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IL CIARLIERO
VERSIONE DI GRECO di Teofrasto
TRADUZIONE dal libro Esercizi greci
Ἡ δὲ λογοποιία ἐστὶ σύνθεσις ψευδῶν λόγων καὶ πράξεων, ὧν ‹πιστεύεσθαι› βούλεται ὁ λογοποιῶν, ὁ δὲ λογοποιὸς τοιοῦτός τις, οἷος ἀπαντήσας τῶι φίλωι εὐθὺς καταβαλὼν τὸ ἦθος καὶ μειδιάσας ἐρωτῆσαι· Πόθεν σύ; καὶ Λέγεις τι; καὶ πῶς; Ἔχεις περὶ τοῦδε εἰπεῖν καινόν; καὶ ὡς ἐπιβαλὼν ἐρωτᾶν· Μὴ λέγεταί τι καινότερον; καὶ μὴν ἀγαθά γέ ἐστι τὰ λεγόμενα. καὶ οὐκ ἐάσας ἀποκρίνασθαι εἰπεῖν· Τί λέγεις; οὐθὲν ἀκήκοας; δοκῶ μοί σε εὐωχήσειν καινῶν λόγων. καὶ ἔστιν αὐτῶι ἢ στρατιώτης ‹τις› ἢ παῖς Ἀστείου τοῦ αὐλητοῦ ἢ Λύκων ὁ ἐργολάβος παραγεγονὼς ἐξ αὐτῆς τῆς μάχης, οὗ φασιν ἀκηκοέναι· αἱ μὲν οὖν ἀναφοραὶ τῶν λόγων τοιαῦταί εἰσιν αὐτοῦ, ὧν οὐθεὶς ἂν ἔχοι ἐπιλαβέσθαι. διηγεῖται δὲ τούτους φάσκων λέγειν, ὡς Πολυπέρχων καὶ ὁ βασιλεὺς μάχηι νενίκηκε, καὶ Κάσανδρος ἐζώγρηται. καὶ ἂν εἴπηι τις αὐτῶι, Σὺ δὲ ταῦτα πιστεύεις; φήσει, τὸ πρᾶγμα βοᾶσθαι γὰρ ἐν τῆι πόλει, καὶ τὸν λόγον ἐπεντείνειν, καὶ πάντας συμφωνεῖν, ταὐτὰ γὰρ λέγειν περὶ τῆς μάχης, καὶ πολὺν τὸν ζωμὸν γεγονέναι.
TRADUZIONE
La loquacità, se si volesse definirla, parrebbe essere intemperanza nel parlare; ed il loquace un tale che, se gli si fa incontro uno, quale che sia l'argomento di cui questi si metta a discorrere con lui, afferma che dice sciocchezze e che lui sa tutto e che, se lo ascolterà, avrà da imparare; e nel bel mezzo della risposta incalza: «Hai detto? Non dimenticare quel che stai per dire», e «Hai fatto bene a ricordarmelo», e «Quanto è utile, dico io, il chiacchierare!», e «Quello che tralasciavo di dire», e «Certo, sùbito hai capito la faccenda», e «Da un pezzo ti osservavo, per vedere se tu giungessi alla mia stessa conclusione»; e trova altri appigli del genere, così che il suo interlocutore non riesce nemmeno a prender fiato. E quando ha ridotto allo stremo i singoli interlocutori, è capace di volgersi perfino contro persone raccolte in massa e radunate, e di costringerle alla fuga nel mezzo delle loro contrattazioni. Ed entrato nelle scuole e nelle palestre, impedisce che i ragazzi vadano avanti nell'apprendimento, facendo chiacchiere a non finire con gli istruttori di ginnastica e con gli insegnanti. 6 E se qualcuno dice di volersene andare, è capace di accompagnarlo e di ricondurlo fino all'uscio di casa. E se viene a conoscenza degli affari discussi nell'assemblea, li va propalando e per di più narra anche la battaglia che ebbe luogo allora, quando era arconte Aristofonte, e la battaglia affrontata dagli Spartani per iniziativa di Lisandro, e con quali discorsi abbia guadagnato grande fama presso il popolo. E mentre tesse questi racconti, vi intramezza invettive contro le masse, così che gli ascoltatori o perdono il filo del discorso o dondolano il capo sonnecchiando o se ne vanno piantandolo a mezzo. E quando siede tra i giudici, impedisce di giudicare; quando è a teatro in mezzo al pubblico, impedisce di vedere; quando è tra i convitati ad un banchetto, impedisce di mangiare, dicendo che per un uomo loquace è difficile tacere, e che la lingua sta nell'umido a bella posta, e che non riuscirebbe a star zitto nemmeno se dovesse parere più chiacchierino di una rondine. E sopporta di essere canzonato perfino dai suoi figlioletti, quando questi, volendo ormai dormire, lo sollecitano dicendo: «Babbuccio, chiacchiera un pò con noi, perché ci prenda il sonno».
