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INIZIO: huic Titus filius successit qui et ipse vespasianus est dictur, vir ominium virtutum genere... Fine: Tantus luctus eo mortuo publicus fuit ut omnes tamquam in propria doluerit orbitate.

A questo succedette il figlio Tito, che è detto anche egli stesso Vespasiano, uomo straordinario per il genere di ogni virtù, a tal punto che viene detto amore e delizia del genere umano, molto eloquente, bellicoso e moderato. Trattò le cause in latino, compose poesie e tragedie in greco. Mentre militava sotto suo padre durante l'assedio di Gerusalemme, trafisse 12 combattenti con i colpi di 12 saette. Durante il suo impero a Roma fu di tanta mitezza che non punì assolutamente nessuno, lasciò liberi i colpevoli della congiura contro di lui, anzi li considerò nella sua stessa famiglia come prima. Fu di tanta affabilità e liberalità che, poiché non negò niente a nessuno e fu criticato dagli amici, rispose che nessuno doveva allontanarsi triste dall'imperatore; inoltre, poiché un giorno durante la cena si ricordò che quel giorno non aveva dato nulla a nessuno, disse: "o amici, oggi ho perso un giorno". Questo costruì a roma un anfiteatro e nella sua inaugurazione uccise 5000 bestie. Per questi motivi, amato di un insolito amore, morì di malattia nella stessa villa del padre dopo due anni, 8 mesi e 20 giorni che era stato eletto imperatore, all'età di 42 anni. Morto questo, ci fu un lutto pubblico tanto grande che tutti si dolevano come se fosse una propria mancanza.
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NERONE
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Successit huic Nero, Caligulae avunculo suo simillimus, ... eius imaginem cerneret, quali olim Troia capta arserat.
A Claudio successe Nerone molto simile a suo zio Caligola che danneggiò e indebolì l’impero romano, uomo dall’inusitato sfarzo e spese, visto che era tipo da lavarsi, dall’esempio di Caligola, in unguenti caldi e freddi, da pescare con reti d’oro che sollevava con funi di porpora. Uccise una smisurata parte del senato, fu nemico di tutti gli ottimati. Infine si disonorò con tanta vergogna sia per danzare, sia per cantare in teatro, in abbigliamento da citaredo o da tragedia. Commise molti parricidi essendo stati uccisi il fratello, la moglie e la madre. Incendiò la città di Roma, per vedere l’immagine dell’incendio di cui un tempo, Troia, conquistata, era bruciata.
Dal libro Lingua Viva
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Gloriam tamen militarem civilitate et moderatione superavit Romae et per provincias... Ob haec per orbem terrarum deo proximus nihil non venerationis meruit et vivus et mortus

Tuttavia Traiano superò la gloria militare per affabilità e moderazione, presentandosi equo con tutti a Roma e nelle province : frequentandole per salutare gli amici o gli ammalati o chi, dopo aver celebrato i giorni di festa, dava a sua volta banchetti con gli stessi senza distinzione di grado, sedendosi spesso nei loro carri, non oltraggiando nessun senatore, non facendo nulla di ingiusto per arricchire il tesoro imperiale; liberale con tutti, arricchendo tutti sia in pubblico che in privato e dando onori anche a quelli che aveva conosciuto in poco familiare; costruendo molti edifici in giro per il mondo, dando immunità alle città; non facendo nulla di non tranquillo e mite, a tal punto che in tutto il suo governo fu condannato un solo senatore e questo tuttavia per mezzo del senato, mentre Traiano lo ignorava. Per questi motivi in tutto il mondo fu considerato simile ad un dio, non meritò niente che non fosse rispetto sia da vivo che da morto.
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Interim Pompeius pacem rupit et, navali proelio victus, fugiens ad Asiam interfectus est, Antonius, qui (che, sogg. ) Asiam et Orientem tenebat, repudiata sorore Caesaris Augusti Octaviani, Cleopatram reginam Aegypti duxit uxorem. Postea ille contra Persas pugnavit; primis eos proeliis vicit, tamen remeans fame et pestilentia laboravit et, quia Parthi ei fugienti instabant, victus recessit. Hic quoque ingens bellum civile comovit, cogente uxore Cleopatra, regina Aegepty, quod cupiditate muliebri optabat etiam in Urbe regnare. Victus est ab Augusto navali pugna clara et inulstri apud Actium, in Epiri regione, deinde in Aegyptum fugit et, desperata salute, quia omnes ad Augustum transierant (da transeo), se interemit. Cleopatra sibi aspidem admisit et veneno eius extincta est. Aegyptus per Octavianum Augustum Romanum iudicem ( governatore) habuit. Ita, bellis tot Pompeo Ita, bellis toto orbe confectis, Octavianus Augustus Romam remeavit.
