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LA FELICITà
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Askesis
TRADUZIONE
Perciò biasimano quelli che ne sono capaci per vergogna, per nascondere così la propria impotenza, e dicono che l'intemperanza è cosa abbietta, come ho detto prima, allo scopo di asservire gli uomini che per natura sono migliori; e, poiché essi non sono capaci di procurare soddisfazione ai propri piaceri, elogiano la temperanza e la giustizia per la propria mancanza di virilità. Infatti, per coloro ai quali fin da principio toccò in sorte di essere figli di re, o di essere per natura capaci di procurarsi un potere di qualche genere, tirannide o signoria che sia, che cosa potrebbe essere in verità più brutto e peggiore della temperanza e della giustizia per questi uomini? E costoro, pur avendo il pote re di godere dei beni senza che nessuno li ostacoli, dovrebbero di propria iniziativa farsi un padrone nella legge della moltitudine degli uomini, nei loro discorsi e nel loro biasimo? E come potrebbero non essere resi infelici dalla bellezza della giustizia e della temperanza, non potendo distribuire ai loro amici nulla di più che ai loro nemici, e questo pur comandando nella propria città? Ma, Socrate, in nome di quella verità che tu dici di cercare, così stanno le cose: dissolutezza, intemperanza e libertà, quando abbiano un sostegno su cui poter contare, costituiscono la virtù e la felicità, e tutte queste altre cose non sono che bella facciata, convenzioni contro natura fatte dagli uomini, sciocchezze e roba che non vale nulla.
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IL DOMINIO DEL PIù FORTE SUL PIù DEBOLE è UN FATTO NATURALE
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Askesis
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LA FLOTTA ATENIESE PARTE PER LA SICILIA
VERSIONE DI GRECO di Tucidide
TRADUZIONE dal libro Askesis
TRADUZIONE
Dopo che le navi furono colmate e tutte le cose con cui dovevano salpare erano a bordo, fu dato il segnale del silenzio con la tromba e (tutti) elevavano le preghiere abituali prima della partenza, non nave per nave, ma tutti insieme (dietro un) un araldo, dopo aver mescolato (il vino dentro) crateri per tutto l’esercito e mentre i soldati di bordo e i comandanti facevano libagioni con coppe d’oro e d’argento. E insieme pregava anche il resto della folla dalla riva, sia i cittadini sia chiunque altro fra i presenti fosse benevolo a loro. Cantato il peana e terminate le libagioni, salparono, e, essendo dapprima usciti in fila, fecero poi una gara fino a Egina. Ed essi poi si affrettarono6 ad arrivare a Còrcira, dove si stava radunando anche il resto dell’esercito alleato
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I TEBANI ATTACCANO PLATEA
Versione greco Tucidide traduzione libro Askesis
Qui puoi trovare la versione stesso titolo diversa dal libro dialogoi
INIZIO: Αρχεται δε ο πολεμος ενθενδε ηδη Αθηναιων FINE: ουσαν Αθηναιων ξυμμαχιδα
Inizia ora da qui la guerra la guerra degli Ateniesi, dei Peloponnesiaci e degli alleati di ciascuno dei due, nella quale neppure non si univano più senza l'intervento degli araldi ma intraprendendola combattevano senza interruzione dall'una e dall'altra parte. Correva il quindicesimo anno, quarantottesimo del sacerdozio di Criside in Argo, mentre era eforo a Sparta Enesio e stava per concludersi (di lì a due mesi) il periodo di arcontato in Atene di Pitidoro, ed erano trascorsi cinque mesi dalla battaglia di Potidea, quando, all'avvento della primavera, un drappello di circa trecento soldati tebani (guidati dai beotarchi Pitangelo, figlio di Filide e Diemporo, figlio di Onetoride) irruppero armati in Platea, città della Beozia alleata d'Atene, nell'ora del sonno più profondo. Avevano trovate le porte della città aperte da quegli stessi uomini di Platea che li avevano chiamati, vale a dire Nauclide e i suoi seguaci. Il movente di costoro era di accrescere il loro personale potere, distruggere la parte politica che li osteggiava, e consegnare Platea alla soggezione tebana. Fungeva da intermediario in questo complotto Eurimaco, figlio di Leontiade, uno dei personaggi tebani più influenti. A Tebe si presagiva lo scoppio del conflitto; desideravano quindi anticipare il colpo di mano su Platea, con cui avevano sempre avuto violenti dissidi, mentre vigeva lo stato di pace e la guerra, ufficialmente, non era ancora divampata. Di qui la facilità con cui sorpresero il nemico, al primo tentativo d'aggressione: non era stata predisposta a Platea la vigilanza notturna. Deposero le armi nella piazza, ma non soddisfecero la pretesa di coloro che li avevano chiamati: di entrare in azione immediatamente e assaltare le case dei loro avversari politici. Progettavano piuttosto, con proclami di tono amichevole e moderato, di indurre a un accordo la città occupata. (L'araldo ingiunse che, se qualcuno era disposto ad allearsi con loro, secondo l'antico costume in vigore presso tutti i Beoti, venisse a deporre le armi nella piazza). Il loro calcolo era d'addurre più agevolmente, con l'impiego di questi metodi, la città dalla loro parte.
