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La prosopopea delle Leggi -versione greco Platone
φαῖεν γὰρ ἂν ὅτι "Ὦ Σώκρατες, μεγάλα ἡμῖν τούτων τεκμήριά ἐστιν, ὅτι σοι καὶ ἡμεῖς ἠρέσκομεν καὶ ἡ πόλις· οὐ γὰρ ἄν ποτε τῶν ἄλλων Ἀθηναίων ἁπάντων διαφερόντως ἐν αὐτῇ ἐπεδήμεις εἰ μή σοι διαφερόντως ἤρεσκεν, καὶ οὔτ' ἐπὶ θεωρίαν πώποτ' ἐκ τῆς πόλεως ἐξῆλθες, ὅτι μὴ ἅπαξ εἰς Ἰσθμόν, οὔτε ἄλλοσε οὐδαμόσε, εἰ μή ποι στρατευσόμενος, οὔτε ἄλλην ἀποδημίαν ἐποιήσω πώποτε ὥσπερ οἱ ἄλλοι ἄνθρωποι, οὐδ' ἐπιθυμία σε ἄλλης πόλεως οὐδὲ ἄλλων νόμων ἔλαβεν εἰδέναι, ἀλλὰ ἡμεῖς σοι ἱκανοὶ ἦμεν καὶ ἡ ἡμετέρα πόλις· οὕτω σφόδρα ἡμᾶς ᾑροῦ καὶ ὡμολόγεις καθ' ἡμᾶς πολιτεύσεσθαι, τά τε ἄλλα καὶ παῖδας ἐν αὐτῇ ἐποιήσω, ὡς ἀρεσκούσης σοι τῆς πόλεως. ἔτι τοίνυν ἐν αὐτῇ τῇ δίκῃ ἐξῆν σοι φυγῆς τιμήσασθαι εἰ ἐβούλου, καὶ ὅπερ νῦν ἀκούσης τῆς πόλεως ἐπιχειρεῖς, τότε ἑκούσης ποιῆσαι. σὺ δὲ τότε μὲν ἐκαλλωπίζου ὡς οὐκ ἀγανακτῶν εἰ δέοι τεθνάναι σε, ἀλλὰ ᾑροῦ, ὡς ἔφησθα, πρὸ τῆς φυγῆς θάνατον· νῦν δὲ οὔτ' ἐκείνους τοὺς λόγους αἰσχύνῃ, οὔτε ἡμῶν τῶν νόμων ἐντρέπῃ, ἐπιχειρῶν διαφθεῖραι, πράττεις τε ἅπερ ἂν δοῦλος ὁ φαυλότατος πράξειεν, ἀποδιδράσκειν ἐπιχειρῶν παρὰ τὰς συνθήκας τε καὶ τὰς ὁμολογίας καθ' ἃς ἡμῖν συνέθου πολιτεύεσθαι. πρῶτον μὲν οὖν ἡμῖν τοῦτ' αὐτὸ ἀπόκριναι, εἰ ἀληθῆ λέγομεν φάσκοντές σε ὡμολογηκέναι πολιτεύσεσθαι καθ' ἡμᾶς ἔργῳ ἀλλ' οὐ λόγῳ, ἢ οὐκ ἀληθῆ. " τί φῶμεν πρὸς ταῦτα, ὦ Κρίτων; ἄλλο τι ἢ ὁμολογῶμεν;
Ora noi sosteniamo, Socrate, che a siffatte accuse ti presterai anche tu se farai quello che hai in mente: e non meno degli altri Ateniesi, mai più di tutti. " E se chiedessi perché mai, forse a ragione mi assalirebbero rimarcando che proprio io, più di tutti gli Ateniesi, sono stretto a loro da questo patto. Ecco quel che direbbero: "Abbiamo buone prove che ti piacevamo, Socrate, noi e la città. In questa città non avresti soggiornato enormemente più a lungo degli altri Ateniesi, se non ti fosse enormemente piaciuta; non ne sei mai uscito per una celebrazione sacra, tranne una volta per andare all'Istmo, né sei mai andato altrove, se non per spedizioni militari, né hai mai viaggiato come amano fare gli altri, né ti è mai venuta voglia di vedere un'altra città e conoscere altre leggi. Ti bastavamo, invece, noi e la nostra città: tanto intensamente ci prediligevi, accettando di vivere sotto il nostro governo (in questa città fra l'altro, dando l'impressione che ti piacesse, hai fatto i tuoi figli)! Inoltre, durante il processo avresti ancora avuto la possibilità di chiedere la pena dell'esilio, se lo avessi voluto, di fare cioè allora, col consenso della città, ciò che cerchi di fare adesso senza. E ti vantavi, allora, di non rammaricarti al pensiero di dover morire, dichiarando anzi di preferire all'esilio la morte! E ora non ti vergogni al ricordo di quei discorsi, e senza alcun riguardi per noi leggi cerchi di distruggerci, e ti comporti come il più vile schiavo tentando di fuggire contro i patti e gli accordi in base ai quali avevi convenuto con noi di regolare la tua vita di cittadino. Anzitutto, dunque, rispondici su questo punto: diciamo o no il vero, quando affermiamo che avevi accettato, e non a parole ma di fatto, di vivere sotto il nostro governo?" Come reagire a questo discorso, Critone, Possiamo far altro che dichiararci d'accordo?
