- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Giustino
- Visite: 8
Attacco ateniese a Siracusa 413 a. c.
Autore: sconosciuto littera litterae
Olim Syracusani bellum paraverunt ut in dicionem suam urbs Catina redigeretur; quare a Catinensibus legati Athenas missi sunt ut auxilium peterent. Athenienses, seu studio maioris imperii, seu metu Syracusanae classic, ne Laecedaemoniis illae vires accederent, duces cum classe in Siciliam miserunt. Igitur classic ingens decernitur: creantur duce Nicias et Alcibiades et Lamachus, tantisque viribus Sicilia repetitur ut ipsi terrerentur quibus auxilia mittebantur. Brevi autem post tempore Alcibiades ad iudicium revocatus est. Nicias et Lamachus duo proelia pedestria secunda faciunt; Syracusani ergo fracti sunt auxiliumque a Lacedaemoniis petiverunt. Ab his mittur Gylippus, strenuus dux, qui opportuna bello loca apud Syracusas occupat; Gylippus duobus proeliis victus est, sed tertio proelio Athenienses in fugam compulsi sunt atque Syracusae obsidione liberatae(sunt)
Una volta i Siracusani prepararono una guerra affinché la città di Catania fosse sottomessa alla loro autorità; per questo motivo dai Cartaginesi furonomandati deglii ambasciatori ad atene per chiedere aiuto.
Gli Ateniesi, sia per il desiderio di un impero più grande sia per la paura della flotta siracusana, affinché quelle forze non si aggiungessero ai Cartaginesi, inviarono comandanti con una flotta in Sicilia.
Allora viene scelta una grande flotta. Furono eletti comandanti Nicia, Alcibiade e Lamaco, e la Sicilia viene aggredita con tanto grandi forze, che essi stessi furono messi in fuga da coloro che erano inviati come le truppe ausiliarie.
Nicia e Lamaco conducono due battaglie di terra fortunate; i Siracusani furono indeboliti e chiesero aiuto agli Spartani.
Da questi fu inviato Gilippo, valoroso comandante, che occupa Siracusa con una guerra in località adatte; Gilippo fu vinto con due battaglie; ma durante una terza battaglia, gli Ateniesi furono messi in fuga e Siracusa fu liberata dall'assedio.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Giustino
- Visite: 8
Cum Lacedaemonii Messenios armis vincere non posset, missis legatis, oraculum Delphicum cosulluerunt de belli eventu. Iis responsum est ut novum ducem ab Atheniensibus peterent, qui in contemptum Tyrtaeum poetam, claudum altero pede, miserunt. Spartani, tribus proeliis fusi, ad tantam desperationem adducti sunt ut reges eorum reducere execitum in animo haberent. Sed intervenit Tyrtaeus, carmina sua exercitui pro contione recitans, in quibus hortamenta virtutis conscripserat. His carminibus tantum ardorem militibus iniecit ut, cum in pugnam ardetissimo animo concurrissent, hostes profligaverint et fugaverint.
Non potendo i Lacedemoni vincere con le armi i Messeni, mandati gli ambasciatori, consultarono l'oracolo di Delfi sull'esito della guerra. Fu loro risposto di chiedere un nuovo comandante agli Ateniesi, i quali in segno di disprezzo mandarono il poeta Tirteo, zoppo da un piede. Gli Spartani, sconfitti in tre combattimenti, furono spinti a tanta disperazione che i loro re avevano in animo di ritirare l'esercito. Ma intervenne Tirteo, recitando all'esercito radunato i suoi carmi, nei quali aveva scritto l'esortazione al valore. Con questi carmi infuse nei soldati talmente tanto entusiasmo che, essendo accorsi alla battaglia con animo pieno d'ardore, sconfissero e misero in fuga in nemici.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Giustino
- Visite: 8
Cyrus, subacta Asia et universo Oriente in potestatem redacto, Scythis bellum movit: erat illius gentis regina Tomyris. Cyrus, traiectis copiis, trans Araxen flumen cum aliquantisper in Scythiam processisset, castra posuit. Deinde, simulato metu, refugiens, castra deseruit et vinum atque ea, quae epulis necessaria erant, reliquit. Quod cum nuntiatum reginae esset, adulescentulum filium cum tertia parte copiarum mittit prehensum Cyrum. Adulescens, cum ad castra Cyri venisset, omissis hostibus-incredibile dictu(incredibile a dirsi)-cum suis militibus se vino et epulis dedit: sic tradunt prius ebrietate quam bello Scythae victos esset. Nam Cyrus, his rebus cognitis, noctu revertens eos oppressit et omnes Scythas in somno deprehensos cum reginae filio interfecit. Amiso tanto exercitu et filio, regina animum ad ultionem intendit hostesque, recenti victoria exsultantes, pari fraude circumvenit. Nam Tomyris se refugit, simulata diffidentia propter cladem acceptam, Sic Cyrum ad angustias perduxit et multos Persas trucidavit.
