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Marcellus cum tam praeclaram urbem vi copiisque cepisset, non putavit ad laudem populi Romani hoc pertinere, hanc pulchritudinem, ex qua praesertim periculi nihil ostenderetur, delere et exstinguere. Itaque aedificiis omnibus, publicis privatis, sacris profanis, sic pepercit quasi ad ea defendenda cum exercitu, non oppugnanda venisset. In ornatu urbis habuit victoriae rationem, habuit humanitatis; victoriae putabat esse multa Romam deportare quae ornamento urbi esse possent, humanitatis non plane exspoliare urbem, praesertim quam conservare voluisset. In hac partitione ornatus non plus victoria Marcelli populo Romano adpetivit quam humanitas Syracusanis reservavit. Romam quae adportata sunt, ad aedem Honoris et Virtutis itemque aliis in locis videmus. Nihil in aedibus, nihil in hortis posuit, nihil in suburbano; putavit, si urbis ornamenta domum suam non contulisset, domum suam ornamento urbi futuram.
Marcello dopo aver conquistato con la forza delle armi questa città – la più bella e la più rinomata di (tutte le città) greche – egli non pensò che potesse giovare al buon nome del popolo romano radere al suolo una tale bellezza, tanto più (che) da essa non proveniva alcun pericolo. Pertanto, risparmiò tutti gli edifici – pubblici e privati, sacri e profani – tale da dare quasi l’impressione d’essere giunto (in quella regione) per difendere quella città, e non già per conquistarla. Nella spartizione del bottino, la (sua) vittoria non fece guadagnare al popolo romano più di quanto (non) tenne in serbo per i Siracusani, in termini di umanità. Gli oggetti che furono traslati a Roma, ora li vediamo nel tempio degli (dèi) Onore e Virtù. Nulla (di tali oggetti, Marcello) pose nelle (proprie) dimore o nei (propri) giardini.
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Illa autem sapientia, quam principem (virtutum) dixi, rerum est divinarum et humanarum scientia, in qua continetur deorum et hominum communitas et societas inter ipsos; ea si maxima est, ut est, certe necesse est, quod a communitate ducatur officium, id esse maximum. etenim cognitio contemplatioque naturae manca quodam modo atque incohata sit, si nulla actio rerum consequatur. ea autem actio in hominum commodis tuendis maxime cernitur; pertinet igitur ad societatem generis humani; ergo haec cognitioni antenponenda est.
Dunque quella sapienza che io ho denominato principe (delle virtù) altro non è che la scienza delle cose divine e umane e in sé comprende gli scambievoli rapporti tra gli dèi e gli uomini e le relazioni degli uomini tra di loro. Ora se questa virtù è com'è senza dubbio la maggiore fra tutte ne viene di necessità che il dovere che dall'umana convivenza deriva è fra tutti il maggiore. E invero la conoscenza e la contemplazione dell'universo è in certo qual modo manchevole e imperfetta se nessun'azione pratica la segue. Ma l'azione pratica si esplica soprattutto nella difesa dei beni comuni a tutti gli uomini; riguarda dunque la convivenza del genere umano. L'azione pertanto è da anteporre alla scienza
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Quid enim est, per deos, optabilius sapientia, quid praestantius, quid homini melius, quid homine dignius? Hanc igitur qui expetunt, philosophi nominantur, nec quicquam aliud est philosophia, si interpretari velis, praeter studium sapientiae. Sapientia autem est, ut a veteribus philosophis definitum est, rerum divinarum et humanarum causarumque, quibus eae res continentur, scientia, cuius studium qui vituperat haud sane intellego quidnam sit quod laudandum putet. Nam sive oblectatio quaeritur animi requiesque curarum, quae conferri cum eorum studiis potest, qui semper aliquid anquirunt, quod spectet et valeat ad bene beateque vivendum?
sive ratio constantiae virtutisque ducitur, aut haec ars est aut nulla omnino, per quam eas assequamur. Nullam dicere maximarum rerum artem esse, cum minimarum sine arte nulla sit, hominum est parum considerate loquentium atque in maximis rebus errantium. Si autem est aliqua disciplina virtutis, ubi ea quaeretur, cum ab hoc discendi genere discesseris.
TRADUZIONE LIBRO ORNATUS
Che cos'è infatti, nel nome degli dei, più desiderabile della sapienza, più nobile, più adatto all'uomo, più degno per l'uomo? Dunque coloro che la ricercano sono chiamati filosofi, né altro è la filosofia, se vuoi che sia compresa, che amore per il sapere; ma la sapienza è, come viene definita dagli antichi filosofi, la scienza del divino e dell'umano e delle cause, da cui esse dipendono, e se qualcuno biasima lo studio di tale scienza allora invero non comprendo che cosa possa essere stimato degno di lode. infatti se cerchiamo la tranquillità dell'animo e la tranquillità dagli affanni, quale diletto e quale tranquillità si posso paragonare con la costante applicazione di coloro che ricercano sempre qualcosa che riguardi e balga il vivere bene e felicemente?
