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Inizio: Post haec mala Carthaginienses Regulum ducem, quem ceperant, petiverunt, ut Romam proficisceretur et pacem a Romanis obtineret ac permutationem captivorum faceret. Fine: Regulus patribus suadet ne pax cum Poenis fiat
Dopo queste sciagure i cartaginesi chiesero al comandante Regolo che avevano catturato (letterale: che partisse) di partire per Roma e (letterale: che ottenesse) di ottenere la pace dai romani e di fare lo scambio dei prigionieri Quello essendo giunto a Roma, introdotto in senato, quasi non fece nulla come un Romano e disse che lui aveva cessato di essere romano da quel giorno in cui era giunto sotto il potere degli africani. E così allontanò dall'abbraccio la moglie e convinse il senato che non fosse fatta pace con i cartaginesi. (Attilio Regolo) disse che quelli spezzati da tante avversità non avevano nessuna speranza e che lui non valeva tanto a tal punto da restituire tante migliaia di prigionieri in cambio solo di lui e di pochi che erano stati catturati fra i romani. Egli ritornò a Cartagine, e mentre si opponevano i Romani, affinché lo trattenessero a Roma, disse che non sarebbe rimasto in quella città, in cui, dopo che era stato schiavo degli Africani non potesse avere l’onore di un onesto cittadino. Ritornato dunque in Africa morì con ogni genere di tormenti. Regolo persuase la patria a non far pace con i Cartaginesi
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Flavius Vespasianus tam vita privata quam imperatoria illustris fuit. A Claudio imperatore in Germaniam et inde in Britanniam cum ingentissimis copiis missus, cum barbaris acerrime confligens, duas validissimas gentes et plurima oppida Romano imperio adiecit. Imperio potitus, Romae moderatissime se gessit. Pecuniae non minus avidus quam liberalis fuit, nec facile ante eum cuiusquam imperatoris liberalitas comperta est vel maior vel iustior. In administrando imperio diligentissimus fuit adeo ut vel minimas res ipse curaret. Ei Titus filius successit, vir omni virtutum genere adeo mirabilis ut amor et deliciae generis humani appellatus sit, facundior quam bellicosior, in imperio moderatissimus. Morbo decessit tanto omnium desiderio (rimpianto) ut optimo cuique mors eius dolori ac luctui fuerit. Post eum Domitianus regnavit, fratre Tito iunior, Neroni et Caligulae multo similior quam fratri vel patri suo. Nam crudelissimus et dissolutissimus fuit. Interfectus est coniuratione et cadaver eius cum ingenti dedecôre per vespillones exportatum domo est et ignobilissime sepultum.
Tito Flavio Vespasiano fu illustre tanto nella vita da privato quanto in quella da comandante. Mandato dall'imperatore Claudio in Germania e poi in Britannia con un grandissimo numero di truppe, combattendo molto duramente con i barbari, aggiunse al dominio romano due validissimi popoli e innumerevoli città. Impadronitosi del potere, a Roma si comportò con grande equilibrio. Fu non meno avido che prodigo di denaro, e prima di lui non si scoprì facilmente la generosità di alcun imperatore più grande o più giusta. Fu molto scrupoloso nell'amministrazione del potere, al punto che si occupava lui stesso anche delle cose più insignificanti. Gli successe il figlio Tito, un uomo a tal punto straordinario per ogni tipo di virtù da essere chiamato amore e delizia del genere umano, più eloquente che bellicoso, molto equilibrato nel comando. Morì di malattia con così grande rimpianto di tutti che la sua morte fu per ciascuno di grandissimo dolore e lutto. Dopo di lui regnò Domiziano, più giovane del fratello Tito, molto più simile a Nerone o a Caligola che al fratello o a suo padre. Infatti fu molto crudele e dissoluto. Fu ucciso per una congiura nel Palazzo e il suo cadavere, con immenso disonore, fu portato via da casa per mezzo di becchini e sepolto molto indegnamente.
