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Cesare, poiché aveva saputo dagli esploratori che i Galli erano stati aiutati dai Germani, stabilì di trasferire l'esercito oltre il Reno. Dopo che fu giunto sulla riva del fiume, ordinò ai soldati di piazzare l'accampamento. I confinanti della regione possedevano alcune navi, con le quali si potevano trasportare i soldati, ma Cesare, poiché diffidava dei confinanti, stabilì di congiungere le sponde del fiume con un ponte. Immediatamente ordinò che fosse portata legna e qualsiasi cosa era necessaria all'opera e ordinò a ciascun soldato qualcosa. Costruito il ponte in poco tempo, Cesare trasferì l'esercitò al di là del Reno e su ciascuna delle due rive fortificò i fortini e rinsaldò le postazioni di guardia. Vietò ai soldati di uscire dall'accampamento mentre egli, di persona, si diresse con i cavalieri nel territorio degli Svevi. Poiché aveva udito che i Germani si erano nascosti nelle foreste, mise a ferro e fuoco i loro campi e i loro villaggi. Poi, riportò le legioni in Gallia e vietò che il ponte fosse tagliato.
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Ulpio Traiano fu tanto giusto e buono da essere annoverato fra gli dei. Un tempo, infatti, mentre l'imperatore era in procinto di lasciare Roma, per condurre la guerra contro i Daci, dopo che era già montato a cavallo per passare in rassegna l'esercito, una certa vedova, sfinita dagli anni e dalle sofferenze, si gettò ai suoi piedi, e piangendo lo pregò di vendicare la morte del figlio ucciso ingiustamente. Traiano allora, avendo fretta di allontanarsi da Roma, rispose: "Quando sarò tornato dalla guerra ti renderò giustizia". Ma la vedova, girando attorno al cavallo dell'imperatore: "E se non sarai ritornato chi mi renderà giustizia?". Traiano per tutta risposta: "Se sarò morto in guerra il mio successore ti darà soddisfazione". E quella: "Se qualcun'altro mi avrà reso giustizia quale merito avrai? Tu sei l'imperatore, e tu mi sei debitore, la giustizia altrui non ti libererà. Non partirai prima di avermi reso giustizia!". Commosso dalle parole della vedova Traiano scese da cavallo e, sebbene tutti lo esortassero a proseguire il cammino, ascoltò l'umile vedova e, conosciute le circostanze, le rese giustizia.
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L'assassinio di Cesare che stava per accadere (futura) fu preannunciato da grandi prodigi. In un campo presso Capua i contadini trovarono un monumento nel quale era stato sepolto Capi, compagno di Enea e fondatore della città, lo aprirono e lì trovarono una tavola di bronzo, sulla quale era stato scritto a caratteri e parole Greche: "Colui che discende dal sangue di Iulo sarà ucciso, se le ossa di Capi saranno state rinvenute". Cesare infatti aveva origine da Iulo, il figlio di Enea, progenitore della famiglia Iulia. Un giorno l'aruspice Spurinna aveva avvertito: "Un grande pericolo incomberà, se i cavalli avranno lasciato il pascolo e avranno versato lacrime". Pochi giorni prima delle Idi di Marzo, i cavalli che Cesare aveva consacrato agli dei presso il fiume Rubicone e aveva lasciato andare liberi ed errabondi senza un guardiano, si astennero dal pasto e piansero abbondantemente.
Dionysius Syracusarum tyrannus cum Damocles unus ex eius adsentatoribus commemoraret in sermone copi
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Dionisio, tiranno di Siracusa, poiché Damocle, uno dei suoi adulatori, celebrava in un discorso le sue truppe, le ricchezze, la grandezza dell'autorità, l'abbondanza delle cose, la magnificenza delle case e delle regie, e negava che ci fosse mai stato un uomo più felice, un giorno gli disse: "Poiché la mia vita di piace, vuoi dunque assaggiarla?". Poiché quello aveva risposto di desiderarlo, ordinò che Damocle fosse messo in un letto d'oro, dipinto con opere magnifiche, e lo fornì numerosissime tavolette d'argento e di oro cesellato. Poi ordinò agli schiavi di radunarsi ad una tavola di magnifica bellezza e di servirlo diligentemente. C'erano unguenti, corone, la tavola era apparecchiata di vivande straordinariamente squisite: Damocle riteneva di essere fortunato e si chiedeva se sarebbe più stato tanto felice! In mezzo a questo lusso Dionisio ordinò di far scendere dal soffitto, appeso ad un crine di cavallo una spada risplendente, così da incombere sulla testa di quell'uomo felice. Damocle, fu preso da tanto terrore che né vide quei bei camerieri, né allungò una mano sulla tavola. Alla fine pregò il tiranno di permettergli di andare, perché non voleva più essere felice.
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Nettuno, figlio di Saturno, è considerato dai Greci e dai Romani dio delle acque. Nettuno infatti non solo possiede il dominio del mare, ma anche dei fiumi e dei ruscelli. Abita nell'Olimpo con gli altri dei, ma spesso scende dall'Olimpo verso l'Oceano: infatti ha una splendida dimora nell'oceano presso l'isola di Eubea e lì, con le ninfe marine siede sul trono d'orato e regge il tridente, simbolo del suo potere. Quando le onde del mare vengono agitate con impeto dai venti, i marinai invocano Nettuno. Il dio ascolta i devoti marinai e deciso offre aiuto: infatti immediatamente accorre con i cavalli marini attraverso le onde, respinge i venti con il tridente, placa la tempesta e il mare ritorna tranquillo, per questo Nettuno è particolarmente adorato dagli abitanti delle città costiere e delle isole. E' famosa la contesa di Nettuno e Minerva su Atene e per la protezione di tutta l'Attica. Poichè Nettuno e Minerva vogliono essere adorati ad Atene e in modo particolare in Attica, decidono di offrire preziosi doni agli abitanti: il dio dona un cavallo, la dea un ulivo. Il cavallo, dono di Nettuno è caro agli Ateniesi, ma l'ulivo dono di Atena, è considerato indispensabile per l'esistenza: così Minerva sconfigge Nettuno e ottiene la riconoscenza degli abitanti. Tuttavia gli abitanti dell'Attica venerano con cura anche Nettuno come un dio buono e generoso.