- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Itaque illam tuam praeclarissimam et sapientissimam vocem invitus audivi: "Satis diu vel naturae vixi vel gloriae. '' Satis, si ita vis, fortasse naturae, addo etiam, si placet, gloriae: at, quod maximum est, patriae certe parum. Qua re omitte istam, quaeso, doctorum hominum in contemnenda morte prodentiam: noli nostro periculo esse sapiens. Saepe enim venit ad auris meas te idem istud nimis crebro dicere, tibi satis te vixisse. Credo: sed tum id audirem, si tibi soli viveres, aut si tibi etiam soli natus esses. Omnium salutem civium cunctamque rem publicam res tuae gestae complexae sunt: tantum abes a perfectione maximorum operum, ut fundamenta nondum quae cogitas ieceris. Hic tu modum vitae tuae non salute rei publicae, sed aequitate animi definies? Quid, si istud ne gloriae tuae quidem satis est? cuius te esse avidissimum, quamvis sis sapiens, non negabis. Parumne igitur, inquies, magna relinquemus? Immo vero aliis quamvis multis satis, tibi uni parum. Quicquid est enim, quamvis amplum sit, id est parum tum, cum est aliquid amplius
Di conseguenza ho ascoltato malvolentieri quella tua affermazione piena di dignitosa saggezza: "Ho vissuto abbastanza sia rispetto ai miei anni sia rispetto alla mia gloria". Se proprio lo vuoi, hai vissuto abbastanza forse rispetto agli anni, aggiungiamo pure rispetto alla gloria, se lo desideri: ma di certo troppo poco rispetto alla patria, che è ciò che più importa. Per questo motivo lascia da parte - ti prego - questa saggezza da filosofo nel disprezzare la morte: non essere un sapiente a nostre spese! Spesso infatti è arrivato alle mie orecchie che tu vai ripetendo troppo di frequente questa medesima frase: che hai vissuto abbastanza per te. Credo che tu lo pensi davvero: ma io ti darei retta soltanto se tu vivessi per te solo o se tu fossi nato ancora per te solo. Invece le tue imprese ti hanno legato alla salvezza di tutti i cittadini e all'intera repubblica; e sei tanto lontano dal completamento delle tue opere più importanti che non hai ancora gettato le fondamenta che hai in animo di gettare. A questo punto tu vuoi limitare la durata della tua vita, tenendo conto non della salvezza della repubblica ma della serenità del tuo animo? E se io dicessi che tutto ciò non è sufficiente neppure per la gloria? Non negherai che, nonostante la tua saggezza, questa è una cosa cui aspiri moltissimo. Tu obietterai: "Lascerò forse opere poco grandi?". Tutt'altro: per gli altri, anche se numerosi, e abbastanza; per te solo è troppo poco, poiché qualunque cosa, per quanto grande sia, risulta piccola quando ce n'è un'altra. più grande
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Est enim amicitia nihil aliud nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benivolentia et carita te consensio; qua quidem haud scio an, excepta sapientia, quicquam melius homini sit a dis immortalibus datum. Divitias alii praeponunt, bonam alii valetudinem, alii potentiam, alii honores, multi etiam voluptates. Beluarum hoc quidem extremum; illa autem superiora caduca et incerta sunt, posita non tam in consiliis nostris, quam in fortunae temeritate. Qui autem in virtute summum bonum ponunt, praeclare sentiunt illi quidem; sed haec ipsa virtus amicitiam et gignit et continet; nec sine virtute amicitia esse ullo pacto potest.
Infatti, l’amicizia non è niente altro se non un’armonia di tutte le cose divine e umane con la benevolenza e l’affetto; di essa certamente non sono a conoscenza se, tranne la sapienza, qualcosa di meglio sia stato dato agli uomini dagli dei immortali. Alcuni danno più valore alle ricchezze, altri alla buona salute, altri al potere, altri agli onori, molti anche ai piaceri. Quest’ultimo atteggiamento è tipico delle bestie; invece le altre cose (sono) caduche e inaffidabili, poste non tanto nei nostri intenti quanto nella volubilità del caso. D’altra parte, quelli che collocano il sommo bene nella virtù, agiscono nella maniera più opportuna ma questa stessa virtù genera e mantiene l’amicizia, né senza la virtù l’amicizia può esistere.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Ut primum ex pueris excessit Archias, atque ab eis artibus quibus aetas puerilis ad humanitatem informari solet se ad scribendi studium contulit, primum Antiochiae--nam ibi natus est loco nobili--celebri quondam urbe et copiosa, atque eruditissimis hominibus liberalissimisque studiis adfluenti, celeriter antecellere omnibus ingeni gloria contigit. Post in ceteris Asiae partibus cunctaeque Graeciae sic eius adventus celebrabantur, ut famam ingeni exspectatio hominis, exspectationem ipsius adventus admiratioque superaret. Erat Italia tunc plena Graecarum artium ac disciplinarum, studiaque haec et in Latio vehementius tum colebantur quam nunc eisdem in oppidis, et hic Romae propter tranquillitatem rei publicae non neglegebantur. Itaque hunc et Tarentini et Regini et Neopolitani civitate ceterisque praemiis donarunt; et omnes, qui aliquid de ingeniis poterant iudicare, cognitione atque hospitio dignum existimarunt. hac tanta celebritate famae cum esset iam absentibus notus, Romam venit Mario consule et Catulo
