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a Sermone Graeco puerum incipere malo, quia Latinum, qui pluribus in usu est, vel nobis nolentibus perbibet, simul quia disciplinis quoque Graecis prius instituendus est, unde et nostrae fluxerunt. Non tamen hoc adeo superstitiose fieri uelim, ut diu tantum Graece loquatur aut discat, sicut plerisque moris est. Hoc enim accidunt et oris plurima uitia in peregrinum sonum corrupti et sermonis, cui cum Graecae figurae adsidua consuetudine haeserunt, in diuersa quoque loquendi ratione pertinacissime durant. Non longe itaque Latina subsequi debent et cito pariter ire. Ita fiet ut, cum aequali cura linguam utramque tueri coeperimus, neutra alteri officiat.
Ritengo preferibile che il fanciullo cominci (la propria formazione a partire) dalla lingua greca, dato che il Latino - che è la nostra lingua-madre - volenti o nolenti lo assimilerà (comunque), e poi perché bisogna insegnare per prime le discipline greche, dalle quali son derivate anche le nostre. Ciononostante, non vorrei che ciò avvenisse in modo così scontato tal che (egli alla fine) parli e impari soltanto il greco, secondo (l'odierna) moda diffusa. (Agendo) così, infatti, potrebbero verificarsi altresì numerosi difetti di pronuncia - deviata verso l'inflessione straniera - e di linguaggio: tal che una volta ch'essi si siano fissati in virtù d'una assidua frequentazione del modo di parlare greco , stentano a scomparire anche qualora si assuma una diversa parlata . E dunque, (lo studio del) Latino deve seguire a ruota (quello del greco), e ben presto (da un certo punto in poi, essi devono) procedere insieme, di modo che , avendo iniziato a coltivare con egual cura entrambe le lingue, nessuna delle due farà d'ostacolo all'altra.
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Etenim, iudices, cum omnibus virtutibus me adfectum esse cupio, tum nihil est quod malim quam me et esse gratum et videri. haec enim est una virtus non solum maxima sed etiam mater virtutum omnium reliquarum. quid est pietas nisi voluntas grata in parentes? qui sunt boni cives, qui belli, qui domi de patria bene merentes, nisi qui patriae beneficia meminerunt? qui sancti, qui religionum colentes, nisi qui meritam dis immortalibus gratiam iustis honoribus et memori mente persolvunt? quae potest esse vitae iucunditas sublatis amicitiis? quae porro amicitia potest esse inter ingratos? Quis est nostrum liberaliter educatus cui non educatores, cui non magistri sui atque doctores, cui non locus ipse ille mutus ubi alitus aut doctus est cum grata recordatione in mente versetur? cuius opes tantae esse possunt aut umquam fuerunt quae sine multorum amicorum officiis stare possint? quae certe sublata memoria et gratia nulla exstare possunt.
E infatti, o giudici, visto che desidero possedere ogni tipo di virtù, a maggior. allora non c'è nulla che io preferisca (di più) che essere e sembrare grato. Quest'unica virtù, infatti, già per sé sola, non solo le supera tutte, ma addirittura la capostipite di tutte le restanti. Cos'altro è la "pietas" se non una disposizione di gratitudine nei confronti dei propri genitori? Chi sono i cittadini buoni - che si rendono benemeriti della patria sia a casa che in guerra - se non quelli che si ricordano dei benefici ricevuti dalla patria. Chi sono i (cittadini) (davvero) devoti agli dei, che onorano i culti e le prescrizioni religiose, se non coloro che ricambiano gli dei con adeguati onori e con animo riconoscente? E sarebbe possibile una vita senza affinità amicali ? Del resto che tipo di amicizia potrebbe sussistere tra uomini che si mostrano ingrati gli uni verso gli altri? Chi di noi (può considerarsi) ben educato se non preserva, nell'animo, con piena riconoscenza, il ricordo dei suoi educatori, maestri, sapienti, o dello stesso libro da cui ha ricevuto nutrimento ed erudizione? (Infine) potrebbe esserci, o c'è mai stata, vera ricchezza senza ch'essa potesse essere condivisa e confortata da una numerosa amicizia ? Certamente queste non possono esistere senza nessun ricordo e amicizia.