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LA LOQUACITà
VERSIONE DI GRECO di Teofrasto
Ἡ δὲ λογοποιία ἐστὶ σύνθεσις ψευδῶν λόγων καὶ πράξεων, ὧν ‹πιστεύεσθαι› βούλεται ὁ λογοποιῶν, ὁ δὲ λογοποιὸς τοιοῦτός τις, οἷος ἀπαντήσας τῶι φίλωι εὐθὺς καταβαλὼν τὸ ἦθος καὶ μειδιάσας ἐρωτῆσαι· Πόθεν σύ; καὶ Λέγεις τι; καὶ πῶς; Ἔχεις περὶ τοῦδε εἰπεῖν καινόν; καὶ ὡς ἐπιβαλὼν ἐρωτᾶν· Μὴ λέγεταί τι καινότερον; καὶ μὴν ἀγαθά γέ ἐστι τὰ λεγόμενα. καὶ οὐκ ἐάσας ἀποκρίνασθαι εἰπεῖν· Τί λέγεις; οὐθὲν ἀκήκοας; δοκῶ μοί σε εὐωχήσειν καινῶν λόγων. καὶ ἔστιν αὐτῶι ἢ στρατιώτης ‹τις› ἢ παῖς Ἀστείου τοῦ αὐλητοῦ ἢ Λύκων ὁ ἐργολάβος παραγεγονὼς ἐξ αὐτῆς τῆς μάχης, οὗ φασιν ἀκηκοέναι· αἱ μὲν οὖν ἀναφοραὶ τῶν λόγων τοιαῦταί εἰσιν αὐτοῦ, ὧν οὐθεὶς ἂν ἔχοι ἐπιλαβέσθαι. διηγεῖται δὲ τούτους φάσκων λέγειν, ὡς Πολυπέρχων καὶ ὁ βασιλεὺς μάχηι νενίκηκε, καὶ Κάσανδρος ἐζώγρηται. καὶ ἂν εἴπηι τις αὐτῶι, Σὺ δὲ ταῦτα πιστεύεις; φήσει, τὸ πρᾶγμα βοᾶσθαι γὰρ ἐν τῆι πόλει, καὶ τὸν λόγον ἐπεντείνειν, καὶ πάντας συμφωνεῖν, ταὐτὰ γὰρ λέγειν περὶ τῆς μάχης, καὶ πολὺν τὸν ζωμὸν γεγονέναι. εἶναι δ' ἑαυτῶι καὶ σημεῖον τὰ πρόσωπα τῶν ἐν τοῖς πράγμασιν· ὁρᾶν γὰρ αὐτῶν πάντων μεταβεβληκότα. λέγει δ', ὡς καὶ παρακήκοε παρὰ τούτοις κρυπτόμενόν τινα ἐν οἰκίαι, ἤδη πέμπτην ἡμέραν ἥκοντα ἐκ Μακεδονίας, ὃς πάντα ταῦτα οἶδε. καὶ πάντα διεξιὼν πῶς οἴεσθε πιθανῶς σχετλιάζει λέγων· Δυστυχὴς Κάσανδρος· ὢ ταλαίπωρος· ἐνθυμῆι τὸ τῆς τύχης; ἄλλ‹ως› οὖν ἰσχυρὸς γενόμενος· καὶ Δεῖ δ' αὐτόν σε μόνον εἰδέναι. πᾶσι δὲ τοῖς ἐν τῆι πόλει προσδεδράμηκε λέγων. Τῶν τοιούτων ἀνθρώπων τεθαύμακα, τί ποτε βούλονται λογοποιοῦντες· οὐ γὰρ μόνον ψεύδονται, ἀλλὰ καὶ ‹ἀ›λυσιτελῶς ἀπαλλάττουσι. πολλάκις γὰρ αὐτῶν οἱ μὲν ἐν τοῖς βαλανείοις περιστάσεις ποιούμενοι τὰ ἱμάτια ἀποβεβλήκασιν, οἱ δ' ‹ἐν› τῆι στοᾶι πεζομαχίαι καὶ ναυμαχίαι νικῶντες ἐρήμους δίκας ὡφλήκασιν. εἰσὶ δ' οἳ καὶ πόλεις τῶι λόγωι κατὰ κράτος αἱροῦντες παρεδειπνήθησαν. πάνυ δὴ ταλαίπωρον αὐτῶν ἐστι τὸ ἐπιτήδευμα. ποία γὰρ οὐ στοά, ποῖον δὲ ἐργαστήριον, ποῖον δὲ μέρος τῆς ἀγορᾶς, ‹οὗ› οὐ διημερεύουσιν ἀπαυδᾶν ποιοῦντες τοὺς ἀκούοντας. οὕτως καὶ καταπονοῦσι ταῖς ψευδολογίαις.
TRADUZIONE