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LEOCRATE FUGGE DA ATENE
VERSIONE DI GRECO di Licurgo
TRADUZIONE dal libro Askesis
γεγενημένης γὰρ τῆς ἐν Χαιρωνείᾳ μάχης, καὶ συνδραμόντων ἁπάντων ὑμῶν εἰς τὴν ἐκκλησίαν, ἐψηφίσατο ὁ δῆμος παῖδας μὲν καὶ γυναῖκας ἐκ τῶν ἀγρῶν εἰς τὰ τείχη κατακομίζειν, τοὺς δὲ στρατηγοὺς τάττειν εἰς τὰς φυλακὰς τῶν Ἀθηναίων καὶ τῶν ἄλλων τῶν οἰκούντων Ἀθήνησι, καθ᾽ ὅ τι ἂν αὐτοῖς δοκῇ. Λεωκράτης δὲ τούτων οὐδενὸς φροντίσας, συσκευασάμενος ἃ εἶχε χρήματα, μετὰ τῶν οἰκετῶν ἐπὶ τὸν λέμβον κατεκόμισε, τῆς νεὼς ἤδη περὶ τὴν ἀκτὴν ἐξορμούσης, καὶ περὶ δείλην ὀψίαν αὐτὸς μετὰ τῆς ἑταίρας Εἰρηνίδος κατὰ μέσην τὴν ἀκτὴν διὰ τῆς πυλίδος ἐξελθὼν πρὸς τὴν ναῦν προσέπλευσε καὶ ᾤχετο φεύγων, οὔτε τοὺς λιμένας τῆς πόλεως ἐλεῶν ἐξ ὧν ἀνήγετο, οὔτε τὰ τείχη τῆς πατρίδος αἰσχυνόμενος ὧν τὴν φυλακὴν ἔρημον τὸ καθ᾽ αὑτὸν μέρος κατέλιπεν: οὐδὲ τὴν ἀκρόπολιν καὶ τὸ ἱερὸν τοῦ Διὸς τοῦ σωτῆρος καὶ τῆς Ἀθηνᾶς τῆς σωτείρας ἀφορῶν καὶ προδιδοὺς ἐφοβήθη, οὓς αὐτίκα σώσοντας ἑαυτὸν ἐκ τῶν κινδύνων ἐπικαλεῖται. καταχθεὶς δὲ καὶ ἀφικόμενος εἰς Ῥόδον, ὥσπερ τῇ πατρίδι μεγάλας εὐτυχίας εὐαγγελιζόμενος, ἀπήγγειλεν ὡς τὸ μὲν ἄστυ τῆς πόλεως ἑαλωκὸς καταλίποι, τὸν δὲ Πειραιέα πολιορκούμενον, αὐτὸς δὲ μόνος διασωθεὶς ἥκοι:
Essendoci stata la battaglia di Cheronea ed essendo accorsi tutti quanti voi nell'ἐκκλησία, il popolo decretò di accompagnare bambini e donne dalle campagne entro le mura e che gli strateghi disponessero secondo ciò che a loro sembrava opportuno per la protezione degli Ateniesi e degli altri che abitavano in Atene. Ma Leocrate, non preoccupandosi di nessuna di queste disposizioni, dopo aver raccolto i beni che aveva, assieme ai domestici li trasportò sul battello mentre la nave già era al largo presso l'Atte, e a tarda sera lui stesso con l'amante Irenide nel mezzo dell'Atte uscito attraverso la porticina prese il largo verso la nave e se ne andò fuggendo, né provando compassione per i porti della città, dai quali salpava, né provando pudore nei confronti delle mura della patria, la cui sorveglianza lasciò sguarnita per quanto dipendeva da lui, né ebbe timore di guardare da lontano e di tradire l'acropoli e il tempio di Zeus Soter (Salvatore) e di Atena Soteira (Salvatrice) che subito invocherà affinché lo salvino dai pericoli. una volta approdato e arrivato a Rodi, riferì, convinto di annunciare grandi successi alla patria, che aveva abbandonato la rocca della città, che era stata presa, e il Pireo mentre era assediato, e che lui era giunto da solo dopo essersi salvato.