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Itaque diligens dominus, cum et ab ipsis, tum et ab solutis, quibus maior est fides, quaerat an ex sua constitutione iusta percipiant. Atque ipse panis potionisque bonitatem gustu suo exploret; vestem, manicas, pedumque tegmina recognoscat. Saepe etiam querendi potestatem faciat de iis, qui aut crudeliter eos aut fraudulenter infestent. Nos quidem aliquando iuste dolentes tam vindicamus, quam animadvertimus in eos, qui seditionibus familiam concitant, qui calumniantur magistros suos; ac rursus praemio prosequimur eos, qui strenue atque industrie se gerunt. Feminis quoque fecundioribus, quarum in sobole certus numerus honorari debet, otium nonnumquam et libertatem dedimus, cum plures natos educassent. Nam cui tres erant filii, vacatio, cui plures libertas quoque contingebat. Haec et iustitia et cura patris familias multum confert augendo patrimonio.
Pertanto il padrone diligente e da questi anche da quelli che sono sciolti e più veritieri, indaghi se, come è stabilito per essi, ricevano il giusto. Ed assaggi il pane e la bevanda egli stesso per riconoscerne la bontà e riveda i vestiti, le maniche e i calzari, dia loro spesso ancora l'adito a querelarsi contro coloro, dai quali con crudeltà e con frode vengono travagliati. Quanto a me*, così rendo a quelli giustizia, che talvolta con ragione si lagnano, come punisco quelli che con ammutinamenti scuotono la famiglia, che calunniano i loro capi e all'incontro do premio a coloro che si comportano con efficacia ed operosità. Anche alle femmine più feconde a cui per la prole in un certo numero si deve fare onore, quando più figli avevano allevati, ho dato riposo e la libertà qualche volta a quella che aveva tre figli, l'astenzione dal lavoro, a quella ce ne aveva di più toccava la libertà. Questa nel capo di casa è giustizia ed attenzione insieme, giova assai ad accrescere gli averi.
* Lett. "noi" ma è plurale majestatis quindi traduciamo "io, me"
P. S. anche i verbi sono al plurale ma li traduciamo al signolare
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In omnibus rebus singulari fuit industria: nam et agricola sollers et peritus iuris consultus et magnus imperator et probabilis orator et cupidissimus litterarum fuit. Quarum studium etsi senior arripuerat, tamen tantum progressum fecit ut non facile reperiri possit neque de Graecis neque de Italicis rebus, quod ei fuerit incognitum. Ab adulescentia confecit orationes. Senex historias scribere instituit. Earum sunt libri septem. Primus continet res gestas regum populi Romani, secundus et tertius unde quaeque civitas orta sit Italica, ob quam rem Origines videtur appellasse. In quarto autem bellum Poenicum est primum, in quinto secundum. Atque haec omnia capitulatim sunt dicta. Reliquaque bella pari modo persecutus est usque ad praeturam Servii Galbae, qui diripuit Lusitanos; atque horum bellorum duces non nominavit, sed sine nominibus res notavit. In eisdem exposuit quae in Italia Hispaniisque aut fierent aut viderentur admiranda: in quibus multa industria et diligentia comparet, nulla doctrina.
In tutte le attività il impegno fu eccezionale: infatti abile agricoltore, esperto giureconsulto, grande generale, oratore degno di approvazione, grande appassionato di letteratura. E benché avesse intrapreso lo studio di quest' ultima in tarda età, tuttavia fece un tale progresso da non potersi trovare argomenti di cultura greca o romana che gli fossero sconosciuti. Già dall' adolescenza compose orazioni. Da vecchio si dedicò a scrivere opere storiche, delle quali rimangono sette libri. Il primo riguarda le imprese dei Re del popolo Romano, il secondo ed il terzo da dove tragga origine ciascuna città Italica, per questo motivo si ritiene che abbia intitolato Origini tutta l' opera. Nel quarto libro invece è la Prima Guerra Punica, nel quinto la Seconda. E tutti questi argomenti sono trattati per sommi capi. Con la stessa impostazione proseguì a scrivere di altre guerre fino alla pretura di Servio Galba, che saccheggiò la Lusitania; ma di quelle guerre non nominò i condottieri e riportò gli avvenimenti senza nomi. In quelle stesse opere espose fatti che erano accaduti o che sembrano degni di nota: nella trattazione dei quali traspare molto zelo e grande coscienziosità, ma ben poco impegno stilistico.
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Leo, aper et vulpes, fame commoti societatem fecerunt... Fine: sic praedam dividere?”. Respondit vulpes: “Apri mors!