La loquacità, se si volesse definirla, parrebbe essere intemperanza nel parlare; ed il loquace un tale che, se gli si fa incontro uno, quale che sia l'argomento di cui questi si metta a discorrere con lui, afferma che dice sciocchezze e che lui sa tutto e che, se lo ascolterà, avrà da imparare; e nel bel mezzo della risposta incalza: «Hai detto? Non dimenticare quel che stai per dire», e «Hai fatto bene a ricordarmelo», e «Quanto è utile, dico io, il chiacchierare!», e «Quello che tralasciavo di dire», e «Certo, sùbito hai capito la faccenda», e «Da un pezzo ti osservavo, per vedere se tu giungessi alla mia stessa conclusione»; e trova altri appigli del genere, così che il suo interlocutore non riesce nemmeno a prender fiato. E quando ha ridotto allo stremo i singoli interlocutori, è capace di volgersi perfino contro persone raccolte in massa e radunate, e di costringerle alla fuga nel mezzo delle loro contrattazioni. Ed entrato nelle scuole e nelle palestre, impedisce che i ragazzi vadano avanti nell'apprendimento, facendo chiacchiere a non finire con gli istruttori di ginnastica e con gli insegnanti. 6 E se qualcuno dice di volersene andare, è capace di accompagnarlo e di ricondurlo fino all'uscio di casa. E se viene a conoscenza degli affari discussi nell'assemblea, li va propalando e per di più narra anche la battaglia che ebbe luogo allora, quando era arconte Aristofonte, e la battaglia affrontata dagli Spartani per iniziativa di Lisandro, e con quali discorsi abbia guadagnato grande fama presso il popolo. E mentre tesse questi racconti, vi intramezza invettive contro le masse, così che gli ascoltatori o perdono il filo del discorso o dondolano il capo sonnecchiando o se ne vanno piantandolo a mezzo. E quando siede tra i giudici, impedisce di giudicare; quando è a teatro in mezzo al pubblico, impedisce di vedere; quando è tra i convitati ad un banchetto, impedisce di mangiare, dicendo che per un uomo loquace è difficile tacere, e che la lingua sta nell'umido a bella posta, e che non riuscirebbe a star zitto nemmeno se dovesse parere più chiacchierino di una rondine. E sopporta di essere canzonato perfino dai suoi figlioletti, quando questi, volendo ormai dormire, lo sollecitano dicendo: "Babbuccio, chiacchiera un pò con noi, perché ci prenda il sonno".
