- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Tacito
- Visite: 3
Ille interritus poscit testamenti tabulas; ac denegante centurione conversus ad amicos, quando meritis eorum referre gratiam prohoberetur, quod unum iam et tamen pulcherrimum habeat, imaginem vitae suae relinquere testatur, cuius si memores essent, bonarum artium famam fructum constantis amicitiae laturos. Simul lacrimas eorum modo sermone, modo intentior in modum coercentis ad firmitudinem revocat, rogitans ubi praecepta sapientiae, ubi tot per annos meditata ratio adversum imminentia? Cui enim ignaram fuisse saevitiam Neronis? Neque aliud superesse post matrem fratremque interfectos, quam ut educatoris praeceptorisque necem adiceret. Ubi haec atque talia velut in commune disseruit, complectitur uxorem, et paululum adversus praesentem fortitudinem mollitus rogat oratque temperaret dolori aeternum susciperet, sed in contemplatione vitae per virtutem actae desiderium mariti solaciis honestis toleraret. illa contra sibi quoque destinatam mortem adseverat manumque percussoris exposcit. tum Seneca gloriae eius non adversus, simul amore, ne sibi unice dilectam ad iniurias relinqueret, "vitae" inquit "delenimenta monstraveram tibi, tu mortis decus mavis: non invidebo exemplo. sit huius tam fortis exitus constantia penes utrosque par, claritudinis plus in tuo fine. " post quae eodem ictu brachia ferro exsolvunt.
Traduzione
Quello, impavido, chiede le tavole del testamento; e, poiché il centurione rifiuta, rivolto agli amici, dal momento che gli si impediva di contraccambiare i loro meriti, dichiara di lasciare l’immagine della propria vita, l’unica cosa che ormai possedeva e tuttavia anche la più bella, della quale se avessero coltivato il ricordo, avrebbero ottenuto la gloria di una buona condotta, frutto di una salda amicizia. Nel frattempo frena le loro lacrime, ora con un discorso, ora in modo più deciso alla maniera di uno che richiama alla fermezza, chiedendo dove fossero gli insegnamenti della saggezza, dove la riflessione esercitata per tanti anni, contro i mali imminenti? Al chi infatti era ignota la crudeltà di Nerone? Dopo che sua madre e suo fratello erano stati uccisi, non gli restava nient’altro che aggiungere anche l’assassinio del suo educatore e insegnante. Dopo riflessioni di tal genere, che sembravano rivolte a tutti indistintamente, stringe fra le braccia la moglie e, inteneritosi alquanto, malgrado la forza d'animo di cui dava prova in quel momento, la prega e la scongiura di contenere il suo dolore e di non renderlo eterno, ma di trovare, nella meditazione di una vita tutta vissuta nella virtù, un decoroso aiuto a reggere il rimpianto del marito perduto. Paolina invece afferma che la morte è destinata anche a sé e chiede la mano del carnefice. Seneca allora, per non opporsi alla gloria della moglie, e anche per amore, non volendo lasciare esposta alle offese di Nerone la donna che unicamente amava: «Ti avevo indicato» le disse «come alleviare il dolore della vita, ma tu preferisci l'onore della morte: non mi opporrò a questo gesto esemplare. Possa la fermezza di una morte così intrepida essere pari in te e in me, ma sia più luminosa la tua fine. » Dopo di che il ferro recide, con un colpo solo, le vene delle loro braccia.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Tacito
- Visite: 3
Ne Vindicis aciem cogitarent: Batavo equite protritos Aeduos Arvernosque; fuisse inter Verginii auxilia Belgas, vereque reputantibus Galliam suismet viribus concidisse. nunc easdem omnium partis, addito si quid militaris disciplinae in castris Romanorum viguerit; esse secum veteranas cohortis, quibus nuper Othonis legiones procubuerint. servirent Syria Asiaque et suetus regibus Oriens: multos adhuc in Gallia vivere ante tributa genitos. nuper certe caeso Quintilio Varo pulsam e Germania servitutem, nec Vitellium principem sed Caesarem Augustum bello provocatum. libertatem natura etiam mutis animalibus datam, virtutem proprium hominum bonum; deos fortioribus adesse: proinde arriperent vacui occupatos, integri fessos. dum alii Vespasianum, alii Vitellium foveant, patere locum adversus utrumque