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Servirsi della retorica con giustizia - versione greco Platone
δυνατὸς μὲν γὰρ πρὸς ἅπαντάς ἐστιν ὁ ῥήτωρ καὶ περὶ παντὸς λέγειν, ὥστε πιθανώτερος εἶναι ἐν τοῖς πλήθεσιν ἔμβραχυ περὶ ὅτου ἂν βούληται· ἀλλ’ οὐδέν τι μᾶλλον τούτου ἕνεκα δεῖ οὔτε τοὺς ἰατροὺς τὴν δόξαν ἀφαιρεῖσθαι ―ὅτι δύναιτο ἂν τοῦτο ποιῆσαι― οὔτε τοὺς ἄλλους δημιουρ- γούς, ἀλλὰ δικαίως καὶ τῇ ῥητορικῇ χρῆσθαι, ὥσπερ καὶ τῇ ἀγωνίᾳ. ἐὰν δὲ οἶμαι ῥητορικὸς γενόμενός τις κᾆτα ταύτῃ τῇ δυνάμει καὶ τῇ τέχνῃ ἀδικῇ, οὐ τὸν διδάξαντα δεῖ μισεῖν τε καὶ ἐκβάλλειν ἐκ τῶν πόλεων. ἐκεῖνος μὲν γὰρ ἐπὶ δικαίου χρείᾳ παρέδωκεν, ὁ δ’ ἐναντίως χρῆται. τὸν οὖν οὐκ ὀρθῶς χρώμενον μισεῖν δίκαιον καὶ ἐκβάλλειν καὶ ἀποκτεινύναι ἀλλ’ οὐ τὸν διδάξαντα.
Ebbene, lo stesso discorso vale anche per la retorica. Anche il retore, infatti, sa parlare contro tutti e di tutto, in modo da essere più persuasivo di altri, di fronte alla folla, in una parola su qualsiasi argomento voglia. Tuttavia, non per questo, cioè per la sola ragione che avrebbe il potere di farlo, deve diffamare i medici né gli altri specialisti, ma deve servirsi con giustizia anche della retorica, come di ogni altra forma di lotta. E se poi qualcuno, io penso, divenuto retore, servendosi di questo potere e di quest'arte commetta ingiustizie, non bisogna avere in odio e cacciare dalle città chi gliel'abbia insegnata, perché costui gli trasmise l'arte perché se ne servisse con giustizia, ed è l'altro a servirsene in modo opposto. Perciò è giusto avere in odio, scacciare e uccidere chi se ne serva in modo non corretto, non chi gliel'abbia insegnata.
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Dimostrazione dell'immortalità dell'anima (I)
versione di greco di Platone
traduzione dal Libro hellenikon phronema
Ψυχη πασα αθανατος. Το γαρ αεικινητον αθανατον· το δ' αλλο κινουν και υπ' αλλου κινουμενον, παυλαν εχον κινησεως, παυλαν εχει ζωης. Μονον δη το αυτο κινουν, ατε ουκ απολειπον εαυτο, ουποτε ληγει κινουμενον, αλλα και τοις αλλοις οσα κινειται τουτο πηγη και αρχη κινησεως. Αρχη δε αγενητον. Εξ αρχης γαρ αναγκη παν το γιγνομενον γιγνεσθαι, αυτην δε μηδ' εξ ενος· ει γαρ εκ του αρχη γιγνοιτο, ουκ αν ετι αρχη γιγνοιτο. Επειδη δε αγενητον εστιν, και αδιαφθορον αυτο αναγκη ειναι. Αρχης γαρ δη απολομενης ουτε αυτη ποτε εκ του ουτε αλλο εξ εκεινης γενησεται, ειπερ εξ αρχης δει τα παντα γιγνεσθαι.
Ogni anima è immortale; infatti ciò che si muove da sé è immortale; invece ciò che muove altro ed è mosso da altro, avendo la fine del moto, ha anche la fine della vita. Dunque solo ciò che si muove da sé, per il fatto che non abbandona se stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte e principio di movimento anche per tutte le altre cose, quante si muovono. Il principio poi è ingenerato. Infatti è inevitabile che tutto ciò che nasce nasca da un principio, questo invece da nulla; se infatti il principio nascesse da qualcosa, non sarebbe più principio; ma poiché esso è ingenerato, deve inevitabilmente essere anche indistruttibile. Infatti, se perisse il principio, né esso potrebbe mai nascere da alcuna cosa né altro da esso, se è vero che tutto deve nascere da un principio.