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Scipio summam spem civium, quam de eo iam puero habuerant, continuo adulescens incredibili virtute superavit, qui consulatum petivit numquam, factus consul est bis, primum ante tempus, iterum sibi suo tempore, rei publicae paene sero, qui duabus urbibus eversis inimicissimis huic imperio non modo praesentia verum etiam futura bella delevit. Quid dicam de moribus facillimis, de pietate in matrem, liberalitate in sorores, bonitate in suos, iustitia in omnes? nota sunt vobis. Quam autem civitati carus fuerit, maerore funeris indicatum est. Quid igitur hunc paucorum annorum accessio iuvare potuisset? Senectus enim quamvis non sit gravis, ut memini Catonem anno ante quam est mortuus mecum et cum Scipione disserere, tamen aufert eam viriditatem in qua etiam nunc erat Scipio. Quam ob rem vita quidem talis fuit vel fortuna vel gloria, ut nihil posset accedere, moriendi autem sensum celeritas abstulit;
Quanto a superò le enormi aspettative che i suoi concittadini avevano riposto in lui sin da bambino. Non si candidò mai al consolato, ma due volte fu eletto console, la prima quando non aveva ancora l'età prescritta, la seconda a tempo debito per lui, ma forse troppo tardi, ormai, per lo stato. Con la distruzione delle due città più ostili al nostro impero, pose fine alle guerre del suo tempo e scongiurò le future. E che dire della sua disponibilità, dell'amore per la madre, della generosità verso le sorelle, della benevolenza verso i suoi, del senso di giustizia verso tutti? Sapete di cosa parlo. Quanto poi fosse amato dalla città, lo si è visto dal pianto generale ai suoi funerali. A cosa gli sarebbe servito vivere qualche anno di più? A niente, perché la vecchiaia, sebbene non sia un peso (ricordo che Catone, un anno prima di morire, lo sostenne discutendo con me e Scipione), non di meno porta via quel vigore che Scipione aveva ancora. Perciò la sua vita fu tale, quanto a fortuna e a gloria, che nulla di più le si poteva aggiungere.
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Testo latino His et talibus rationibus adductus Socrates nec patronum quaesivit ad iudicium capitis nec iudicibus supplex fuit adhibuitque liberam contumaciam a magnitudine animi ductam, non a superbia, et supremo vitae die de hoc ipso multa disseruit et paucis ante diebus, cum facile posset educi e custodia, noluit, et tum, paene in manu iam mortiferum illud tenens poculum, locutus ita est, ut non ad mortem trudi, verum in caelum videretur escendere. Ita enim censebat itaque disseruit, duas esse vias duplicesque cursus animorum e corpore excedentium: nam qui se humanis vitiis contaminavissent et se totos libidinibus dedissent, quibus caecati vel domesticis vitiis atque flagitiis se inquinavissent vel, re publica violanda, fraudes inexpiabiles concepissent, iis devium quoddam iter esse, seclusum a concilio deorum; qui autem se integros castosque servavissent, quibusque fuisset minima cum corporibus contagio seseque ab is semper sevocavissent essentque in corporibus humanis vitam imitati deorum, iis ad illos a quibus essent profecti reditum facilem patere.
Socrate indotto da queste e (altre) simili ragioni né chiese in difensore per il giudizio di morte né fu supplice verso i giudici e tenne un contegno fiero derivante dalla grandezza d'animo, non dalla superbia, e nell'ultimo giorno di vita ragionò molto su questo stesso; e pochi giorni prima allorchè poteva facilmente esser tratto di prigione, non volle; e allora tenendo si può dire quella tazza motifera in mano, così parlò, da sembrare non che fosse tratto a morte, ma invero stesse per salire in cielo. Questo era il pensiero di Socrate e lo espose nel seguente modi. Due strade, duplice cammino si presentano all'anima quando esce dal corpo: se si è contaminata dei vizi umani, se si è dedicata interamente alle passioni e da queste accecata si è insozzata di vizi e di turpitudini nella vita privata oppure ha concepito violenze inespiabili nella vita politica, si presenta ad essa una strada traversa che non porta al consesso degli dèi. Se invece si è conservata integra e pura, se ha evitato al massimo il contatto con il corpo e da esso si è sempre tenuta lontana imitando entro il corpo umano la vita degli dèi, si apre per essa un facile ritorno a coloro da cui è partitaLa morte è infatti quasi una partenza e un distacco e una separazione di quelle parti, che prima della morte erano tenute (assieme) da un qualche legame.
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Cum quaestor in Sicilia fuissem, itaque ex ea provincia decessissem ut Siculis omnibus iucundam diuturnamque memoriam quaesturae nominisque mei relinquerem, cuncti ad me publice saepe venerunt, ut suarum fortunarum oninium defensionem susciterem. Me saepe esse pollicitum dicebant, si quod tempus accidisset, quo tempore aliquid a rne requirerent, commodis eorum me non defuturum. Venisse tempus aiebant, non iam ut commoda sua, sed ut vitam salutemque totius provinciae defenderem; sese iam ne deos quidem habere, quod eorum sirnulacra sanctissima C. Verres ex delubris sustulisset.
Dopo essere stato questore in sicilia, partii da quella provincia, lasciando a tutti i siciliani un gradevole e imperituro ricordo della mia questura e del mio nome, tanto che spesso vennero tutti quanti pubblicamente da me a chiedermi che assumessi la difesa della loro sorte. Dicevano che spesso io avevo promesso che se fosse venuto il momento in cui esi mi avessero richiesto qualche aiuto, io non sarei venuto meno ai loro bisogni. Dicevano che quel momento era venuto, non già perché io difendessi i loro interessi, ma la vita stessa e l'integrità di tutta la provincia; che essi non avevano più nemmeno gli dei, perché Caio verre aveva portato via dai santuari tutte le loro venerande statue.