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Postremus apud Assyrios regnavit Sardanapallus, vir muliere mollior. Ad hunc videndum (quaod nemini ante eum permissum fuerat) praefectus ipsius Medis praepositus, nomine Arbactus, cum admitti aegre obtinuisset, invenit eum muliebri habitu, pensa inter virgines partientem. Quibus visis, indignatus tali feminae tot viros tractantes ferrum et arma habentes parere, progressus ad socios quid viderit refert: negat se ei parere posse, qui se feminam malit esse quam virum. Fit igitur coniuratio; bellum Sardanapallo infertur. Quo ille audito, non ut vir regnum defensurus, sed, ut metu mortis mulieres solent, primo latebras circumspicit, mox deinde cum paucis et incompositis in bellum progreditur. Victus in regiam se recipit, ubi exstructa incensaque pyra et se et divitias suas in incendium mittit, hoc solo imitatus virum.
In ultimo regnà presso gli Assiri Sardanapalo un uomo più effeminato di una donna. Il suo satrapo di nome Arbace, governatore della Media, avendo avuto il beneficio, a stento d’essere ammesso alla sua vista che a nessuno, prima era stato concesso tale permesso lo trovò travestito da donna a filare la lana con le fanciulle. Vedute tali cose, indignato che tanti uomini valorosi e armati dovessero sottostare ad un tal effeminato che se ne stava a filar la lana con le donne, torna dai suoi compagni e riferisce quanto visto, affermando di non poter obbedire ad uno che preferisce esser femmina piuttosto che uomo. Così, scoppia la congiura, e si muovono le armi contro Sardanapalo. Quest’ultimo, sentito ciò, prima] si mette a cercare di un nascondiglio, non come un uomo che avesse intenzione di difendere il regno, ma come le donne son solite per paura di morire. Dopo, insieme a pochi e disorganizzati affronta lo scontro aperto. Sconfitto, si rifugia nella reggia: allestitavi ed accesavi una pira, getta se stesso e i propri averi tra le fiamme, mostrandosi un uomo solo con questo.
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Interea ea legione quam secum habebat militibusque, qui ex provincia convenerant, a lacu Lemanno, qui in flumen Rhodanum influit, ad montem Iuram, qui fines Sequanorum ab Helvetiis dividit, milia passuum XVIIII murum in altitudinem pedum sedecim fossamque perducit. Eo opere perfecto praesidia disponit, castella communit, quo facilius, si se invito transire conentur, prohibere possit. Ubi ea dies quam constituerat cum legatis venit et legati ad eum reverterunt, negat se more et exemplo populi Romani posse iter ulli per provinciam dare et, si vim facere conentur, prohibiturum ostendit. Helvetii ea spe deiecti navibus iunctis ratibusque compluribus factis, alii vadis Rhodani, qua minima altitudo fluminis erat, non numquam interdiu, saepius noctu si perrumpere possent conati, operis munitione et militum concursu et telis repulsi, hoc conatu destiterunt.
Traduzione
imgscrambler}Nel frattempo, impiegando la legione al suo seguito e i soldati giunti dalla provincia, Cesare scava un fossato ed erige un muro lungo diciannove miglia e alto sedici piedi, dal lago Lemano, che sbocca nel Rodano, fino al monte Giura, che divide i territori dei Sequani dagli Elvezi. Ultimata l'opera, dispone presidi e costruisce ridotte per respingere con maggior facilità gli Elvezi, se avessero tentato di passare suo malgrado. Quando giunse il giorno fissato con gli ambasciatori ed essi ritornarono, Cesare disse che, conforme alle tradizioni e ai precedenti del popolo romano, non poteva concedere ad alcuno il transito attraverso la provincia e si dichiarò pronto a impedir loro il passaggio nel caso cercassero di far ricorso alla forza. Gli Elvezi, persa questa speranza, cercarono di aprirsi un varco sia di giorno, sia, più spesso, di notte, o per mezzo di barche legate insieme e di zattere, che avevano costruito in gran numero, o guadando il Rodano nei punti in cui era meno profondo. Respinti dalle fortificazioni e dall'intervento dei nostri soldati, rinunciarono ai loro tentativi. {/imgscramble
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Un fattaccio di cronaca nera - versione da ornatus
Autore: Cicerone
Hoc ipso fere tempore Strato ille medicus domi furtum fecit et caedem eius modi. Cum esset in aedibus armarium in quo sciret esse nummorum aliquantum et auri, noctu duos conservos dormientis occidit in piscinamque deiecit; ipse armari fundum exsecuit ett auri quinque pondo abstulit uno ex servis puero non grandi conscio. Furto postridie cognito omnis suspicio in eos servos qui non comparebant commovebatur. Cum exsectio illa fundi in armario animadverteretur, homines quonam modo fieri potuisset requirebant. Quidam ex amicis Sassiae recordatus est se nuper in auctione quadam vidisse in rebus minutis aduncam ex omni parte dentatam et tortuosam venire serrulam qua illud potuisse ita circumsecari videreturNe multa, perquiritur a coactoribus, invenitur ea serrula ad Stratonem pervenisse. Hoc initio suspicionis orto et aperte insimulato Stratone puer ille conscius pertimuit, rem omnem dominae indicavit; homines in piscina inventi sunt, Strato in vincula coniectus est, atque etiam in taberna eius nummi, nequaquam omnes, reperiuntur.
