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Clarorum virorum facta moresque posteris tradere, antiquitus usitatum, ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit, quotiens magna aliqua ac nobilis virtus vicit ac supergressa est vitium parvis magnisque civitatibus commune, ignorantiam recti et invidiam. Sed apud priores ut agere digna memoratu pronum magisque in aperto erat, ita celeberrimus quisque ingenio ad prodendam virtutis memoriam sine gratia aut ambitione bonae tantum conscientiae pretio ducebantur. Ac plerique suam ipsi vitam narrare fiduciam potius morum quam adrogantiam arbitrati sunt, nec id Rutilio et Scauro citra fidem aut obtrectationi fuit: adeo virtutes isdem temporibus optime aestimantur, quibus facillime gignuntur. At nunc narraturo mihi vitam defuncti hominis venia opus fuit, quam non petissem incusaturus: tam saeva et infesta virtutibus tempora.
L'antica consuetudine di tramandare ai posteri le imprese e il sistema di valori degli uomini illustri, benché i contemporanei siano poco attenti a quelli oggi viventi, resta valido anche per il presente ogni volta che una manifestazione di virtù grande, anzi nobile, riesce a vincere e a cancellare un vizio comune alle piccole come alle grandi società: il disconoscimento del giusto valore e l'invidia. Tuttavia per gli uomini del passato era più agevole e facile compiere imprese memorabili e d'altra parte i più capaci erano tratti a celebrarne il ricordo non per spirito di parte o ambizione, ma solo per dovere di coscienza. Anzi molti ritennero che narrare la propria vita fosse segno di fiducia nei propri meriti più che gesto di presunzione, e l'averlo fatto non tolse credibilità a Rutilio e a Scauro o generò riprovazione: tanto credito ha la virtù nei periodi in cui più spontanea si manifesta. Oggi invece, nel momento in cui mi accingo a narrare la vita di un defunto, debbo invocare quell'indulgenza che non chiederei se mi levassi accusatore: tanto duri e ostili a ogni forma di merito sono i tempi.
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AVVENTURA DI UNA DONNA INCINTA
VERSIONE DI LATINO DELL'Autore: Tacito
Nec aliud Radamisto subsidium fuit quam pernicitas equorum, quis seque et coniugem abstulit. sed coniunx gravida primam utcumque fugam ob metum hostilem et mariti caritatem toleravit; post festinatione continua, ubi quati uterus et viscera vibrantur, orare ut morte honesta contumeliis captivitatis eximeretur. ille primo amplecti adlevare adhortari, modo virtutem admirans, modo timore aeger ne quis relicta poteretur. postremo violentia amoris et facinorum non rudis destringit acinacen vulneratamque ripam ad Araxis trahit, flumini tradit ut corpus etiam auferretur: ipse praeceps Hiberos ad patrium regnum pervadit. interim Zenobiam (id mulieri nomen) placida in eluvie spirantem ac vitae manifestam advertere pastores, et dignitate formae haud degenerem reputantes obligant vulnus, agrestia medicamina adhibent cognitoque nomine et casu in urbem Artaxata ferunt; unde publica cura deducta ad Tiridaten comiterque excepta cultu regio habita est.
Unica risorsa di Radamisto fu la velocità dei cavalli, con cui mise in salvo sé e la moglie. Costei, incinta, sopportò dapprima, in qualche modo, la fuga, per paura dei nemici e amore del marito; ma poi, quando l'incessante galoppo le squassava l'utero e le scuoteva le viscere, lo pregò di sottrarla, con una morte onorevole, all'oltraggio della schiavitù. Il marito dapprima l'abbraccia, la sorregge, la conforta, alternando l'ammirazione per il suo coraggio alla pena e alla paura che, lasciandola, qualcuno si impossessasse di lei. Infine, travolto dall'amore e non nuovo alla ferocia, snuda la scimitarra, la trascina ferita sulla sponda dell'Arasse e la lascia alle correnti del fiume, perché anche il corpo sparisca. Poi si lanciò al galoppo verso gli Iberi, al regno paterno. Intanto alcuni pastori scorsero Zenobia (questo il nome della donna) in una placida insenatura; respirava ancora e dava segni di vita; la credono, dalla signorilità dell'aspetto, donna d'alto lignaggio, le fasciano la ferita, la curano con erbe medicamentose e, conosciuto il suo nome e le sue vicende, la conducono nella città di Artassata. Da lì, rispettata da tutti, fu condotta a Tiridate e qui accolta con la più grande cortesia e trattata con gli onori dovuti a una regina
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Autore: Tacito
Mors Burri infregit Senecae potentiam, quia nec bonis artibus idem virium erat altero velut duce amoto, et Nero ad deteriores inclinabat. hi variis criminationibus Senecam adoriuntur, tamquam ingentes et privatum modum evectas opes adhuc augeret, quodque studia civium in se verteret, hortorum quoque amoenitate et villarum magnificentia quasi principem supergrederetur. obiciebant etiam eloquentiae laudem uni sibi adsciscere et carmina crebrius factitare, postquam Neroni amor eorum venisset. nam oblectamentis principis palam iniquum detrectare vim eius equos regentis, inludere vocem, quotiens caneret. quem ad finem nihil in re publica clarum fore, quod non ab illo reperiri credatur? certe finitam Neronis pueritiam et robur iuventae adesse: exueret magistrum, satis amplis doctoribus instructus maioribus suis.