ANCORA
Che cosa infatti, per gli dei, è più desiderabile della sapienza, cosa è superiore, cosa è preferibile per l’uomo e cosa è più degno dell’uomo? Pertanto quelli che la cercano, sono chiamati filosofi, e la filosofia non è nient’altro, se tu volessi intendere bene, se non l’amore della sapienza. E la sapienza è, come è stata definita dagli antichi filosofi, la scienza delle cose divine e umane e delle cause, con le quali queste cose sono connesse, e chi ne biasima lo studio non so per nulla che cosa ci sia che questo riterrebbe che debba esser lodato. E se si ricerca il diletto dell'animo e la tranquillità degli affanni, quale diletto e qua le tranquillìtà si possono paragonare con la co stante applicazione di coloro che ricercano sempre qualche cosa che riguardi e valga per vivere bene e felicemente?
Se si ricerca la norma della coerenza e della virtù, o è questa l'arte filosofica per mezzo della quale poterle perseguire o non ve ne è affatto alcuna. Il sostenere che non esista alcuna scienza dei massimi problemi, mentre dei minimi non ve ne è alcuno senza la sua specifica regola, è considerazione degna di uomini che parlano senza riflettere e che sbagliano proprio sui massimi problemi. Se esiste una disciplina della virtù, dove la ricercheremmo, qualora ci allontanassimo da questo genere di studi?
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Un eloquio troppo ricercato cade nel ridicolo
Versione di latino di Gellio
LIBRO N. P. N. 407 ORNATUS PAG. 474
inizio: Verbis uti aut nimis obsoletis exculcatisque
Fine: quasi nescio Tusce aut Gallice dixisset, universi riserunt
Mi sembra essere una colpa equivalente usare parole o troppo obsolete e decadute dall'uso comune, oppure desuete e di una ricercatezza pesante e senza garbo. Ma io ritengo che sia ancor più sgradevole usare parole nuove e sconosciute, mai sentite prima, piuttosto che parole comuni e volgari. Affermo che sembrano nuove anche quelle che sono fuori dal comune e abbandonate, sebbene siano vetuste. Ciò è a tal punto tipico di una tardiva erudizione che, poiché non l'hai mai imparata, l'hai ignorata a lungo, quando una buona volta hai cominciato ad impararla, tieni in gran conto di dirla in qualunque posto e situazione. Come (è capitato) a noi quando eravamo presenti a Roma, un uomo vecchio e celebrato nei processi, ma dotato di un erudizione quasi improvvisata e messa insieme alla rinfusa, portandosi davanti al prefetto della città e volendo dire che un tale viveva di cibo povero e misero, e mangiava spesso pane di crusca e beveva vino guasto e puzzolente, disse: "Questo cavaliere Romano mangia apludam e beve flocces (non devono essere tradotti questi due termini). " Tutti coloro che erano presenti si guardarono l'un l'altro, dapprima piuttosto sei e con lo sguardo turbato e che si domandava quale mai fosse il significato di entrambi le parole, poi dopo, quasi che avesse detto qualcosa in Etrusco o in Gallico, tutti risero.
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Super arcem, vulgatum Graecorum fabulis miraculum, pensiles horti sunt, summam murorum altitudinem aequantes multarumque arborum umbra et proceritate amoeni. Saxo pilae, quae totum onus sustinet, instructae sunt; super pilas lapide quadrato solum stratum est, patiens terrae, quam altam iniciunt, et humoris, quo rigant terras: adeoque validas arbores sustinent moles, ut stipites earum cubitorum spatium crassitudine aequent, in L pedum altitudinem emineant frugiferaeque aeque sint ut si terra sua alerentur. Et cum vetustas non opera solum manu facta, sed etiam ipsam naturam paulatim exedendo perimat, haec moles, quae tot arborum radicibus premitur tantique nemoris pondere onerata est, inviolata durat: quippe pedes lati parietes sustinent pedum intervallo distantes, ut procul visentibus silvae montibus vis inminere videantur. Syriae regem Babylone regnantem hoc opus esse molitum memoriae proditum est, amore coniugis victum, quae, desiderio nemorum silvarumque in campestribus locis, virum conpulit amoenitatem naturae genere huius operis imitari.
Sulla rocca - visione magnifica tramandata da leggende greche - si trovano giardini pensili, che pareggiano l'enorme altezza delle mura e piacevoli dall'ombra e dalla figura slanciata di molti alberi. I pilastri, che sostengono tutto il peso, sono stati costruiti in pietra; al di sopra dei pilastri, c'è un basamento spiano, in pietra, squadrato, che sostiene il manto erboso - che coltivano alto - e il liquido, con cui irrigano il suolo. I supporti riescono a sostenere alberi tanto grandi che i loro tronchi occupano, in spessore, lo spazio di 8 cubiti, si slanciano per un'altezza di 50 piedi e sono ricchi di frutti così come se fossero alimentati da un vero e proprio suolo. E sebbene la vetustà distrugga - rodendo poco a poco - non soltanto l'opera umana ma anche la stessa natura, questa struttura - che sopporta il peso delle radici di tanti alberi e di tale vegetazione - resiste intatta : in effetti, pareti larghe 20 piedi si alzano distanziandosi per un intervallo di 11 piedi, tale che a chi osserva da lontano la vegetazione sembra sovrastare gli stessi monti. C'è la leggenda che tale opera fu costruita dal re di Siria durante il suo soggiorno in Babilonia, vinto dall'amore per la moglie, la quale - per il desiderio di boschi e selve in luoghi lussureggianti - spinse il proprio marito a riprodurre in questo modo artificiale la bellezza della natura.