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Brennus, Gallorum dux, Delphos iter vertit. Habebat sexaginta quinque milia peditum; Delphis autem sociisque tantum quattuor milia militum erant. Contemptu hostium paucitatis, Galli sine respectu periculorum in bellum ruebant; contra Delphi Gallos e summo montis vertice partim saxo, partim armis obruebant. In hoc partium certamine repente universorum templorum antistes, simul et ipsae vates cum insignibus atque infulis, pavidi vecordesque in primam militum aciem procurrunt. Advenisse deum clamant, se vidisse iuvenem insignis pulchritudinis desilientem in templum per culminis aperta fastigia; addunt duas armatas virgines ex propinquis duabus Dianae Minervaeque aedibus occurrisse, nec oculis tantum se haec perspexisse, audisse etiam stridorem arcus ac strepitus armorum. His vocibus incensi, omnes certatim in proelium prosiliunt. Praesentiam dei et ipsi Galli statim senserunt; nam terrae motu portio montis abrupta Gallorum stravit exercitum, deinde tempestas grandine et frigore saucios ex vulneribus absumpsit. Dux ipse Brennus, cum dolorem vulnerum non toleraret, pugione vitam finivit.
Brenno, comandante dei Galli, volse la marcia verso Delfi. Aveva sessantacinquemila fanti; invece gli abitanti di Delfi e gli alleati avevano soltanto quattromila soldati. Con disprezzo della esiguità dei nemici, i Galli senza considerazione dei pericoli si precipitavano in battaglia contro gli abitanti di Delfi dalla vetta più alta del monte in parte coi sassi, in parte con le armi sopraffacevano i Galli. In questa lotta delle parti improvvisamente i sacerdoti di tutti quanti i templi, e contemporaneamente le stesse profetesse con le insegne e le bende, paurosi e fuori di sé si precipitano verso la prima fila dei soldati. Annunciano gridando che è arrivato un dio, che hanno visto un giovane di straordinaria bellezza mentre saltare giù nel tempio attraverso i frontoni aperti del tetto. Aggiungono che due vergini armate sono accorse da due vicini templi di Diana e Minerva, e che non hanno solo visto queste cose con gli occhi, ma che hanno anche udito lo stridore dell'arco e lo strepito delle armi. Accesi da queste voci, tutti a gara si precipitano nella battaglia. Anche gli stessi Galli si resero conto della presenza del dio; infatti a causa di un terremoto una parte scoscesa del monte travolse l'esercito dei Galli, quindi una tempesta di finì con grandine e gelo coloro che (già) erano malridotti in conseguenza delle ferite. Lo stesso condottiero Brenno, non sopportando il dolore delle ferite, si tolse la vita con un pugnale.
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Cum Massilia et fama rerum gestarum et abundantia opum et artium gloria fiorerei et inter Galliae urbes excelleret, repente finitimi populi ad nomen Massiliensium delen-dum, veluti ad commune incendiimi exstinguendum, concurrunt. Hi, consensu om-nium, ducem belli regulum quendam illius regionis elìgunt, qui cum urbem hostium magno exercitu lectissimorum virorum obsideret, per quietem visus est cernere tor-vam mulierem, quae se deam esse dictitans iussit eum ab oppugnatione desistere. Hac specie exterritus, ultro pacem cum Massiliensibus fecit. Cum autem petivisset ut sibi intrare in urbem et deos Massiliensium adorare liceret, et cum id facile impetravisset, in arcem Minervae ascendit, ubi conspexit in porticibus simulacrum deae, quam per quietem viderat. Tunc repente magna voce exclamat illam esse deam, quae sibi noctu apparuisset et imperavisset1 ut ab obsidione urbis recedèret. Postea, cum gratulatus es-set Massiliensibus quod animadvertebat eos in tutela deorum immortalium esse, tor-que aureo donavit deam et in perpetuum amicitiam cum Massiliensibus iunxit.