La morte di Burro compromise il potere di Seneca, perché la sua positiva influenza, ora che era sparita l'altra, possiamo dire, guida, non aveva più la presa di prima, e Nerone si lasciava attrarre dai peggiori. Costoro prendono di mira Seneca con accuse di vario tipo: che aumentava ulteriormente le sue enormi ricchezze, eccessive per un privato; che intendeva concentrare su di sé le simpatie dei cittadini; che superava, quasi, il principe nella raffinata bellezza dei giardini e nella sontuosità delle ville. Gli rinfacciavano anche di volersi accaparrare tutta la gloria dell'eloquenza e di aver intensificato la produzione di versi, da quando Nerone vi si era appassionato. Lo dicevano scopertamente avverso agli svaghi del principe, pronto a sprezzare la sua abilità nel guidare i cavalli e a schernire la voce, quando cantava. E fino a quando si doveva credere che nell'impero non ci sarebbe stato niente di buono che non provenisse da lui? Senza dubbio, l'infanzia di Nerone era trascorsa ed egli era nel pieno vigore della sua giovinezza: si togliesse dunque di dosso quel precettore ora che poteva valersi dei suoi avi, come veri e preziosi maestri.
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Autore: Livio da: "La traduzione"
Nam etsi horum quoque temporum oratores ea consecuti sunt, quae composita et quieta et beata re publica tribui fas erat, tamen illa perturbatione ac licentia plura sibi adsequi videbantur, cum mixtis omnibus et moderatore uno carentibus tantum quisque orator saperet, quantum erranti populo persuaderi poterat. Hinc leges assiduae et populare nomen, hinc contiones magistratuum paene pernoctantium in rostris, hinc accusationes potentium reorum et adsignatae etiam domibus inimicitiae, hinc procerum factiones et assidua senatus adversus plebem certamina. Quae singula etsi distrahebant rem publicam, exercebant tamen illorum temporum eloquentiam et magnis cumulare praemiis videbantur, quia quanto quisque plus dicendo poterat, tanto facilius honores adsequebatur, tanto magis in ipsis honoribus collegas suos anteibat, tanto plus apud principes gratiae, plus auctoritatis apud patres, plus notitiae ac nominis apud plebem parabat
Infatti, benché certi oratori contemporanei siano riusciti a ottenere i successi che è lecito attendersi in uno stato bene ordinato, in pace e in prosperità, tuttavia ai loro predecessori, in quei giorni di caotico disordine, pareva di poter raggiungere mete più alte, quando, nella fluidità della situazione generale e nell'assenza di un'unica guida, ciascun oratore trovava la misura della sua forza nella capacità di influire sul popolo disorientato. Da qui proposte di legge ininterrotte e il peso esercitato dal popolo; da qui le arringhe dei magistrati che quasi passavano la notte sui rostri; da qui la messa in stato d'accusa di personaggi potenti e le inimicizie coinvolgenti intere famiglie; da qui la pratica faziosa della nobiltà e i continui attacchi del senato contro la plebe. Tutti questi comportamenti dilaniavano lo stato, ma costituivano uno sprone per l'eloquenza di quel tempo e la facevano apparire come la destinataria di un cumulo di vistose ricompense, perché quanto più uno si affermava con la parola, tanto più facilmente conseguiva alte cariche e superava in esse i propri colleghi, tanto più favore godeva presso i potenti e tanta più autorità nel senato, e tanto più si assicurava notorietà e fama agli occhi della plebe
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Germani carminibus antiquis Tuistonem deum terra editum celebrant. Ei filium Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tres filios assignant. Deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostiis litant. Herculem et Martem animalibus placant. Pars Sueborum et Isidi sacrificat. Caelestibus lucos ac nemora consecrant. Auspicia sortesque observant; sortium consuetudo simplex: virgam in surculos amputant, notis discernunt et super candidam vestem temere ac fortuito spargunt. Mox sacerdos civitatis aut pater familiae ter singulos tollit. Etiam avium voces interrogant, equorum quoque praesagia experiunt.
I Germani celebrano con antichi canti il dio Tuistone preminente sulla terra. Affidano a lui il figlio Manno, fondatore e origine della stirpe, e a Manno tre figli. Tra gli dei venerano soprattutto Mercurio, al quale in giorni stabiliti sacrificano anche vittime umane. Placano Ercole e Marte con gli animali. La parte degli Svevi fa anche sacrifici a Iside. Consacrano ai celesti boschi e foreste. Osservano gli auspici e le sorti; la semplice consuetudine delle sorti: tagliano il ramoscello nel germoglio, lo separano dalle gemme e le spargono casualmente e accidentalmente sopra il candido tappeto. Presto il sacerdote o il padre della famiglia solleva tre pezzi uno per volta. Interrogano anche le voci degli uccelli, perché sono anche loro esperti dei presagi.