gli tolse le forze per la vittoria.
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L'Ateniese Milziade, il più illustre tra i comandanti del suo tempo, si distinse non solo per l'antichità della stirpe e per la gloria degli antenati, ma anche per l'austerità e la modestia dei suoi costumi. Infatti si dimostrò sempre estremamente preoccupato del bene comune e fu così gentile e ben disposto nei confronti di tutti da accordare facile udienza anche ai cittadini più umili, che chiedevano aiuto. Quando i Persiani, che avevano mosso guerra ai Greci, irruppero in Attica, in estate inoltrata, intenzionati a distruggere Atene, gli Ateniesi, con a capo Milziade, condussero fuori dalla città le truppe e intrapresero una battaglia presso Maratona. I Persiani avevano più soldati degli Ateniesi, ma, in battaglia, gli Ateniesi furono più valorosi e, combattendo aspramente, sconfissero i nemici. Nessuna battaglia fu più famosa della battaglia di Maratona: il piccolissimo esercito degli Ateniesi, grazie alla forza dei soldati e all'abilità del comandante, piegò le grandissime truppe dei Persiani. La gloria militare di Milziade fu assoluta, ma il suo prestigio presso il popolo non fu minore. E così egli non evitò la gelosia dei suoi oppositori: infatti, dopo essere stato accusato di tradimento, fu messo in carcere e lì morì.
Mithridatis futuram magnitudinem etiam caelestia portenta praedixerunt. Nam et eo anno quo ille natu
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Anche dei prodigi celesti preannunciarono la futura grandezza di Mitridate. Infatti sia in quell'anno nel quale egli nacque, sia nell'anno in cui cominciò a regnare, una stella cometa brillò a tal punto per settanta giorni che tutto il cielo sembrava ardere. Infatti con la sua grandezza aveva occupato un quarto del cielo e con il suo fulgore aveva superato quello del sole. Inoltre Mitridate da fanciullo subì gli attentati dei suoi tutori; questi infatti, cercando di toglierlo di mezzo, dopo averlo messo sopra un cavallo non domato, lo costringevano a cavalcare e scagliare dardi. Inoltre poiché non avevano realizzato il tanto turpe proposito, tentarono di uccidere Mitridate con il veleno; e perciò egli, avendo paura, bevve spesso l'antidoto; e così si immunizzò talmente grazie all'uso quotidiano contro gli attentati, che da vecchio, cercando una morte volontaria, non riuscì a morire col veleno. Temendo poi di essere ucciso dagli avversari con la spada, simulò il desiderio di andare a caccia. Così per sette anni non utilizzò una casa, né in città, né in campagna, ma, vagando per i boschi, era solito passare la notte in diversi luoghi dei monti; in questo modo evitò tutte le insidie degli avversari e, quando fu cresciuto, si impadronì del regno.
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Come narra l'antica leggenda, Ercole dopo lunghe peregrinazioni attraverso l'Italia, giunge nel Lazio con una grande mandria di buoi, si ferma sulla riva del Tevere e lì, stanco per il viaggio e per la fatica, si addormenta. Mentre quello dorme, Caco, pastore di statura gigantesca che spaventava tutto il Lazio con la sua forza, rapisce i buoi di Ercole, bestie di mirabile bellezza; in seguito trascinando le bestie per la coda, introduce i buoi nella sua grotta. Ercole, quando si accorge del furto, adirato cerca ovunque i suoi buoi ma non li trova: infine si avvicina alla grotta di Caco e vuole entrare quando vede le tracce dei buoi rivolte verso l'esterno; allora triste, ingannato per le impronte, decise di andarsene, quando sente i suoi buoi muggire nella grotta. Perciò Ercole capisce l'inganno di Caco, entra nella grotta e uccide il ladro.
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Ubbidire agli insegnamenti dei genitori spesso è fonte di salvezza, come insegna la favola. Una capretta, volendo andare al pascolo (lett. al pasto, al nutrimento) avvertì il suo piccolo capretto, che non conosceva ancora i pericoli della vita, di non aprire l'uscio se non alla madre, poiché dei lupi famelici giravano attorno alla stalla, intenzionati a mangiare i teneri capretti. Il capretto promise di obbedire agli ammonimenti della madre e salutò la madre che si allontanava. Subito giunse un lupo che, dopo che vide il capretto da solo in casa, cercò di ingannarlo e, imitando la voce della madre, ordinò di aprire l'uscio dicendo: "Oh figlio, apri subito la porta, il lupo ormai è vicino!". Ma il capretto, vedendo attraverso la piccola fessura dell'ingresso non la madre, ma il lupo, non aprì l'ingresso ma disse: "Ho creduto di aver udito la voce di mia madre, ma non vedo la sua immagine. Tu sei il lupo e, imitando la voce di mia madre, vuoi il mio sangue. Vattene! L'ingresso resterà chiuso!".
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