Non pensate al combattimento di Vindice: gli Edui e gli Arverni li aveva travolti la cavalleria batava e tra le truppe ausiliarie di Virginio c'erano i Belgi e, a voler guardar bene, la Gallia era caduta per opera delle sue proprie forze. Ora tutti stiamo dalla stessa parte, con in più l'esperienza della disciplina militare in vigore nei campi romani. E abbiamo al nostro fianco le coorti veterane, che di recente hanno costretto le legioni di Otone a piegare le ginocchia. Restino pur schiave la Siria, l'Asia e l'Oriente, abituato al potere dei re: in Gallia vivono ancora molte persone nate prima dei tributi. E se non altro, di recente la Germania, col massacro di Quintilio Varo, si è liberata dalla schiavitù e ha provocato alla guerra non un Vitellio, ma Cesare Augusto. La natura ha donato la libertà anche agli animali incapaci di parola, ma il valore è un bene distintivo dell'uomo, e gli dèi assistono i più valorosi. Assaliamo, dunque, noi sereni e tranquilli, un nemico preoccupato, noi freschi, un nemico stanco. Mentre alcuni appoggiano Vespasiano e altri Vitellio, abbiamo la strada aperta contro entrambi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Tacito
- Visite: 3
Cunctas nationes et urbes populus aut primores aut singuli regunt: delecta ex iis et consociata rei publicae forma laudari facilius quam evenire, vel, si evenit, haud diuturna esse potest. Igitur, ut olim, plebe valida vel cum patres pollerent, noscenda vulgi natura et quibus modis temperanter haberetur, senatusque et optimatium ingenia qui maxime perdidicerant, callidi temporum et sapientes credebantur, sic converso statu neque alia re Romana quam si unus imperitet, haec conquiri tradique in rem fuerit, quia pauci prudentia honesta ab deterioribus, utilia ab noxiis discernunt, plures aliorum eventis docentur. Ceterum, ut profutura, ita minumum oblectationis adferunt. Nam situs gentium, varietates proeliorum, clari ducum exitus retinent ac redintegrant legentium animum; nos saeva iussa, continuas accusationes, fallaces amicitias, perniciem innocentium et easdem exitii causas coniungimus, obvia rerum similitudine et satietate. Tum quod antiquis scriptoribus rarus obtrectator, neque refert cuiusquam Punicas Romanasve acies laetius extuleris: at multorum, qui Tiberio regente poenam vel infamias subiere, posteri manent.
Ogni nazione o città è governata dal popolo, dagli aristocratici o da un singolo. È facile lodare una forma di governo derivata da elementi scelti tra i tre e amalgamati, ma assai difficile ne è la realizzazione pratica. Se poi accade che un tale tipo di governo si formi, esso ha vita assai breve. Un tempo, quando forte era la plebe e dominante la classe senatoria, occorreva conoscere bene la psicologia della folla e in che modo andasse tenuta a freno, e quanti avevano ben studiato l'indole dei senatori e degli aristocratici godevano fama di esperti uomini politici e di saggi. Ora che le cose sono cambiate e lo stato romano è in effetti una monarchia, occorre ricercare e tramandare queste cose, poiché pochi hanno l'accortezza di distinguere ciò che è onesto da ciò che non lo è, ciò che è utile da ciò che invece è dannoso: i più apprendono da ciò che succede agli altri. Queste cose però, se saranno utili, certamente non saranno piacevoli. Le descrizioni di popoli, la varietà delle battaglie, le morti eroiche dei comandanti attraggono l'animo del lettore e lo ravvivano. Io devo parlare di ordini crudeli, continue denunce, false amicizie, cause sempre uguali di rovina per persone innocenti, e tutto ciò non può non indurre monotonia e senso di rifiuto. Quando poi si narrano fatti assai antichi è raro trovare un detrattore e poco importa ai più se la lode rivolta all'esercito cartaginese sia maggiore di quella rivolta all'esercito romano. Sono invece ancora vivi i discendenti di molti che sotto Tiberio hanno subito condanne o infamia.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Tacito
- Visite: 3
Testo latino Iam Tiberium corpus, iam vires, nondum dissimulatio deserebat: idem animi rigor; sermone ac vultu intentus quaesita interdum comitate quamvis manifestam defectionem tegebat. mutatisque saepius locis tandem apud promunturium Miseni consedit in villa cui L. Lucullus quondam dominus. illic eum adpropinquare supremis tali modo compertum. erat medicus arte insignis, nomine Charicles, non quidem regere valetudines principis solitus, consilii tamen copiam praebere. is velut propria ad negotia digrediens et per speciem officii manum complexus pulsum venarum attigit. neque fefellit: nam Tiberius, incertum an offensus tantoque magis iram premens, instaurari epulas iubet discumbitque ultra solitum, quasi honori abeuntis amici tribueret. Charicles tamen labi spiritum nec ultra biduum duraturum Macroni firmavit. inde cuncta conloquiis inter praesentis, nuntiis apud legatos et exercitus festinabantur.