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LA STORDITAGGINE
VERSIONE DI GRECO di Teofrasto
Ἔστι δὲ ἡ ἀναισθησία, ὡς ὅρῳ εἰπεῖν, βραδυτὴς ψυχῆς ἐν λόγοις καὶ πράξεσιν, ὁ δὲ ἀναίσθητος τοιοῦτός τις, οἷος λογισάμενος ταῖς ψήφοις καὶ κεφάλαιον ποιήσας ἐρωτᾶν τὸν παρακαθήμενον· Τί γίνεται; καὶ δίκην φεύγων καὶ ταύτην εἰσιέναι μέλλων ἐπιλαθόμενος εἰς ἀγρὸν πορεύεσθαι. καὶ θεωρῶν ἐν τῷ θεάτρῳ μόνος καταλείπεσθαι καθεύδων. καὶ πολλὰ φαγὼν καὶ τῆς νυκτὸς ἐπὶ θάκου ἀνιστάμενος ‹ἀποπλανώμενος› ὑπὸ κυνὸς τῆς τοῦ γείτονος δηχθῆναι. καὶ λαβών ‹τι› καὶ ἀποθεὶς αὐτός, τοῦτο ζητεῖν καὶ μὴ δύνασθαι εὑρεῖν. καὶ ἀπαγγέλλοντος αὐτῷ, ὅτι τετελεύτηκέ τις αὐτοῦ τῶν φίλων, ἵνα παραγένηται, σκυθρωπάσας καὶ δακρύσας εἰπεῖν· Ἀγαθῇ τύχῃ. δεινὸς δὲ καὶ ἀπολαμβάνων ἀργύριον ὀφειλόμενον μάρτυρας παραλαβεῖν. καὶ χειμῶνος ὄντος μάχεσθαι τῷ παιδί, ὅτι σικύους οὐκ ἠγόρασεν. καὶ τὰ παιδία ἑαυτοῖς παλαίειν ἀναγκάζων καὶ τροχάζειν εἰς κόπους ἐμβάλλειν. καὶ ἐν ἀγρῷ αὐτὸς φακῆν ἕψων δὶς ἅλας εἰς τὴν χύτραν ἐμβαλὼν ἄβρωτον ποιῆσαι. καὶ ὕοντος τοῦ Διὸς εἰπεῖν· †ἡδύ γε τῶν ἄστρων νομίζει, ὅτι δὴ καὶ οἱ ἄλλοι λέγουσι πίσσης καὶ λέγοντός τινος· Πόσους οἴει κατὰ τὰς Ἱερὰς πύλας ἐξενηνέχθαι νεκρούς; πρὸς τοῦτον εἰπεῖν· Ὅσοι ἐμοὶ καὶ σοὶ γένοιντο.
TRADUZIONE
La storditaggine, a volerla definire, è una lentezza di spirito nel dire e nell'agire; e lo stordito è un tale che, dopo aver fatto il calcolo con i sassolini ed aver tirato la somma, chiede a chi gli siede vicino: «Quanto fa?». E citato in giudizio, quando deve comparire in tribunale, se ne scorda e se ne va in campagna. E se assiste ad uno spettacolo, si addormenta e rimane solo in teatro. E dopo aver mangiato a crepapelle, costretto ad alzarsi nel cuore della notte per andare, appunto, al gabinetto, si fa mordere dalla cagna del vicino. E dopo aver ricevuto e riposto una cosa lui stesso, la cerca e non riesce a trovarla. E se qualcuno gli annunzia che è morto uno dei suoi amici, perché vada al funerale, rattristandosi in volto e piangendo esclama: «Con tanti auguri!». E se deve riscuotere denaro che gli è dovuto, è addirittura capace di prendere con sé testimoni. Ed in pieno inverno fa una strapazzata al servo, perché non gli ha comprato i cocomeri. E costringendo i suoi figli a fare alla lotta e a correre, li riduce addirittura allo sfinimento. 11 E quando in campagna cuoce le lenticchie per i figli, mette due volte il sale nella pentola, rendendole immangiabili. E quando piove, esclama: «È veramente piacevole il tempo!». E annovera tra gli astri splendenti tutto quello che gli altri dicono sia del colore della pece. E se qualcuno gli chiede: «Quanti morti pensi che siano usciti per la Porta Sacra?», risponde: «Quanti ne auguro a me e a te».