Divenuta Marsiglia fiorente per fama di imprese, abbondanza di ricchezze e rinomanza delle arti, ed assurta a principale tra le città della Gallia, le popolazioni confinanti, (tutte) d’un tratto, si levano insieme per distruggere il popolo marsigliese, quasi a dover scongiurare un pericolo comune. Costoro, all’unanimità, scelgono – quale condottiero– un principe di quella regione, il quale (principe) – mentre era impegnato nell’assedio della città nemica, con un grande esercito di selezionatissimi combattenti – (una notte) durante il sonno credette di scorgere una donna dall’aspetto minaccioso che affermava con insistenza di essere una dea. Spaventato da tale apparizione, (il principe) stipulò di propria iniziativa la pace con gli abitanti di Marsiglia. Poi, avendo chiesto il permesso di accedere (comunque) nella città e di fare omaggio agli dèi dei Marsigliesi, ed avendo ottenuto ciò senza problemi, salì al tempio di Minerva e lì, nel porticato, il suo sguardo cadde (proprio) su una statua della dea ch’egli aveva visto in sonno. Allora subito a gran voce esclama che quella era (proprio) la dea che gli era apparsa durante la notte. (Il principe) diede in voto (allora) alla dea un monile d’oro e strinse col popolo di Marsiglia un’alleanza perenne
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Sollemni die amicos in convivium convocat. Ubi orta inter ebrios rerum a Philippo gestarum mentione praeferre se patri ipse rerumque suarum magnitudinem extollere caelo tenus coepit adsentante maiore convivarum parte. Itaque cum unus e senibus, Clitos, fiducia amicitiae regiae, memoriam Philippi tueretur laudaretque eius res gestas, adeo regem offendit, ut telo a satellite rapto eundem in convivio trucidaverit. Postquam satiatus caede animus conquievit et in irae locum successit aestimatio, modo personam occisi, modo causam occidendi considerans, pigere facti coepit. Eodem igitur furore in paenitentiam quo pridem in iram versus mori voluit. Primum in fletus progressus amplecti mortuum, vulnera tractare et quasi audienti confiteri dementiam; arreptum telum in se vertit: peregissetque facinus, nisi amici intervenissent. Mansit haec voluntas moriendi etiam sequentibus diebus. Accesserat enim paenitentiae nutricis suae et sororis Cliti recordatio, cuius absentis eum maxime pudebat: tam foedam illi alimentorum suorum mercedem redditam, ut, in cuius manibus pueritiam egerat.
in un giorno di festa invita ad una riunione conviviale gli amici. Lì, essendo nata una discussione tra ubriachi sulle imprese compiute da Filippo, incominciò a anteporsi al padre a ad esaltare fino al cielo la grandezza delle proprie imprese, mentre la maggior parte dei commensali approvava. Così mentre uno degli anziani, Clito, grazie alla fiducianell'amicizia regia, difendeva la memoria di Filippo e lodava le sue imprese, offese talmente il re che quest’ultimo, presa la spada ad una guardia del corpo, lo uccise nel bel mezzo del banchetto. Dopo che il suo animo sfogatosi nell'uccisione si calmò e la riflessione subentrò in luogo dell'ira, considerando ora la persona dell’ucciso, ora la motivazione dell’uccisione, incominciò a pentirsi della cosa fatta. Dunque spinto al pentimento dalla stessa furia da cui prima era stato spinto alla collera, volle morire. Dapprima, abbandonatosi al pianto, abbracciava il morto, toccava le ferite e confessava la sua follia come ad uno che ascoltasse: preso un giavellotto se lo rivolse contro: e avrebbe portato a termine l’azione se gli amici non fossero intervenuti. Questa volontà di morire rimase anche durante i giorni seguenti. Infatti si era aggiunto al pentimento il ricordo della sua nutrice e sorella di Clito, e di quel (ricordo) egli soprattutto provava vergogna, dato che le aveva dato tanto crudele ricompensa del proprio allevamento.
