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Olim Syracusani Catinam oppugnaverunt, ut ea urbs in eorum dicionem redigeretur; quare a Catinensibus legati Athenas missi sunt ut auxilium peterent. Athenienses imperii Syracusani metu, ne Laecedemoniis illae vires accederent, duces cum classe in Siciliam miserunt. Igitur creantur duces Nicias, Alcibiades et Lamachus ut ab ingentibus viribus Sicilia repetatur. Cum a ducibus Atheniensibus duobus proeliis Syracusani fracti essent, a Lacedaemoniis auxilium petiverunt. A Lacedaemoniis mittitur Gylippus, insignis dux, qui opportuna bello loca apud urbem occupat. Tandem cum ab eo Athenienses in fugam compulsi essent, Syracusae obsidione liberatae sunt.
Un tempo i Siracusani attaccarono Catania, affinché quella città fosse ricondotta sotto la loro sovranità, per cui furono inviati degli ambasciatori dai Catanesi ad Atene per chiedere aiuto. Gli Ateniesi a causa del timore del dominio siracusano e affinché quelle truppe non si avvicinassero agli Spartani, inviarono in Sicilia i comandanti con una flotta. Allora Nicia, Alcibiade e Lamaco sono nominati comandanti affinché la Sicilia sia attaccata di nuovo con ingenti truppe. I Siracusani essendo stati messi in rotta durante due battaglie dai comandanti ateniesi, chiesero aiuto agli Spartani. Viene inviato dagli Spartani Gilippo, insigne duce, che occupa i luoghi favorevoli alla battaglia presso la città. Infine essendo stati gli Ateniesi costretti alla fuga, Siracusa è libera dall'assedio.
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Ninus, rex assyriorum, d ecessit, impuberem adhuc filium relinquens et uxore Semiramin (Semiramide). Haec nec immaturo imperium tradidit, nec ipsa, quod femina erat, tractavit, sed simulavit se pro uxore nini filium, pro femina puerum. Nam et statura mediocris, et vox pariter gracilis, et lineamentorum qualitas matri ac filio similis erat. Igitur brachia ac crura velamentis, caput tiara texit et iuss eius populus quoque eodem ornamentu vestitus est. quem morem vestis exinde gens universa tenet. Sic primis intiis sexum dissimulavit et puer credita est. Magnos deinde res gessit, quarum amplitudine invidia superata est. Igitur Semiramis se feminam ostendit, nec hoc illi dignitatem regni ademit, sed admirationem auxit, quod mulier non feminas modo virtute, sed etiam viros superabat. Haec Babyloniam condidit, murum urbi cocto latere circumdedit. Multa et alia praeclara huius feminae fuere. nam Aethiopiam quoque impero adiecit. At postremum, quod concubitumfilii petiverat, ab eodem interfecta es
Nino, re degli Assiri, morì, lasciando un figlio ancora piccolo e la moglie Semiramide. Essa non consegnò il regno al (figlio) non adulto, né essa stessa lo prese in consegna, perché era una donna, ma finse d'essere invece che moglie di Nino suo figlio, invece che donna ragazzo. Infatti era piccola di statura e la sua voce era parimenti sottile e la qualità dei lineamenti di madre e figlio era simile. Dunque coprì con veli braccia e gambe, la testa con una tiara e su suo comando anche il popolo si vestì con lo stesso ornamento. Tutto il popolo mantiene questa abitudine di vestirsi da quel momento in avanti. Così all'inizio dissimulò il proprio sesso e fu creduta ragazzo. Poi fece grandi cose, dall'ampiezza delle quali l'invidia fu superata. Dunque Semiramide si mostrò femmina né ciò le tolse la dignità del regno, ma aumentò l'ammirazione, perché come donna superava non solo le altre donne per valore, ma anche gli uomini. Essa fondò Babilonia, circondò con un muro in laterizio la città. Molte e altre famosissime furono le gesta di questa donna. Infatti aggiunse anche l'Etiopia al regno. Ma all'ultimo, perché aveva ottenuto il regno del figlio, da lui stesso fu uccisa.
Traduzione dal libro optime (stesso titolo ma diversa)
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Antiquissimis temporibus primi in Asia Assyrii regnum condidisse feruntur. Quorum rex Ninus, primum finitimis, tum aliis populis perdomitis, totius Orientis populos subegit. Postremoilli bellum cum Zoroastre, rege Bactrianorum, fuit, qui primus dicitur artes magicas invenisse siderumque motus diligentissime spectasse. Hoc occiso etiam ipse decessit, relicto impubere filio Ninya et uxore Semiramide. Semiramis, nec filio immaturo ausa tradere imperium, nec ipsa palam capessere, sexum dissimulans, brachia et crura velamentis, caput tiara tegit; et, ne novo habitu aliquid occultare videretur, eodem modo etiam populum vestiri iussit; sic Semiramis primis regni initiis Ninyas esse credita est. Magnas deinde res gessit, ita ut mulier etiam viros virtute superare videretur. Babyloniam condidit muroque urbem cocto latere circumdedit, Aethiopiam imperio adiecit et Indis bellum intulit. Ad postremum a filio interfecta est, cum duo et quadraginta annos post Ninum regnavisset.
Semiramide regna travestita da uomo
versione di latino Autore: Giustino
Laboratorio di Latino pag. 50 N° 4 - Superni Gradus
Leggenda vuole che, in un passato molto remoto, gli Assiri fossero stati i primi a fondare un regno in Asia. Nino, il loro re, assoggettò i popoli dell’intero Oriente, dopo aver soggiogato, in un primo momento, i popoli confinanti, poi gli altri.