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L'AVARO
VERSIONE DI GRECO di Teofrasto
TRADUZIONE
L'avarizia è la brama d'un turpe guadagno e l'avaro ò un tale che, invitando altri, non mette a tavola pane sufficiente. Prende denaro a prestito da un ospite che viene a dimorare presso di lui. Distribuendo le porzioni. dice esser giusto che a chi distribuisce venga dato il doppio e subito lo assegna a se stesso. Quando commercia vino, all'amico lo dà mescolato con acqua. Soltanto allora va allo spettacolo conducendo i propri fidi quando gli impresari lasciano entrare gratuitamente. Assentandosi in missione pubblica, lascia a casa le provviste che riceve dalla città e prende a prestito dai compagni di missione; al servo che lo accompagna impone un carico superiore a quello che può portare e a lui dà viveri meno che a tutti gli altri; e dopo aver richiesta la sua parte dei doni ospitali, Ia vende. Ungendosi nel bagno e dicendo: ` ragazzo, tu hai comperato l'olio rancido ', si unge con quello degli altri. Delle monete ritrovate per istrada dai servi è capace di richiedere la sua parte, dicendo che il guadagno trovato è comune. Da il proprio mantello a lavare e présone a prestito un altro da un conoscente lo strascica per parecchi giorni, finché il padrone glielo ridomanda. Mostrando un amico di volergli vendere qualcosa a basso prezzo, lo compera e poi presolo io rivende. E per certo anche, dovendo pagare un debito di trenta mine, restituisce una somma di quattro dramme di meno. E se i figliuoli non sono andati a scuola a causa d'una indisposizione, sottrae in proporzione la mercede.
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LO SBADATO
VERSIONE DI GRECO di Teofrasto
TRADUZIONE dal libro Versioni di greco per il triennio
INIZIO: Ἒστι δὲ ἡ ἀναισθησία, ὡς ὃρῳ εἰπεῖν, βραδυτής ψυχῆς ἐν λόγοις
FINE: Καὶ ἐν ἀγρῷ αὐτὸς φακῆν ἓψων δὶς ἃλας εἰς τὴν χύτραν ἐμβαλὼν ἂβρωτον ποιῆσαι
TRADUZIONE
La storditaggine, a volerla definire, è una lentezza di spirito nel dire e nell'agire; e lo stordito è un tale che, dopo aver fatto il calcolo con i sassolini ed aver tirato la somma, chiede a chi gli siede vicino: «Quanto fa?». E citato in giudizio, quando deve comparire in tribunale, se ne scorda e se ne va in campagna. E se assiste ad uno spettacolo, si addormenta e rimane solo in teatro. E dopo aver mangiato a crepapelle, costretto ad alzarsi nel cuore della notte per andare, appunto, al gabinetto, si fa mordere dalla cagna del vicino. E dopo aver ricevuto e riposto una cosa lui stesso, la cerca e non riesce a trovarla. E se qualcuno gli annunzia che è morto uno dei suoi amici, perché vada al funerale, rattristandosi in volto e piangendo esclama: «Con tanti auguri!». E se deve riscuotere denaro che gli è dovuto, è addirittura capace di prendere con sé testimoni. Ed in pieno inverno fa una strapazzata al servo, perché non gli ha comprato i cocomeri. E costringendo i suoi figli a fare alla lotta e a correre, li riduce addirittura allo sfinimento. E quando in campagna cuoce le lenticchie per i figli, mette due volte il sale nella pentola, rendendole immangiabili. E quando piove, esclama: «È veramente piacevole il tempo!». E annovera tra gli astri splendenti tutto quello che gli altri dicono sia del colore della pece. E se qualcuno gli chiede: «Quanti morti pensi che siano usciti per la Porta Sacra?», risponde: «Quanti ne auguro a me e a te».