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Sed aliquando iam concludamus hunc librum, hoc usque disserentes et quantum satis visum est demonstrantes, ... et percipiat unaquaeque suum finem, cuius nullus est finis.
Ma concludiamo ormai questo libro, dopo aver esposto fin qui e, per quanto sembrava opportuno, dimostrato quale sia l'evoluzione storica delle due città, la celeste e la terrena, mischiate dall'inizio fino alla fine. La terrena ha creato per sé, da ogni provenienza o anche dagli uomini, i falsi dèi che ha voluto, per sottomettersi a loro mediante l'offerta di vittime. Invece quella celeste, che è esule sulla terra, non crea falsi dèi, ma essa è stata creata dal vero Dio ed essa stessa è la sua vera immolazione. Tutte e due però usano ugualmente i beni temporali e sono colpite dai mali con diversa fede, diversa speranza, diverso amore, fino a che siano separate dal giudizio finale e raggiunga ognuna il proprio fine che non ha fine. Del fine di entrambe si parlerà in seguito.
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Le due città versione latino Agostino
Fecerunt itaque civitates duas amores duo, terrenam scilicet amor sui... hominum, verum etiam angelorum, “ut sit Deus omnia in omnibus”
Pertanto due (diversi) amori hanno fatto due città, e cioè l'amor proprio fino al disprezzo di Dio quella terrena, mentre l'amore di Dio fino al proprio disprezzo quella celeste. Perciò la prima si gloria in se stessa, la seconda nel Signore. La prima infatti chiede la gloria agli uomini; al contrario per la seconda Dio è la massima gloria. La prima esalta nella sua gloria la sua testa; la seconda dice al suo Dio: "Tu sei la mia gloria anche perché levi in alto la mia testa ". Sulla prima domina la brama di dominio, nei suoi capi o in quei popoli che sottomette; ...
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Teodosio Felix versione latino Agostino
Alium tyrannum Eugenium, qui in illius imperatoris locum...magis doluit exorta quam cuiquam nocere voluit terminata.
L'altro tiranno Eugenio, che era stato messo (sul trono) in modo illegittimo al posto dell'imperatore combatté contro il suo esercito assai agguerito più con la preghiera che con le armi. I soldati presenti mi hanno riferito che venivano strappati loro di mano i giavellotti, perché un vento impetuoso soffiava dalle schiere di Teodosio contro le schiere avverse e non solo portava via con violenza tutti i dardi che erano scagliati contro di loro ma addirittura faceva tornare indietro contro i nemici le loro stesse frecce. Per questo il poeta Claudiano, per quanto contrario al cristianesimo, ha cantato nel panegirico per lui: O prediletto di Dio, per cui Eolo fa uscire dagli antri un ciclone in anni, per cui combatte l'atmosfera e i venti si adunano come alleati per le azioni militari (Claudiano, De tert. cons. Hon. Aug. 96-98). Dopo la vittoria, ottenuta come aveva creduto e previsto, fece abbattere gli idoli di Giove che non saprei con quali riti erano stati intenzionalmente sacralizzati alla sua sconfitta e collocati sulle Alpi e con gioviale munificenza ne donò i fulmini, dato che erano d'oro, agli inviati i quali per scherzo, giustificato d'altronde dal lieto evento, dicevano che desideravano essere fulminati da essi. La violenza della guerra aveva levato di vita, ma non per suo comando, alcuni suoi nemici, e i loro figli non ancora cristiani avevano cercato scampo nella Chiesa. Egli, data l'occasione, volle che divenissero cristiani, li amò con carità cristiana, non li privò dei beni e li onorò con cariche. Non tollerò che dopo la vittoria le inimicizie private si volgessero a danno di qualcuno. A differenza di Cinna, Mario, Silla e altri simili, che non vollero considerare finite le guerre civili anche dopo che erano finite
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Tito Latinio versione latino Agostino
Tito Latinio rustico Romano patri familias dictum est in somnis, ...senatus quadruplicata pecunia ludos censuit instaurari.
Tito Latinio, campagnolo romano e padre di famiglia, era stato avvertito in sogno di riferire al senato che ricominciassero gli spettacoli romani. Era insomma dispiaciuto agli dèi, che volevano esilararsi con le rappresentazioni, il ferale comando contro un delinquente che proprio il primo giorno degli spettacoli era stato condotto al supplizio alla presenza del popolo. E poiché il tizio che era stato avvertito in sogno non ebbe il coraggio il giorno seguente di eseguire il comando, la notte appresso l’ordine si ripeté con maggiore severità. Non obbedì e perdette un figlio. La terza notte fu detto al meschino che gli sovrastava una pena maggiore se non obbediva. E poiché anche dopo questi fatti non ne ebbe il coraggio, fu colpito da un male atroce e orribile. Allora dietro consiglio degli amici fu portato al senato in lettiga, dopo aver riferito l’affare ai magistrati. Esposto il sogno, riacquistò immediatamente la salute e guarito tornò a casa con i propri piedi. Trasecolato da un prodigio così grande il senato, con sovvenzionamento quattro volte maggiore, stabilì di far ricominciare gli spettacoli
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Annibale versione latino Agostino
Secundo autem Punico bello nimis longum est commemorare clades ...conicienda potius quam nuntianda putaretur.
Per quanto riguarda la seconda guerra punica, sarebbe troppo lungo rammentare le stragi dei due popoli che combatterono per tanto tempo e su un vasto territorio. Per confessione stessa di coloro che hanno inteso non tanto di narrare le guerre romane quanto piuttosto di esaltare la dominazione romana, il vincitore fu pari al vinto. Infatti quando Annibale, partendo dalla Spagna, superò i Pirenei, attraversò la Gallia, valicò le Alpi devastando e sottomettendo tutte le regioni con le forze aumentate lungo il tragitto e precipitò come torrente nel valico verso l’Italia, si ebbero molti sanguinosi combattimenti, molte volte i Romani furono sconfitti, molti paesi passarono al nemico, molti furono presi e distrutti, si ebbero dure battaglie il più delle volte gloriose per Annibale data la sconfitta romana. Che dire del disastro di Canne, tremendo oltre ogni pensare? Dopo di esso si dice che Annibale, per quanto molto crudele ma saziato dell’enorme massacro dei suoi più spietati nemici, abbia comandato di risparmiarli. Dopo la strage mandò a Cartagine tre moggi di anelli d’oro per far capire che in quella battaglia era caduta molta nobiltà romana e che la segnalava meglio la misura che il numero. Si doveva da ciò dedurre che il massacro del resto dell’esercito, tanto più numeroso quanto più povero che giaceva senza anelli, era più da congetturarsi che da segnalarsi