Ciro, sottomessa l'Asia e ridotto tutto l'Oriente in suo potere, muove guerra agli Sciti: la regina di quel popolo era Tomiri. Ciro, trasportate le truppe al di là del fiume Araxes, dopo essere avanzato un breve tratto nella Scizia, pose l'accampamento. Poi, simulata la paura, fuggendo, abbandonò l'accampamento e lasciò il vino e quelle cose che erano necessarie ad un banchetto. Essendo ciò stato riferito alla regina, mandò il il figlio giovinetto con la terza parte delle truppe a prendere Ciro. Il giovane, essendo giunto nell'accampamento di Ciro, rinunciando ad inseguire i nemici - incredibile a dirsi - si diede al vino e al banchetto con i suoi soldati: così si tramanda che gli Sciti furono vinti più con l'ubriachezza che con un'azione di guerra. Infatti Ciro, sapute queste cose, ritornando di notte uccise gli Sciti catturati nel sonno, insieme al figlio della regina. La regina, avendo perduto un così imponente esercito ed il figlio, volse l'animo alla vendetta e raggirò con pari inganno i nemici, esultanti per la recente vittoria. Infatti Tomiri, simulata sfiducia per la strage ricevuta, si diede alla fuga; così attirò Ciro in un luogo angusto e trucidò molti Persiani.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Giustino
- Visite: 8
Testo latino Post haec Alexander habitum regum persarum et diadema insolitum antea regibus macedonis, adsumit velut in leges eorum, quos vicerat, transiret. Quae ne invidiosius in se uno conspicerentur, amicos quoque suos longam vestem auratam purpureamque sumere iubet. His rebus ingentes epularum apparatus adicit conviviaque iuxta regiam magnificentiam ludis exornat. Inter haec indignatio omnium totis castris erat: a Philippo illum patre tantum degenerasse ut etiam patriae nomen eiuraret moresque Persarum adsumeret. Sed ne solus vitiis eorum, quos armis subegerat succubiusse videretur, militibus quoque suis permisit, si cuius feminae, victi populi consuetudine tenerentur, eas ducere uxores. Existimabat enim minorem in patriam in patriam reditus cupidatem futuram esse, si haberent in castris imaginem quandam larium ac domesticae sedis
Traduzione Dopo di ciò, Alessandro prende l'abbigliamento dei re persiani ed il diadema, in precedenza inusitato per i re macedoni, come se egli si conformasse alle leggi di coloro che aveva vinto. Perché ciò per lui solo non fosse visto in modo troppo ostile, egli dà ordine che anche i suoi amici indossino una veste lunga di porpora e d'oro. Aggiunge a questo banchetti sontuosamente imbanditi, ed in conformità con la magnificenza regale arricchisce i banchetti con giochi. Mentre realizzava ciò per gli interi accampamenti c'era indignazione di tutti: aveva degenerato dal padre Filippo al punto che ripudiava anche il nome della patria e faceva propri i costumi dei Persiani. Ma perché non apparisse che fosse il solo ad essere divenuto succubo delle colpe di quelli che aveva assoggettato, permise anche ai suoi soldati, qualora qualora fossero presi nel rapporto di qualche donna del popolo vinto, di prenderla in moglie. Stimava infatti che sarebbe stato minore il desiderio di tornare in patria, se nell'accampamento avessero qualche immagine dei Lari (dei focolari)
Dal libro il nuovo latino a colori
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Giustino
- Visite: 8
