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Dio concede i regni terreni sia ai pii che agli empi
Versione latino Sant'Agostino
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Inizio: Rem publicam, Quirites, vitamque omnium vestrum, bona, fortunas, coniuges Fine: eorum a iugulis vestris deiecimus
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Callidae Voces pagina 58 numero 23
Premebantur Afraniani pabulatione, aquabantur aegre ...
Gli Afraniani erano tormentati dalla mancanza di foraggio, a stento riuscivano ad approvvigionarsi di acqua. I legionari avevano una certa quantità di frumento, poiché era stato dato loro ordine di portare via da Ilerda viveri per dodici giorni, i cetrati e gli ausiliari ne erano completamente privi, perché avevano pochi mezzi per procurarlo e un fisico non abituato a portare pesi. E così ogni giorno un gran numero di loro si rifugiava da Cesare. La situazione si trovava in tale criticità. Ma delle due proposte presentate sembrava migliore quella di ritornare a Ilerda, poiché qui avevano lasciato un po' di frumento. Confidavano di prendere in quel luogo altre decisioni. Tarragona era troppo distante; comprendevano che in quel viaggio potevano capitare molti imprevisti. Approvato quel piano, partono dal campo. Cesare manda avanti la cavalleria affinché raggiungesse e trattenesse la retroguardia ed egli stesso segue con le legioni.
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Inizio: Hostes, ubi primum nostros equites conspexerunt, quorum Fine: se hostibus obtulit atque interfectus est.
I nemici, non appena videro la nostra cavalleria - benché contasse circa cinquemila unità, mentre essi non erano più di ottocento, non essendo ancora rientrati i cavalieri che avevano varcato la Mosa in cerca di grano - si lanciarono all'attacco e scompaginarono in breve tempo i nostri, che non nutrivano alcun timore, in quanto l'ambasceria dei Germani aveva appena lasciato Cesare chiedendo, per quel giorno, tregua. Quando i nostri riuscirono a opporre resistenza, gli avversari, secondo la loro tecnica abituale, balzarono a terra e, ferendo al ventre i cavalli, disarcionarono molti dei nostri e costrinsero alla fuga i superstiti, premendoli e terrorizzandoli al punto che non cessarono la ritirata se non quando furono in vista del nostro esercito in marcia. Nello scontro perdono la vita settantaquattro nostri cavalieri, tra cui l'aquitano Pisone, uomo di grandissimo valore e di alto lignaggio: un suo avo aveva tenuto la suprema autorità tra la sua gente e ricevuto dal senato di Roma il titolo di amico. Pisone, accorso in aiuto del fratello circondato dai nemici, era riuscito a liberarlo; disarcionato - il suo cavallo era stato colpito - resistette con estremo valore finché ebbe forza: poi, circondato da molti avversari, cadde. Il fratello, che aveva già lasciato la mischia, lo vide da lontano: sferzato il cavallo, si gettò sui nemici e rimase ucciso.
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Brundisini Pompeianorum militum iniuriis atque ipsius Pompei contumeliis permoti Caesaris rebus favebant.
Gli abitanti di Brindisi, risentiti per il comportamento sprezzante di Pompeo e per i soprusi dei suoi soldati, stavano dalla parte di Cesare. E così, venuti a sapere della partenza di Pompeo, mentre tutti correvano qua e là impegnati in quel preparativo, mandavano ovunque segnali dai tetti. Cesare, venuto a conoscenza di ciò che accadeva grazie a loro, dà ordine di preparare delle scale e di armare i soldati, per non perdere l'opportunità di intervenire. Pompeo sul fare della notte salpa. I soldati che erano stati posti di guardia sulle mura vengono richiamati al segnale convenuto e, per il percorso stabilito, si precipitano sulle navi. I soldati, collocate le scale, salgono sulle mura, ma avvertiti dagli abitanti di Brindisi di fare attenzione alla palizzata nascosta e alle fosse, si fermano e, guidati da loro su un percorso più lungo, arrivano al porto e, raggiunte con barche e zattere due navi piene di soldati che si erano incagliate sul molo fatto costruire da Cesare, se ne impadroniscono.