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Il consiglio di Parmenione prima della battaglia di Isso
Versione di latino dal libro Ornatus
Autore Curzio Rufo
Isson deinde rex copias admovit; ubi consilio habito utrumne ultra progrediendum foret, an ibi opperiundi essent novi milites quos ex Macedonia adventare constabat, Parmenio non alium locum proelio aptiorem esse censebat: "quippe illic utriusque regis copias numero futuras pares, cum angustiae multitudinem non caperent: planitiem ipsis camposque esse vitandos, ubi circumiri, ubi ancipiti acie opprimi possent. Timere ne non virtute hostium, sed lassitudine sua vincerentur. Persas recentes subinde successuros, si laxius stare potuissent. " Facile ratio tam salubris consilii accepta est. Itaque inter angustias saltus hostem opperiri (alexander) statuit.
Il re poi trasportò le milizie ad Isso: Qui si tenne un consiglio per decidere se fosse più opportuno continuare la marcia oppure attendere i nuovi soldatii che risultava stessero arrivando dalla Macedonia; Parmenione non riteneva altro luogo più adatto di questo per la battaglia: infatti lì le truppe di entrambi i re sarebbero state pari come numero, poiché la ristrettezza del luogo non poteva contenere una moltitudine di soldati. Essi dovevano evitare la pianura e il campo aperto, dove potevano esser circondati ed assaliti da schiere su fronti opposti: egli temeva la sconfitta non grazie al valore dei nemici, ma a causa della propria stanchezza: le truppe fresche persiane avrebbero facilmente vinto, se avessero potuto combattere in campo aperto. Queste considerazioni così sagge furono immediatamente accolte e così Alessandro decise di affrontare il nemico tra le balze e le strettoie.
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Philippus, Amyntae filius, terrae Macedoniae rex, cuius virtute industriaque Macetae locupletissimo imperio aucti gentium nationumque multarum potiri coeperant et cuius vim atque arma toti Graeciae cavenda metuendaque inclitae illae Demosthenis orationes contionesque vocificant, is Philippus, cum in omni fere tempore negotiis belli victoriisque adfectus exercitusquel esset, a liberali tamen Musa et a studiis humanitatis numquam afuit, Feruntur adeo libri epistularum elus munditiae et venustatis et prudentiae plenarum, velut sunt illae litterae, quibus Aristoteli philosopho natum esse sibi Alexandrum nuntiavit. Ea epistula, quoniam curae diligentiaeque in liberorum disciplinas hortamentum est, digna est quae legatur ad hanc ferme sententiam: "Philippus Aristoteli salutem dicit. Filium mihi genitum scito. Quod equidem dis habeo gratiam, non proinde quia natus est, quam pro eo, quod cum nasci contigit temporibus vitae tuae. Spero enim fore, ut eductus eruditusque a te dignus exsistat et nobis et rerum istarum susceptione".
Filippo, figlio di Aminta, era re di Macedonia. Grazie al valore e all'energia di lui, i Macedoni conquistarono un vastissimo impero, cominciarono a estendere il proprio dominio su numerose genti e nazioni, sì che - come si va proclamando nelle famose orazioni e discorsi di Demostene - finì per rappresentare per i Greci un nemico da temere per la grande potenza e gli armamenti. Quel Filippo, mentre era quasi sempre intento e del tutto dedito a far la guerra e a vincere battaglie, pure non fu mai estraneo alle Muse, alle arti liberali e alla cultura, e le azioni e le parole sue mostravano finezza e gusto. Son in circolazione raccolte di sue lettere, piene di eleganza, grazia e saggezza, come quella nella quale annunzia al filosofo Aristotele che gli è nato il figlio Alessandro. Ciò parsa degna di essere riportata, tale lettera, come ammonimento per i genitori, giacchè contiene un incoraggiamento ad occuparsi con cura e diligenza dell'educazione dei figli. Ecco in quali termini è concepita: "Filippo ad Aristotele, salute. Sappi che mi è nato un figlio, perciò ringrazio gli dei, non tanto perché sia nato, ma perché ha avuto la fortuna
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Ornatus pagina 63
Inizio: Zaleucus urbe Locrensium a se saluberrimis atque utilissimis legibus munita Fine: ne qua fraus iustitiae fieret.