Per l'ANALISI GRAMMATICALE di questo testo VEDI QUI
Intanto Pompeo infranse la pace e vinto l'esercito in un combattimento navale, mentre fuggiva in Asia fu ucciso. Antonio che governava l'Asia e l'oriente ripudiò la sorella di Cesare Augusto Ottaviano e sposò Cleopatra l'egizia regina. Poi lui combattè contro i Persiani e vinse nei primi scontri, ritirandosi tuttavia per la carenza di viveri soffrù sia una pestilenza sia sia perché i parti lo inseguivano mentre fuggiva e si ritirò vinto. Egli fece pure una grande guerra civile per insistenza della moglie Cleopatra, regina egizia, perché ella con femminile avidità bramava a regnare anche su Roma. Antonio fu vinto da Augusto in quella famosa e illustre battaglia navale presso Anzio nella regione dell'Epiro, poi egli fuggì in Egitto e persa ogni speranza, dato che tutti erano passati dalla parte di Augusto, si uccise. Cleopatra si avvicinò ad un aspide e fu uccisa dal suo veleno. L'Egitto attraverso Ottaviano Augusto ebbe un governatore romano. Pertanto finiti i conflitti in tutto il mondo Ottaviano Augusto fece ritorno a Roma
La vittoria di Ottaviano
Versione stesso titolo ma veri libri di testo
Versione di latino LIBRO Tadurre dal latino A. Sorci
L'anno successivo Ottaviano, dopo aver raggiunto la regina e Antonio ad Alessandria, pose fine definitivamente alla guerra civile, Antonio si uccise con fermezza, al punto di riscattare con la morte molte accuse di incertezza e vighiaccheria. ma Cleopatra informati i cusotdi, portato un aspide, priva del timore femminile, esalò lo spirito con il suo morso. Fu degno della fortuna e della clemenza di Cesare, ciò che nessuno, tra quelli che avevano portato le armi contro di lui, fu ucciso da lui o per suo comando. la crudeltà di Antonio tolse di mezzo Decimo Bruto, Sesto Pompeo da lui vinto, lo stesso Antonio pur avendo dato la parola di conservare la dignità, lo privò anche della vita. Bruto e Cassio prima di aver sperimentato l'esperienza dei vinti, affrontarono una morte volontaria. abbiamo narrato quale sia stata la fine di Antonio e Cleopatra. Canidio morì in modo più indegnoso di quanto convenisse alla sua professione, che aveva sempre fatto. l'ultimo poi degli uccisori di Cesare, Cassio, il Parmense, pagò con la morte la colpa, come aveva pagato per primo Trebonio.
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Titolo:Il bellum sociale
Autore:Eutropio
Libro: Optime (di Catia Gusmini, Giovanna Monfroni, Roberta Romussi; Marietti Scuola)
Pagina e numero: pag. 318, n. 7
Sexcentesimo quinquagesimo anno ab Urbe condita, cum prope alia omnia bella cessarent, in Italia gravissimum bellum Picentes, Marsi Pelignique moverunt, qui, cum annis numerosis iam populo Romano oboedirent, tum libertatem sibi aequam adserere coeperunt. Perniciosum admodum hoc bellum fuit. P. Rutilius consul in eo occisus est, Caepio, nobilis iuvenis, Porcius Cato, alius consul. Duces autem adversus Romanos Picentibus et Marsis fuerunt T. Vettius, Hierius Asinius, T. Herennius, A. Cluentius. A Romanis bene contra eos pugnatum est a C. Mario, qui sexies consul fuerat, et a Cn. Pompeio, maxime tamen a L. Cornelio Sulla, qui inter alia egregia Cluentium, hostium ducem, cum magnis copiis fudit . Quadriennio cum gravi tamen calamitate hoc bellum tractum est. Quinto demum anno finem accepit per L. Cornelium Sullam consulem, cum antea in eodem bello ipse multa strenue, sed praetor, egisset.
Nel 659 dalla fondazione di Roma, dal momento che quasi tutte le guerre si erano concluse, in Italia i Picenti, i Marsi ed i Peligni mossero un'impetuosissima guerra, essi, poiché per tanti anni già obbedivano al popolo romano, finalmente cominciarono a rivendicare per sé una libertà giusta. Particolarmente funesta fu questa guerra. Il console P. Rutilio fu ucciso durante questa guerra, Cepio, un giovane nobile, Porcio Catone, altro console. Inoltre i Piceni e i Marsi, contro i Romani, ebbero come comandanti T. Vettio, Iero Asinio, T. Erennio, A. Cluenzio. Dai Romani si combatté efficacemente contro di loro: da C. Mario, che per la sesta volta era stato (nominato) console, e da Gneo Pompeo, tuttavia soprattutto da L. Cornelio Silla, il quale tra le altre (imprese) sbaragliò egregiamente e con tante truppe Cluenzio, comandante dei nemici. Per quattro anni tuttavia questa guerra si protrasse con grave pericolo. Il quinto anno finalmente la guerra ebbe fine grazie a L. Cornelio Silla il console, poiché in passato nella medesima guerra lo stesso aveva condotto valorosamente molte gesta, ma come pretore.