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Vespasiano Titus filius successit, qui et ipse Vespasianus est dictus, vir omnium virtutum genere mirabilis adeo, ut amor et deliciae humani generis diceretur, facundissimus, bellicosissimus, moderatissimus. Causas Latine egit, poemata et tragoedias Graece conposuit. In oppugnatione Hierosolymorum sub patre militans duodecim propugnatores duodecim sagittarum confixit ictibus. Romae tantae civilitatis in imperio fuit, ut nullum omnino puniret, convictos adversum se coniurationis dimiserit vel in eadem familiaritate, qua antea, habuerit. Facilitatis et liberalitatis tantae fuit, ut, cum nulli quicquam negaret et ab amicis reprehenderetur, responderit nullum tristem debere ab imperatore discedere, praeterea, cum quadam die in cena recordatus fuisset nihil se illo die cuiquam praestitisse, dixerit: «Amici, hodie diem perdĭdi». Hic Romae amphitheatrum aedificavit et quinque milia ferarum in dedicatione eius occidit.
A Vespasiano subentrò il figlio Tito, che fu chiamato anche lui Vespasiano, uomo a tal punto ammirabile per virtù di ogni genere, che era detto amore e delizia del genere umano, facondissimo, bellicosissimo, moderatissimo. Sostenne cause in latino, compose poemi e tragedie in greco. Nell'assedio di Gerusalemme, combattendo sotto il padre, trafisse dodici difensori con dodici colpi di frecce. A Roma fu di così grande mitezza nel governo che non punì proprio nessuno, e lasciò andare i colpevoli di una congiura contro di lui e li ebbe nella stessa amicizia di prima. Fu di così grande cortesia e bontà, che, non negando nulla a nessuno ed essendo criticato per questo dagli amici, rispose che nessuno doveva allontanarsi triste dall'imperatore, inoltre un giorno, durante una cena, essendosi ricordato di non aver concesso nulla a nessuno quel giorno, disse: «Amici, oggi ho perso un giorno». Costui costruì l'anfiteatro a Roma e nell'inaugurazione uccise cinquemila belve.
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Romulus, patre Marte natus, cum Remo fratre dicitur ab Amulio apud Tiberim expositus esse. Cum pastores eum sustulissent et in agresti cultu laboreque aluissent, perhibetur tantum ceteris praestitisse ut omnes qui tum eius agros incolebant, aequo animo libenter illi parerent. Horum copiis, cum se ducem praebuisset, oppressisse Albam Longam, Amuliumque regem interemisse fertur. Qua gloria parta, urbem novam condere et firmare statuisse dicitur. Urbi suae autem locum incredibili opportunitate delegit neque apud mare eam condidit quia nullam navigationis peritiam pastores haberent.
Romolo, nato dal padre Marte, si dice che sia stato esposto presso il Tevere da Amulio, insieme al fratello Remo. Avendoli raccolti i pastori ed avendoli allevati nella coltivazione e nella fatica dei campi, si racconta che sopravanzassero tanto gli altri che tutti coloro che vivevano nei loro campi, obbedivano loro volentieri. Con le loro truppe, essendosi proposti come condottieri, si riporta che abbiano conquistato Alba Longa ed ucciso il re Amulio. Conquistata tale gloria, si dice che abbia deciso di fondare e rafforzare una nuova città. Scelse il luogo della sua città con incredibile avvedutezza e non la fondò presso il mare perché i pastori non avevano alcuna pratica di navigazione.
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Cum Perseo Aemilius Paulus consul dimicavit atque eum vicit, cum viginti milia peditum eius occidisset. Equitatus autem cum rege integer fugit romani centum milites amiserunt. ...
Il console Emilio Paolo combattè contro Perseo e lo sconfìsse dopo avere ucciso ventimila suoi fanti. La cavalleria si diede alla fuga insieme al re, sano e salvo. Dei Romani, furono perduti cento soldati. Tutte le città della Macedonia, che il re aveva tenuto in suo potere, si consegnarono ai Romani; lo stesso re, una volta abbandonato dagli amici, cadde prigioniero di Paolo. Ma il console Emilio Paolo gli rese onore: infatti, non permise che il re si protrasse ai suoi piedi, ma lo pose sul seggio accanto a sé. Queste furono le condizioni che i Romani imposero ai Macedoni: vollero che fossero liberi e versassero la metà di quei tributi che pagavano al re, affinché fosse chiaro che il popolo Romano combatteva più per la giustizia che per l'avidità