Traduzione Il fisico, ogni altra energia, ma non la dissimulazione abbandonavano Tiberio. Identica la freddezza interiore; circospetto nelle parole e nell'espressione, mascherava, a tratti, con una cordialità manierata il deperimento pur trasparente. Dopo spostamenti più frenetici, si stabilì da ultimo in una villa, presso il capo Miseno, appartenuta in passato a Lucio Lucullo. Che là si stesse approssimando la sua fine, lo si seppe con questo espediente. Si trovava lì un medico valente, di nome Caricle, il quale, senza intervenire direttamente sullo stato di salute del principe, era però solito offrirgli tutta una serie di consigli. Costui, fingendo di accomiatarsi per badare a questioni personali, presagli la mano, come per ossequio, gli tastò il polso. Ma non lo ingannò, perché Tiberio, forse risentito e tanto più intenzionato a nascondere l'irritazione, ordina di riprendere il banchetto e vi si trattenne più del solito, quasi intendesse onorare la partenza dell'amico. Tuttavia Caricle confermò a Macrone che Tiberio si stava spegnendo e che non sarebbe durato più di due giorni.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Tacito
- Visite: 3
Forte illis diebus Campaniam petiverat Caesar, et Cumas usque progressus Petronius illic attinebatur; nec tulit ultra timoris aut spei moras. .Neque tamen praeceps vitam expulit, sed incisas venas, ut libitum, obligatas aperire rursum et adloqui amicos, non per seria aut quibus gloriam constantiae peteret. Audiebatque referentis nihil de immortalitate animae et sapientium placitis, sed levia carmina et facilis versus. Servorum alios largitione, quosdam verberibus adfecit. Iniit epulas, somno indulsit, ut quamquam coacta mors fortuitae similis esset. Ne codicillis quidem, quod plerique pereuntium, Neronem aut Tigellinum aut quem alium potentium adulatus est, sed flagitia principis sub nominibus exoletorum feminarumque et novitatem cuiusque stupri perscripsit atque obsignata misit Neroni. Fregitque anulum ne mox usui esset ad facienda pericula
Nè tuttavia volle morire precipitosamente, ma incise le vene come egli voleva, di nuovo chiuse le vene, di nuovo le aprì e parlò con gli amici, non per mezzo di argomenti seri o per chiedere con questo la Gloria della costanza ( fermezza davanti alla morte ). Ed egli ascoltava senza che quelli riferivano niente sull’immortalità dell’anima e ai precetti dei sapienti, ma carmi leggeri e facili versi. Tra i servi, alcuni li premiò con elargizioni, ad altri con frustrate. Si accinse ad un banchetto, si abbandò al sonno, sebbene costretta ( la morte) fosse simile a quella casuale. Neppure con il suo testament adulò Nerone o Tigellino o qualche altro dei potenti, cosa che fecero la maggior parte di coloro che stavano per morire, ma scrisse minuziosamente le cose vergognose del principe, con i nomi degli amanti e delle amanti e la novità di ogni altra cosa di libidini e mandò tutto a Nerone. Poi spezzò l’anello, affinché non fosse di uso per procurare del male ad altri.