Dimostrazione dell'immortalità dell'anima (II)
versione di greco di Platone
traduzione dal Libro hellenikon phronema
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La concezione platonica di Poesia
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libroAgon pagina 253 numero 171
Ωσπερ οι κορυβαντιωντες ουκ εμφρονες οντες, ορχουνται, ουτω και οι μελοποιοι ουκ εμφρονες οντες τα καλα μελη ταυτα ποιουσιν, αλλ'επειδαν εμβωσιν εις την αρμονιαν και εις τον ρυθμον, βακχευουσι και κατεχομενοι, ωσπερ αι βακχαι αρυονται εκ των ποταμων μελι και γαλα κατεχομεναι, εμφρονες δε ουσαι ου, και των μελοποιων η ψυχη τουτο εργαζεται, οπερ αυτοι λεγουσι. λεγουσι γαρ δηπουθεν προς ημας οι ποιηται οτι απο κρηυων μελιρρυτων εκ Μουσων κηπων τινων και ναπων δρεπομενοι τα μελη ημιν φερουσιν ωσπερ αι μελιτται, και αυτοι ουτω πετομενοι· και αληθη λεγουσι. κουφον γαρ χρημα ποιητης εστιν και πτηνον και ιερον, και ου προτερον οιος τε ποιειν πριν αν ενθεος τε γενηται και εκφρων και ο νους μηκετι εν αυτῳ ενῃ· εως δ'αν τουτι εχῃ κτημα, αδυνατος πας ποιειν ανθρωπος εστι και χρησμῳδειν
TRADUZIONE
E come quelli che coribanteggiano, forsennati, ballano; cosí i poeti melici son fuori del sentimento quando fanno di queste odi belle, e, occupati di Dio, immantinente ch'eglino sono rapiti nell'armonia e nel ritmo, baccheggiano. E come le baccanti attingono dai fiumi miele e latte, mentre ch'elle sono in furia, savie no: cosí simigliantemente avviene entro l'anima dei poeti melici, come dicono essi medesimi. Imperocché dicono ch'eglino da melliflue fonti d'alcuni cotali giardini e boschetti delle Muse attingendo questi canti, ce li recano a noi, come le api; volando come le api. E dicono vero, però che il poeta è cosa leggiera, alata, sacra; e a niente egli è buono, se innanzi non è inspirato da Dio e non è in furore e non è la mente pellegrina da lui; imperocché insino a tanto che ha alcuno le potenze sue, non può poetare e vaticinare. E come non poeteggiano i poeti per magistero di arte e dicono molte belle cose, come tu sopra Omero, ma sí per divino fato; cosí solamente in quelle cose viene a bene ciascuno di loro, alle quali tratto egli è dalla Musa: chi ditirambi, chi encomii, chi ballate, chi canti epici, chi giambi; e in tutto l'altro egli è sciocco. E la ragione di nuovo dico ch'ella è ch'ei non fanno per arte tutte queste forme di poemi, ma sí bene per celestiale virtú; che se una sola sapesser fare per arte, fare anco saprebbero tutte le altre. E però Iddio, togliendo loro la mente, di loro si giova come di ministri; e cosí ancora degli oracolanti e divini vaticinatori; acciocché noi, udendoli, ci avvediamo che non essi dicono cosí mirabili cose, i quali sono fuori di mente, ma sí l'istesso Dio, il quale per loro bocca parla a noi. Chiara prova di ciò che io dico è Tinnico, il Calcidese; il quale mai non fe' alcuno canto che degno fosse di ricordanza, e il poema il quale è nelle bocche di tutti, e di tutti i canti quasi è il bellissimo, fu, come racconta ei medesimo, un trovamento delle Muse. E in questo specialmente par a me che abbia ciò mostrato Iddio a noi chiaramente, perché non istessimo in dubbio che non sono umane cose né di uomini questi belli poemi, ma sí divine e d'Iddii; e che niente altro sono i poeti, se non interpreti degl'Iddii, e che ciascuno inspirato è da quell'Iddio che l'ispira: e Iddio ciò mostrando manifestamente per il piú sciocco poeta ci cantò il canto piú bello. O non ti par che io dica il vero?
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Si dice che le cicale erano un tempo uomini di quelli che vivevano prima che nascessero le Muse, ma una volta nate le Muse ed apparso il canto alcuni di quelli furono così attratti dal piacere che cantando trascurarono cibi e bevande e senza rendersene conto morirono; da questi dopo quel fatto naque la specie delle cicale che aveva ricevuto dalle Muse questo dono, di non avere per niente bisogno di cibo dopo che uno è nato, ma di cantare senza prendere cibo né bevanda finchè non muoia e in seguito arrivato presso le Muse di riferire chi degli uomini di qui onora quale tra esse. Dunque riferendo a Tersicore coloro che l'avevano onorata nelle danze glieli rendono più cari e riferendo ad Erato quelli che l'avevano onorata negli incontri amorosi, e così a tutte le altre secondo la caratteristica dell'ambito di ciascuna; ed annunciano alla più vecchia cioè a Calliope e a quella dopo di lei cioè Urania coloro che sono occupati nella filosofia e che onorano il settore di competenza di quelle che fra le Muse occupandosi prevalentemente del cielo e di racconti divini ed umani si esprimono nel migliore dei modi.
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