Galli, hesterno mero saucii, sine respectu periculorum in bellum ruebant. Contra Delphi plus in deo quam in viribus deputantes cum contemptu hostium resistebant scandentesque Gallos e summo montis vertice partim saxo, partim armis obruebant. In hoc partium certamine repente universorum templorum antistites, simul et ipsae vates sparsis crinibus cum insignibus atque infulis pavidi vecordesque in primam pugnantium aciem procurrunt. Advenisse deum clamant, eumque se vidisse desilientem in templum per culminis aperta fastigia, dum omnes opem dei suppliciter inplorant, iuvenem supra humanum modum insignis pulchritudinis; comitesque ei duas armatas virgines ex propinquis duabus Dianae Minervaeque aedibus occurrisse; nec oculis tantum haec se perspexisse, audisse etiam stridorem arcus ac strepitum armorum. Proinde ne cunctarentur diis antesignanis hostem caedere et victoriae deorum socios se adiungere summis obsecrationibus monebant. Quibus vocibus incensi omnes certatim in proelium prosiliunt. Praesentiam dei et ipsi statim sensere, nam et terrae motu portio montis abrupta Gallorum stravit exercitum et confertissimi cunei non sine vulneribus hostium dissipati ruebant. Insecuta deinde tempestas est, quae grandine et frigore saucios ex vulneribus absumpsit. Dux ipse Brennus cum dolorem vulnerum ferre non posset, pugione vitam finivit.
I Galli, resi audaci dal vino bevuto il giorno innanzi, si gettavano nel combattimento sprezzando i pericoli. Di contro, gli abitanti di Delfi - fidando più nel dio (Apollo) che nelle forze - resistevano, con disprezzo; del nemico e limitandosi a far rovinare sopra i Galli - che tentavano la scalata (dell'altura dov'erano arroccati i Delfi) - ora massi, ora armi, (lanciate) dalla sommità dell'altura. Durante lo scontro, ecco che, d'un tratto, i sacerdoti di tutti i templi - e, insieme, le profetesse stesse - coi crini sciolti, con le insegne e le infule sacerdotali, (paritempo) spaventati e fuori di sé, si lanciano verso la prima linea dei combattenti. Annunciano a gran voce che il dio era apparso, ch'essi l'avevan visto scendere nel tempio - ne aveva attraversato la sommità aperta - mentre stavano lì ad implorarne l'aiuto, (e s'era mostrato loro nelle fattezze di) un giovane di una bellezza sovrumana; (annunciarono, inoltre, che) a lui si erano unite due fanciulle armate provenienti dai due prospicienti templi di Diana e Minerva; e ch'essi non avevano assistito a questo miracolo solo con gli occhi, ma avevano addirittura udito il sibilo tipico dell'arco (significa che diana stava per arrivare) e il clangore delle armi (significa che stava anche per arrivare Minerva). In ragione di ciò, (i sacerdoti e le profetesse) con alte suppliche invogliavano a non esitare ad abbattere il nemico: gli dèi stessi avrebbe guidato alla vittoria! Accesi da tali parole, tutti (i Delfi) si precipitano, (quasi) a gara, a combattere; anch'essi ebbero prova improvvisa della presenza divina: infatti, a causa di un terremoto, una parte della montagna franò sull'esercito dei Galli, e i serratissimi cunei (delle armate) si sfaldavano, provocando (enormi) perdite tra i nemici. Seguì, quindi, una tempesta, che con la grandine e il freddo diede il colpo finale (ai nemici già) duramente provati . Lo stesso condottiero (dei Galli), Brenno, non riuscendo a sopportare il dolore delle ferite (ricevute), s'uccise col pugnale.