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Narrano che Alessandro Magno, durante la guerra contro Dario, re dei Persiani, essendo spossato dal calore del sole, immerse il suo corpo nel fiume, ma i muscoli e gli arti furono infiacchiti con un torpore mortale a causa dell'eccessivo freddo dell'acqua. Il re esanime, con l'apprensione di tutto l'esercito fu trasportato nella tenda e furono radunati presso di lui i medici per cercare dei rimedi. Quelli, con decisione unanime, prescrissero che fosse somministrata al re una certa pozione e Filippo, medico e amico di Alessandro, preparò la pozione con le sue mani. Ma quando Filippo stava per porgere la pozione al re, narrano che giunse una missiva da Parmenione, luogotenente e compagno di Alessandro, che ammoniva che il re prestasse attenzione alle insidie di Filippo, corrotto con il denaro dal re Dario. Tuttavia Alessandro, pur avendo letto la missiva, bevve il rimedio senza esitazione, ritenendo che Filippo fosse un amico leale. In cambio di un così risoluto giudizio verso l'amico, ricevette un premio dagli dèi immortali: infatti Alessandro fu guarito in breve tempo e portò a termine la guerra contro il re Dario con una grande vittoria.
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Mentre il dittatore Aulo Postumio combatteva contro Manlio, comandante dei Tuscolani, presso il lago Regillo, narrano che anche Castore e Polluce, figli gemelli di Giove e Leda, furono visti combattere tra i soldati Romani. Quando il dittatore Furio Camillo conquistò Veio, ordinò che la statua di Giunone Moneta fosse trasferita a Roma. Narrano che un soldato Romano per gioco chiese alla statua se forse voleva vedere Roma ed avere un tempio in quel luogo, e che la statua acconsentì e rispose: "Lo voglio". A Filippo, re dei Macedoni, che lo consultava, Apollo rispose che si guardasse dalla quadriga. Il re ordinò che i cavalli non fossero mai legati insieme, ma Pausania, il capo o meglio il re della Bitinia, che lo sconfisse, sulla fodera della spada con la quale Filippo fu ucciso, aveva una quadriga d'argento.
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Verre, poiché aveva amministrato, in modo scandaloso, la provincia Sicilia per tre anni, fu citato in giudizio dai Siciliani. Cicerone sostenne la causa dei Siciliani, i quali erano stati fortemente oppressi dal malvagio magistrato. In seguito furono scoperte da Cicerone, con estremo impegno, prove e indizi di tutti i suoi misfatti in Sicilia e Verre fu condannato: infatti lo scellerato uomo aveva afflitto gli abitanti della Sicilia con nuove e pesanti tasse; aveva torturato e ucciso cittadini Romani come servi; aveva liberato dalle carceri uomini malvagi e colpevoli, aveva condannato gli onesti e gli innocenti; aveva aperto il porto assai protetto e le sicure città ai pirati e ai predoni; aveva oppresso con la fame i marinai e i soldati dei Siciliani, alleati e amici del popolo Romano. Inoltre non solo molti edifici pubblici, ma anche templi e case private erano stati spogliati di statue e decori da Verre. Infine aveva compiuto azioni scellerate, non aveva mantenuto la parola, aveva violato tutte le leggi umane e divine.
Cato, vir probus et gravis, domi bellique magnam gloriam sibi paravit. Oriundus municipio Tusculo, a
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Catone, uomo onesto e serio, si procurò grande gloria sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Originario della cittadina di Tuscolo, da giovinetto visse tra i Sabini, da lì, sotto esortazione di L. Valerio Flacco, che poi ebbe come collega nel consolato e nella censura, migrò a Roma e cominciò a frequentare il foro. Fu generale dei soldati in Sicilia. Dopo il ritorno dall'isola, insieme al console C. Claudio Nerone combatté valorosamente presso Sena contro Asdrubale, fratello di Annibale e ottenne la lode nell'arte militare. In seguito fu questore, poi fu eletto edile della plebe insieme a C. Elvio. In qualità di pretore governò la provincia di Sardegna. Ricoprì il consolato insieme a L. Valerio Flacco, ottenne il proconsolato della Spagna Citeriore dalla quale riportò un trionfo. Fu nominato censore insieme al medesimo Flacco e amministrò con severità il potere: infatti cacciò dal senato molti nobili per indegnità, con una legge combatté il lusso che già allora cominciava a diffondersi. Per tutta la vita dissentì da P. Cornelio Africano, il quale al tempo deteneva il potere a Roma: non esitò infatti a suscitarsi inimicizie per difendere lo stato. Narrò delle imprese Romane nei libri che si intitolano "Le Origini", inoltre scrisse un libro sulla vita rustica che si intitola "Sull'agricoltura".
Bello iterum cum Sabinis suscepto, Tarquinius Priscus, equitum centuriis duplicatis ac novis militib
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Dopo che ebbe intrapreso, per la seconda volta, la guerra contro i Sabini, Tarquinio Prisco, una volta raddoppiate le centurie di cavalieri e reclutati nuovi soldati, non solo aumentò le forze dell'esercito Romano, ma aggiunse anche un tranello. Infatti il re dei Romani inviò uomini che gettassero nel fiume una gran quantità di tronchi che giaceva sulla riva dell'Aniene, dopo averla incendiata e caricata sulle barche. Grazie al vento favorevole, i tronchi infiammati, trasportati dalle barche, si impigliano nei pali e incendiano il ponte. Anche quella cosa, in battaglia, infuse terrore nei Sabini ed impedì la fuga ai soldati sconfitti; molti, che erano sfuggiti ai Romani, morirono nel fiume. E così i corpi e le armi dei nemici, che galleggiavano nel Tevere, annunciarono la vittoria a Roma prima che gli ambasciatori giungessero per riferire il felice esito della guerra.
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