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Un viaggio movimentato: la morte di Clodio
Autore: Giustino
Versione da Littera littera numero 4 a pagina 61
Milo autem cum in senatu fuisset eo die, quoad senatus est dimissus, domum venit; calceos et vestimenta mutavit; paulisper, dum se uxor (ut fit) comparat, commoratus est; dein profectus id temporis cum iam Clodius, si quidem eo die Romani venturus erat, redire potuisset. Ob viam fit ei Clodius, expeditus, in equo, nulla raeda, nullis impedimentis; nullis Graecis comitibus, ut solebat; sine uxore, quod numquam fere: cum hic insidiator, qui iter illud ad caedem faciendam apparasset, cum uxore veheretur in raeda, paenulatus, magno et impedito et muliebri ac delicato ancillarum puerorumque comitatu. Fit ob viam Clodio ante fundum eius hora fere undecima, aut non multo secus. Statim complures cum telis in hunc faciunt de loco superiore impetum: adversi raedarium occidunt. Cum autem hic de raeda reiecta paenula desiluisset, seque acri animo defenderet, illi qui erant cum Clodio, gladiis eductis, partim recurrere ad raedam, ut a tergo Milonem adorirentur; partim, quod hunc iam interfectum putarent, caedere incipiunt eius servos, qui post erant.
Milone, dal canto suo, dopo essere stato quel giorno in senato finché l'assemblea fu sciolta, tornò a casa, cambiò i calzari e gli abiti, poi aspettò un poco mentre la moglie, come accade, terminava di prepararsi, infine partì a un'ora tale che Clodio avrebbe potuto già essere di ritorno, se mai in quel giorno avesse voluto tornare a Roma. Gli si fa incontro, libero da ogni impaccio, Clodio a cavallo: niente carrozza, né bagagli, neanche, come era solito, i compagni di viaggio di origine greca, non c'era neppure la moglie, cosa che non capitava quasi mai. Questo assalitore, invece, che avrebbe organizzato quel viaggio con il solo scopo di fare una strage, procedeva sul carro in compagnia della moglie, avvolto in un mantello, impacciato da un grande e lento séguito femminile di ancelle e giovinetti.
Si imbatte in Clodio dinanzi al suo podere all'incirca alle cinque del pomeriggio e immediatamente da una collinetta parecchi uomini armati di pugnale si slanciano contro di lui; altri, attaccando di fronte uccidono il conducente del carro. Milone, allora, gettato dietro le spalle il mantello, salta giù dalla vettura e si difende accanitamente; quelli che stavano con Clodio, sguainate le spade, in parte tornano di corsa alla carrozza per assalire Milone alle spalle, altri, invece, poiché lo credevano già morto, incominciano ad ammazzare i suoi schiavi, che chiudevano la fila.
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L'oracolo di Delfi
Autore: sconosciuto
da littera litterae 1
templum apollinis Delphici positum est in altissimo monte Parnaso, ub rupes impendebant; ibi civitatem frequentia hominum fecit, qui admiratione maiestatis undique concurrebant ei un eo saxo consedebant. Media saxi rupes in formam theatri recessit et in anfractu rupis, media ferme montis altitudine, planities exigua est cum foramine terrae profundo, quod in oracula patet. E foramine spiritus frigidior expellitur, velut ventus, qui mentes vatum in vecordiam vertit et cogit dare consulentibus responsa per Apollinem. Plurima igitur ibi et opulenta regum populorumque visuntur munera, quae magnificentia sua manifestant hominum gratam voluntatem erga deum ob oraculorum responsa.
Il tempio di Apollo a Delfi fu edificato sull’altissimo monte Parnaso, dove sovrastavano le rupi; là diede origine alla città la grande affluenza di pellegrini, i quali accorrevano da ogni parte per ammirare la maestosità e si sedevano su quelle rocce. Nel mezzo della roccia la rupe si infossò a forma di teatro e nell’incurvatura della rupe, quasi nel mezzo dell’altezza del monte, la pianura è esigua con una profonda spelonca nella terra, la quale si apre verso l’oracolo. Dalla spelonca un soffio d’aria alquanto freddo viene spinto fuori come un vento, il quale spinge le menti dei sacerdoti alla pazzia e li costringe a dare a coloro che interpellano responsi per mezzo di Apollo. Dunque lì si vedono moltissimi e ricchi doni di re e di popoli, che manifestano con la loro magnificenza la gratitudine e la volontà degli uomini di fronte al dio per i responsi degli oracoli.