Il leone, il cinghiale e la volpe, pressati dalla fame, fecero una società ed uscirono per una battuta di caccia. Per tutto il giorno percorsero boschi e campagne: catturarono molti piccoli animali e portarono via dai campi frutta e frumento. Verso sera radunarono tutto quanto il bottino in un unico luogo e il leone ordinò al cinghiale: "Dividi la preda in parti uguali ma, ricorda - lo avvertì - che io sono il re degli animali!". Il cinghiale, a causa delle tacite minacce del leone, fu invaso da grande timore e divise il bottino in tre parti uguali; poi, rivolgendosi al leone, disse: "Tu, dato che sei il re degli animali, scegli per primo la tua parte, io e la volpe prenderemo quelle che restano". Allora il leone adirato divorò il cinghiale e, rivolgendosi alla volpe, ordinò: "Il cinghiale fece le parti in modo sbagliato; tu, che sei furba, dividi di nuovo il bottino in due parti!". La volpe ammassò tutto quanto il bottino da una sola parte. Allora il leone domandò alla volpe: "Chi ti ha insegnato a dividere il bottino in modo cosi perfetto?". Rispose la volpe: "La morte del cinghiale!".
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Alcune dee dell'antichità
versione latino traduzione libro Eamus
Iuno, Vesta, Diana et Minerva Romanae erant. Iuno...
Fine: ...fortunae tutelam quaerebant et iram deae victimis placare desiderabant
Giunone, Vesta, Diana e Minerva erano romane. Giunone e Vesta erano venerate dalle matrone e dalle fanciulle poiché erano patrone delle famiglie e aiutavano le donne. Diana era la dea delle selve e degli animali selvatici, cacciava le bestie nelle ombrose selve con le frecce, vediamo ancor oggi gli altari e le statue di marmo di molte dee. La statua di Diana recava un gran quantità di frecce, indossa una tunica bianca e corta. Minerva era la dea della sapienza e della saggezza e proteggeva i poeti, Minerva era anche dea delle battaglie, infatti la statua di Minerva aveva elmo e corazza. Giunone, Diana, Minerva e Vesta erano venerate anche dai Greci ma dagli abitanti della Grecia venivano chiamate Era, Artemide, Atena e Estia, Anche la dea Fortuna veniva invocata dagli abitanti italici, quando solcavano con grandi navi e onde: infatti i marinai raggiungevano le coste marittime e le lontane isole e praticavano il commercio, Perciò domandavano protezione alla Fortuna e desideravano placare l'ira della dea con vittime.
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Est igitur, inquit Africanus, res publica res populi; populus autem non umnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu st utilitatis communione sociatus. Eius autem prima causa coeundi est non tam inbecillitas quam naturalis quaedam hominum quasi congregatio. Hi coetus igitur hac de qua eui causa instituti, sedem primum certo loco domiciliorum causa constituerunt; quam cum locis manuque saepsissent, eius modi coniunctionem tectorum oppidum vel urbem appellaverunt, delubris distinctam spatiisque communibus. Omnis ergo populus, qui est talis coetus multitudinis, omnis civitas, quae est constitutio populi, omnis res publica, quae ut dixi populi res est, consilio quodam regenda est, ut diuturna sit. Id autem consilium primum semper ad eam causam referendum est quae causa genuit civitatem
Dunque, disse l'Africano, la repubblica è la cosa del popolo: ora il popolo è non già ogni aggregazione di uomini messa insieme in qualunque modo, ma l'aggregazione di molte persone associate dalla comune coscienza giuridica e da comunanza di interessi. La prima causa di questa riunione è non tanto la debolezza quanto una naturale per dir così tendenza degli uomini ad associarsi. E quelle società, formatesi per le ragioni che ho già esposte, si scelsero dapprima una sede fissa per il loro domicilio e questo luogo, fortificato dalla loro arte e dalla natura e raggruppante insieme tutte le case, dopo averlo diviso con piazze e avervi costruiti i templi, chiamarono castello o città. Dunque ogni popolo, che è tale aggregazione di una massa, ogni stato, che è l’organizzazione del popolo, ogni repubblica, che, come ho detto, è la cosa del popolo, deve essere governata da un organo decisionale, affinché sia durevole. Questo potere in primo luogo deve essere riportato sempre a quella causa che ha generato lo stato. Quindi o bisogna attribuire il potere ad uno solo, o ad alcuni scelti, o il potere deve essere assunto dalla massa e da tutti. Perciò, quando l’insieme di tutti i poteri è nelle mani di uno solo, chiamiamo quell'uno re, e regno la forma di governo di quello stato, quando invece è nelle mani di persone scelte, allora quello stato si dice retto dalla volontà degli aristocratici. Invece è popolare quella forma di governo - così infatti la chiamano -, nella quale nel popolo risiedono tutti i poteri
- Marcello occupa Siracusa ma non la distrugge - Cicerone versione latino
- La saggezza deve essere anteposta alla conoscenza - Cicerone versione latino
- Che cosa è più desiderabile della sapienza - Cicerone versione latino Ornatus
- Un eloquio troppo ricercato cade nel ridicolo - Gellio versone latino ornatus