Clicca qui per il testo latino completo e per la traduzione
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Euripides, postulante populo ut ex tragoedia quandam sententiam tolleret, progressus in scaenam dixit se ut uem doceret, non ut ab eo disceret, fabulas componere solere. laudanda prfect fiducia est, quae aestimationem sui certo pondere examinat, tantum sibi sdrogans, quantum a contemptum et insolentia distare satis est. Itaque etiam quod Alcestidi tragico poetae respondit probabile est. Apud quem cum quereretur quod eo triduo non ultra tres versus maximo impenso labore deducere potuisset, atque is es centum perfacile scripsisse gloriaretur: "sed hoc", inquit, "interest, quod tui in triduum tantummodo, mei vero in omne tempus suffient". alterius enim fecundi cursus scripta intra primas memoriae metas corruerunt, alterius cunctante stilo elucumbratum opus per omne aevi tempus plenis gloriae velis feretu
Euripide, allorché il popolo gli chiese di togliere una battuta da una tragedia - avanzando sul palco, affermò che luii era solito comporre lett. favole )ma in questo caso si intende opere teatrali) per insegnare ad esso (cioè al popolo) e non per essere da esso edotto. Certamente è degna di lode (bisogna lodare) una (tal) fiducia, che valuta la propria stima con metro certo e che tanto è pretenziosa di sé, quanto basta a non essere lontana dal disprezzo e nell'insolenza. Pertanto (è) degno lodevole anche ciò che (Euripide) ribatté al poeta tragico Alcestide. Poiché (Euripide) si lamentava con lui per fatto di non esser riuscito a tirar fuori più di tre versi in un lasso di tempo di tre giorni, pur sforzandosi molto (con massimo lavoro), mentre quello si vantava di averne composto un centinaio senza alcun sforzo, (Euripide) controbatté: "Ecco (appunto) la differenza: i tuoi versi dureranno solo tre giorni, i miei saranno eterni". E infatti, gli scritti dell'uno - (autore) prolifico - sono naufragati subito nella prima metà della memoria (ovvero nel dimenticatoio), mentre l'opera dell'altro (Euripide) pensata con stile esitante giungeranno a gonfie (lett. piene) vele alla gloria attraverso il trascorrere infinito del tempo
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La vera amicizia
VERSIONE DI LATINO SENECA
Abbiamo 2 versioni con lo stesso titolo da due libri diversi e diverse fra loro
Dal libro C. so Lingua Latina n. 33 pag. 278
Quidam quae tantum amicis committenda sunt obviis narrant, et in quaslibet aures quidquid illos urit exonerant; quidam rursus etiam carissimorum conscientiam reformidant et, si possent, ne sibi quidem credituri interius premunt omne secretum. Neutrum faciendum est; utrumque enim vitium est, et omnibus credere et nulli, sed alterum honestius dixerim vitium, alterum tutius. Sic utrosque reprehendas, et eos qui semper inquieti sunt, et eos qui semper quiescunt. Nam illa tumultu gaudens non est industria sed exagitatae mentis concursatio, et haec non est quies quae motum omnem molestiam iudicat, sed dissolutio et languor. Itaque hoc quod apud Pomponium legi animo mandabitur: 'quidam adeo in latebras refugerunt ut putent in turbido esse quidquid in luce est'. Inter se ista miscenda sunt: et quiescenti agendum et agenti quiescendum est. Cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse se et noctem. Vale C'è gente che racconta al primo venuto fatti che si dovrebbero confidare solo agli amici e scarica nelle orecchie di uno qualunque i propri tormenti. Altri, invece, temono persino che le persone più care vengano a sapere le cose e nascondono sempre più dentro ogni segreto, per non confidarlo, se potessero, neppure a se stessi. Sono due comportamenti da evitare perché è un errore sia credere a tutti, sia non credere a nessuno, ma direi che il primo è un difetto più onesto, il secondo più sicuro. Allo stesso modo meritano di essere biasimati sia gli eterni irrequieti, sia gli eterni flemmatici. Non è operosità godere dello scompiglio, ma lo smaniare di una mente esagitata, come non è quiete giudicare fastidiosa ogni attività, bensì fiacchezza e indolenza. Ricordala bene, perciò questa frase che ho letto in Pomponio: "C'è chi si tiene così ben nascosto che gli sembra tempesta tutto ciò che succede sotto il sole. " Bisogna saper conciliare queste due opposte tendenze: chi è flemmatico deve agire e deve calmarsi chi è sempre in attività. Consigliati con la natura: ti dirà che ha creato il giorno e la notte. Stammi bene.
dal libro ORNATUS N, 393
Anche se è autosufficiente tuttavia non ha un amico, tuttavia gliene serve uno per esercitare l’amicizia perché una virtù così grande non resti inattiva. Non per lo scopo che diceva Epicuro in quella stessa lettera non deve cercare un amico per avere qualcuno accanto a se quando è ammalato o che l’aiuti se prigioniero o povero, ma qualcuno al quale egli possa sedere accanto quando l’altro è ammalato e che egli possa liberare quando è circondato dalla guardia nemica. Chi guarda solo a se stesso e per questo cerca di ottenere un’amicizia pensa male. , Come l’amicizia comincia così finisce. Si è cercato un amico per portare aiuto nella prigionia, non appena si sente il tintinnio di una catena, scappa (l’amico). Queste sono amicizie che la gente chiama opportunistiche: chi è stato preso come amico soltanto per tornaconto, sarà gradito finché sarà utile. Ecco perché uno stuolo di amici attornia quelli che godono di fiorente fortuna. Intorno a chi ha subito un rovescio regna la solitudine; ben presto gli amici se la squagliano, appena messi alla prova. Ecco perché ci sono tanti esempi scandalosi di persone che abbandonano gli amici per paura e di altri ancora che sempre per paura li tradiscono. Il principio e la fine saranno inevitabilmente coerenti: chi ha cominciato a essere amico perché gli conviene, cesserà anche di esserlo perché gli conviene.