Puellae supplicatur et in humanis vultibus deae tantae numina placantur et in matutino progressu vir
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Si rivolgono preghiere alla fanciulla, e le volontà di una dea tanto grande vengono placate nei volti umani, e durante la passeggiata mattutina della fanciulla, si placa il nome di Venere assente con vittime e banchetti, e quando poi ella si spostava per le piazze, le genti, in gran numero, le rivolgevano suppliche per mezzo di fiori intrecciati e sciolti. Questo incongruo trasferimento di onori divini al culto di una fanciulla mortale infiamma fortemente l'animo della vera Venere, e, incapace di sopportare l'indignazione, tremando mentre scuote la testa, (la dea) disse così tra sé e sé: Ecco che io, l'antica genitrice della Natura, Venere, la datrice di vita dell'intero universo, sono trascinata in compartecipazione con una fanciulla mortale nell'onore della maestà, e il mio nome, scritto dal cielo, viene profanato dalle sporcizie terrene! Invano quel celebre pastore, del quale il grande Giove garantì la giustizia e la lealtà, mi preferì, per lo straordinario aspetto, a dee tanto grandi. Ma costei, chiunque ella sia, non avrà usurpato i miei onori gioendo così: infatti farò in modo che ella si penta proprio di questa bellezza illegittima.
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Quando Crasso si rese conto che le sue truppe, a causa del numero esiguo, non si allargavano facilmente, e che il nemico andava di qua e di là, e bloccava le strade, e nell'accampamento lasciava sufficienti guarnigioni difensive (lett. : "lasciava abbastanza di protezione"), e che, per quella ragione, a sé arrivavano in maniera meno agevole il grano e le vettovaglie, e che il numero dei nemici aumentava di giorno in giorno, ritenne che non si dovesse attendere a scontrarsi in battaglia. Dopo che questa scelta venne demandata all'assemblea, quando comprese che tutti pensavano lo stesso, fissò per la battaglia il giorno successivo. All'alba, fatte avanzare tutte le truppe, disposto un doppio schieramento, mandate le truppe ausiliarie al centro del campo di battaglia, attendeva (sottinteso: "di vedere") che decisione prendessero i nemici. Quelli, sebbene, per via del gran numero, dell'antica gloria di guerra, dello scarso numero dei nostri, ritenevano che avrebbero combattuto in sicurezza, tuttavia, ritenevano che fosse più sicuro, una volta assediate le strade, e bloccato l'approvvigionamento, prendersi la vittoria senza nessuna perdita. E, nel caso in cui, a causa della penuria di approvvigionamenti, i Romani avessero cominciato a ritirarsi, pensavano di aggredirli comodamente, quando erano impacciati nella colonna di marcia e con le bisacce sulle spalle. Dato che questo piano era stato approvato dai comandanti, anche se le truppe dei Romani erano avanzate, essi si mantenevano all'interno dell'accampamento.
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Spinta dalla fame una volpe, in una vigna alta, cercava di raggiungere l'uva saltando con tutte le forze. Non riuscendo a toccarla, disse andando via: Non è ancora matura, non la voglio mangiare acerba.
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Dopo che l'intera cittadinanza fu scesa nel Pireo, l'attesa di tutti di vedere Alcibiade fu tanto grande che la massa si riversò alla trireme di lui come se fosse arrivato da solo. Il popolo infatti era stato convinto così: che sia le precedenti avversità, sia le circostanze favorevoli presenti si erano verificate per opera di lui. E così attribuivano ad una propria colpa sia la perdita della Sicilia, sia le vittorie degli Spartani, perché essi avevano cacciato via dalla città un simile uomo. E sembravano pensare ciò non senza una ragione. Infatti, dopo che egli iniziò a stare a capo dell'esercito, i nemici non erano riusciti ad essere pari né sulla terraferma, né in mare. Quando costui fu sceso dalla nave, tutti seguivano lui solo, e – cosa che mai prima era entrata nella tradizione, se non per i vincitori a Olimpia – egli veniva omaggiato dal popolo di corone in oro e in bronzo. Egli, accoglieva in lacrime un simile affetto dei suoi concittadini, ricordando l'asprezza del periodo passato. Dopo che giunse in Atene, convocata un'assemblea, egli parlò in maniera tale che tutti versarono lacrime, come se un altro popolo, e non quello stesso che piangeva in quel momento, lo avesse condannato per sacrilegio.
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Dafne era una ninfa dolce e bella, figlia del fiume Peneo. Il dio Apollo si innamorò di lei; lei invece lo rifiutava e, con piede veloce, fuggiva attraverso le foreste e i boschi ombrosi con tutte le sue forze. Apollo, ardente di desiderio, si rivolgeva a lei con dolci parole in questo modo: "Aspetta, bellissima ninfa! Arresta la fuga! Non sono un abitante del monte, né un umile pastore: Giove è mio padre e amo solamente te!". Ma Dafne lo rifuggiva e non prestava ascolto alle sue lusinghe; in verità supplicava in questo modo tra le lacrime suo padre Peneo: "Oh padre, ti prego porgimi aiuto! Se voi fiumi ne avete facoltà, trasformami e distruggi questa figura a causa della quale sono troppo piaciuta!". Immediatamente un forte torpore prende le sue membra, il tenero petto viene cinto da una morbida corteccia, i capelli si allungano in fogliame e le braccia in rami. Il piede poco prima tanto veloce, si fissa per mezzo di pesanti radici e Dafne si trasforma in un verde e rigoglioso lauro. Apollo la ama anche sotto questo aspetto, e, per sua volontà, da quel giorno il lauro è l'albero sacro ad Apollo, solenne premio per i poeti.
- Cogita quantum boni opportuna mors habeat quam nocuerit multis diutius vixisse ...
- Cicero Attico sal. Nondum videris perspicere quam me nec Antonius commoverit nec quicquam iam eius m
- Le rane chiedono un re.
- Aulus legatus milites mense Ianuario ex hibernis in expeditionem evocat magnisque itineribus hieme a