In ultimo, entrò in guerra contro Zoroastro, il quale – secondo la leggenda – lett. il quale è detto aver inventato per primo le arti magiche ed aver osservato, con molta attenzione il moto degli astri Dopo averlo ucciso, anch’egli (Nino) morì, lasciando il figlioletto Ninia e la moglie Semiramide. Semiramide, non osando affidare il regno al figlio molto giovane, né (pensando di) riceverlo(lo) ella stessa in modo manifesto coprì il capo con un turbante, nascondendo il proprio sesso, le braccia e le gambe con veli; e per non dar l’impressione (affinchè non sembrasse) di nascondere qualcosa con quel singolare vestiario, ordinò che anche il popolo si vestisse allo stesso modo. Così, ai primi tempi del regno, Semiramide fu creduta essere Ninia. In seguito, compì grandi imprese, tal che, nonostante (fosse) donna, parve superare gli uomini in valore. Fondò Babilonia, e circondò la città con una solida muraglia, annetté al regno l’Etiopia e dichiarò guerra agli Indi. Alla fine, dopo aver regnato 42 anni dopo Nino, venne uccisa dal figlio.
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Antiquissimis temporibus primi in Asia Assyrii regnum condidisse feruntur. Quorum rex Ninus, primum finitimis, tum aliis populis perdomitis, totius Orientis populos subegit. Postremoilli bellum cum Zoroastre, rege Bactrianorum, fuit, qui primus dicitur artes magicas invenisse siderumque motus diligentissime spectasse. Hoc occiso etiam ipse decessit, relicto impubere filio Ninya et uxore Semiramide. Semiramis, nec filio immaturo ausa tradere imperium, nec ipsa palam capessere, sexum dissimulans, brachia et crura velamentis, caput tiara tegit; et, ne novo habitu aliquid occultare videretur, eodem modo etiam populum vestiri iussit; sic Semiramis primis regni initiis Ninyas esse credita est. Magnas deinde res gessit, ita ut mulier etiam viros virtute superare videretur. Babyloniam condidit muroque urbem cocto latere circumdedit, Aethiopiam imperio adiecit et Indis bellum intulit. Ad postremum a filio interfecta est, cum duo et quadraginta annos post Ninum regnavisset.
Si dice che nei tempi più antichi gli Assiri abbiano fondato per primi un regno in Asia. Il loro re Nino, soggiogati prima i confinanti, in seguito gli altri popoli, sottomise i popoli di tutto l’Oriente. Infine egli combatté una guerra con Zoroastro, re degli abitanti della Battriana, che si dice che abbia ventato le arti magiche e che abbia osservato scrupolosamente i moti delle stelle. Ucciso questo egli stesso morì, dopo aver lasciato giovane il figlio Ninia e la moglie Semiramide. Semiramide, . Semiramide, non osando affidare il potere al figlio immatura, né volendo ella stessa tendere apertamente al potere, nascondendo il sesso, copre le braccia con veli e la testa con un turbante; e, affinché non sembrasse che nascondesse qualcosa con il nuovo abito, ordinò che anche il popolo si vestisse nello stesso modo sembrò che Semiramide fosse Ninia. In seguito portò grandi benefici, così che la donna sembrava superare anche gli uomini per virtù. .. Fondò Babilonia, e circondò la città con una solida muraglia, annetté al regno l’Etiopia e dichiarò guerra agli Indi. Alla fine, dopo aver regnato 42 anni dopo Nino, venne uccisa dal figlio.
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Alexander sollemni die amicos in convivium convocat, ubi orta esse inter ebrios rerum Philippo gestarum mentio narratur, in qua regem, adsentante maiorum convi-varum parte, anteponere se patri non puduit. Clitus autem, cum memoriam Philippi tueretur laudaretque eius res gestas, adeo Alexandri animum offendit ut eum rex, telo a satellite rapto, in convivio trucidaverit. Sed, postquam, satiatus caede, animus conquiescere visus est et in irae locum successit aestimatio, pigère eum facti coepit. In poenitentiam igitur versus, mori voluit. Primum amplecti coepit mortuum, vulnera tractare et confiteri suam dementiam, denique arreptum telum in se vertit, peregissetque facìnus, nisi amicis intervenissent. Mansit haec voluntas moriendi etiam sequentibus diebus. Augebat eius poenitentiam nutricis suae, sonoris Cliti, recordatio eumque pudebat nutrici tam foedam mercedem alimentorum suorum reddidisse. Ob haec quadriduo in inedia perseveravit, donec exercitus universi precibus exoratus est ne ita mortem unius doleret ut, se occidendo, universos perderet.
Nel giorno solenne Alessandro invitò gli amici ad un banchetto, dove si narra che cominciò fra gli ubriachi un ricordo delle imprese fatte da Filippo, in cui il re non si vergognò di anteporre se stesso al padre, con l’assenso della maggior parte degli invitati. Allora Clito, mentre difendeva la memoria di Filippo e lodava le sue imprese, offese l'animo di Alessandro a tal punto che il re, afferrata la lancia da una guardia, lo trucidò durante il convivio. Ma dopo che, saziato dell'uccisione, l'animo sembrò acquietarsi e al posto dell'ira subentrò la riflessione, egli cominciò a pentirsi dell’accaduto. Allora, voltosi in penitenza, volle morire. Il ricordo della sua nutrice, sorella di Clito, aumentava il suo dolore e si vergognava di aver reso alla nutrice una ricompensa tanto ignobile del suo allevamento. Per questa ragione continuò nel digiuno per quattro giorni, fino al momento in cui fu implorato dalle preghiere di tutto l’esercito affinché non si addolorasse per la morte di uno solo, in modo tale che, uccidendosi, perdesse tutti.