Il medico Stratone, proprio in quel tempo, commise nella casa un furto ed un omicidio di questo genere
C'era nella casa un armadio, nel quale egli sapeva che c'era una somma in contanti e una certa quantità d'oro: nottetempo egli ammazzò nel sonno due compagni di schiavitù e li buttò nella cisterna; tagliò il fondo dell'armadio e rubò sesterzi e cinque libbre d'oro; era suo complice un giovane schiavo.
Il giorno dopo, quando si scoprì il furto, tutti i sospetti si appuntavano sui due schiavi che erano scomparsi. Ci si accorse del foro nel fondo dell'armadio e tutti si domandavano come lo si fosse potuto fare. Allora uno degli amici di Sassia si ricordò di avere visto, poco tempo prima, che in un'asta veniva messa in vendita una sega ricurva e provvista di denti su ogni lato; sembrava che con uno strumento così si potesse fare un foro circolare. Per farla breve, si fa un'indagine presso i cassieri d'asta e si scopre che quella sega era arrivata a Stratone. Questo fu il primo indizio; quando si accusò apertamente Straone, il giovane complice ebbe paura e rivelò tutto alla sua padrona. Furono ritrovati i cadaveri nella cisterna, Stratone fu arrestato e nella sua bottega vennero trovate le monete, anche se non tutte.
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ORNATUS N. 22 PAGINA 52
Tum Canius "quaeso", inquit, "quid est hoc, Pythi? tantumne piscium? tantumne cumbarum?" Et ille: "Quid mirum?" inquit, "hoc loco est Syracusis quidquid est piscium, hic aquatio, hac villa isti carere non possunt. " Incensus Canius cupiditate contendit a Pythio, ut venderet. Gravate ille primo. Quid multa? impetrat. Emit homo cupidus et locuples tanti, quanti Pythius voluit, et emit instructos. Nomina facit, negotium conficit. Invitat Canius postridie familiares suos, venit ipse mature, scalmum nullum videt. Quaerit ex proximo vicino, num feriae quaedam piscatorum essent, quod eos nullos videret. "Nullae, quod sciam, " ille, "sed hic piscari nulli solent. Itaque heri mirabar quid accidisset. " tomachari Canius, sed quid faceret?
E quello, disse "Tutti i pesci di Siracusa stanno qui, qui vengono a rifornirsi d'acqua, non possono fare a meno di questa villa". Canio, preso dal desiderio, chiese insistentemente a Pizio che gli vendesse la villa. Sulle prime quello faceva il difficile. Che motivo c'è di dilungarsi? Ottiene il suo scopo: quell'uomo bramoso e ricco compra la villa al prezzo richiesto da Pizio e la compra con tutto l'arredamento, registra la vendita e l'affare è concluso. Canio invita il giorno dopo i suoi amici; arriva per tempo, ma non vede neanche una barca. Chiese al vicino più prossimo se ci fossero festività dei pescatori, dato che non ne vedeva nessuno. "A quanto ne so io, no" risponde quello "ma qui, di solito, non viene a pescare nessuno; perciò ieri mi stupivo di quanto fosse accaduto".
canio montò in bestia, ma che avrebbe potuto fare?
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Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in contione se habere consilium rei publicae salutare, sed id sciri non opus esse; postulavit, ut aliquem populus daret, quicum communicaret; datus est Aristides. Huic ille, classem Lacedaemoniorum, quae subducta esset ad Gytheum, clam incendi posse quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse esset. Quod Aristides cum audisset, in contionem magna exspectatione venit dixitque perutile esse consilium, quod Themistocles adferret, sed minime honestum. Itaque Athenienses, quod honestum non esset, id ne utile quidem putaverunt totamque eam rem, quam ne audierant quidem, auctore Aristide repudiaverunt.
Temistocle, dopo la vittoria nella guerra contro i Persiani, disse nell'assemblea di avere un consiglio salutare per lo Stato, ma che non era opportuno venisse conosciuto: chiese che il popolo gli desse qualcuno da rendere partecipe di tale consiglio: venne designato Aristide. Egli gli disse che si poteva incendiare di nascosto la flotta spartana, all'ancora a Giteo, cosa che avrebbe inevitabilmente infranto le risorse degli Spartani. Dopo che Aristide ebbe udito ciò, si recò nell'assemblea tra l'aspettazione generale e disse che il consiglio di Temistocle era utilissimo ma per nulla onesto. Così gli Ateniesi non ritennero neanche utile ciò che non era onesto e dietro consiglio di Aristide rifiutarono un progetto che neppure conoscevano.