Intorno ai quindici anni, Archia, di nobili origini abbandonò quelle materie di studio utili solitamente ad avvicinare i più piccoli alla cultura e incominciò a scrivere poesie; dapprima, grazie al suo talento, riscosse su tutti un immediato successo nella natia Antiochia, città a quel tempo famosa, ricca e sede di vivaci scambi culturali. In seguito, in ogni regione dell'Asia e in tutta la Grecia il suo arrivo era accolto con grande entusiasmo: l'aspettativa superava la fama del suo ingegno, ma poi, al suo arrivo, l'ammirazione superava ogni attesa. A quel tempo in Italia si coltivava con passione la cultura greca: nelle città del Lazio ci si dedicava a quello studio con maggiore dedizione di quanto si faccia oggi nelle stesse località, e anche qui a Roma, città allora tranquilla sotto il profilo politico. Ecco perché gli abitanti di Taranto, Reggio e Napoli concessero ad Archia il diritto di cittadinanza e altri riconoscimenti: chiunque fosse in grado di apprezzare le persone di talento, desiderava vivamente conoscerlo e ospitarlo in casa sua. Con questa fama che si era diffusa ovunque, anche in luoghi da lui mai visitati, arrivò a Roma al tempo del consolato di Mario e Catulo.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Hoc ipso fere tempore Strato ille medicus domi furtum fecit et caedem eius modi. Cum esset in aedibus armarium in quo sciret esse nummorum aliquantum et auri, noctu duos conservos dormientis occidit in piscinamque deiecit; ipse armari fundum exsecuit ett auri quinque pondo abstulit uno ex servis puero non grandi conscio. Furto postridie cognito omnis suspicio in eos servos qui non comparebant commovebatur. Cum exsectio illa fundi in armario animadverteretur, homines quonam modo fieri potuisset requirebant. Quidam ex amicis Sassiae recordatus est se nuper in auctione quadam vidisse in rebus minutis aduncam ex omni parte dentatam et tortuosam venire serrulam qua illud potuisse ita circumsecari videreturNe multa, perquiritur a coactoribus, invenitur ea serrula ad Stratonem pervenisse. Hoc initio suspicionis orto et aperte insimulato Stratone puer ille conscius pertimuit, rem omnem dominae indicavit; homines in piscina inventi sunt, Strato in vincula coniectus est
Versione stesso titolo altro libro
testo latino diverso
Hoc ipso fere tempore Strato ille medicus domi furtum fecit et caedem eius modi. Cum esset in aedibus armarium in quo sciret esse nummorum aliquantum et auri, noctu duos conservos dormientis occidit in piscinamque deiecit; ipse armari fundum exsecuit et HS et auri quinque pondo abstulit uno ex servis puero non grandi conscio. Furto postridie cognito omnis suspicio in eos servos qui non comparebant commovebatur. Cum exsectio illa fundi in armario animadverteretur, homines quonam modo fieri potuisset requirebant.
Il medico Stratone, proprio in quel tempo, commise nella casa un furto ed un omicidio di questo genere C'era nella casa un armadio, nel quale egli sapeva che c'era una somma in contanti e una certa quantità d'oro: nottetempo egli ammazzò nel sonno due compagni di schiavitù e li buttò nella cisterna; tagliò il fondo dell'armadio e rubò sesterzi e cinque libbre d'oro; era suo complice un giovane schiavo. Il giorno dopo, quando si scoprì il furto, tutti i sospetti si appuntavano sui due schiavi che erano scomparsi. Ci si accorse del foro nel fondo dell'armadio e tutti si domandavano come lo si fosse potuto fare. Allora uno degli amici di Sassia si ricordò di avere visto, poco tempo prima, che in un'asta veniva messa in vendita una sega ricurva e provvista di denti su ogni lato; sembrava che con uno strumento così si potesse fare un foro circolare. Per farla breve, si fa un'indagine presso i cassieri d'asta e si scopre che quella sega era arrivata a Stratone. Questo fu il primo indizio; quando si accusò apertamente Straone, il giovane complice ebbe paura e rivelò tutto alla sua padrona. Furono ritrovati i cadaveri nella cisterna, Stratone fu arrestato
Versione stesso titolo altro libro
testo latino diverso
Proprio in quel periodo im medico stratone commise un furto in casa ed iun omicidiodi questo genere. Essendoci in casa un armadio nel quale sapeva esserci una discreta quantità di monete e di oro i due compagni di schiavitú che dormivano e li getto nella cisterna taglio il fondo dell'armadio e rubo cinque libbare d'oro con la complicita di un giovane schiavo. venuto a sapere il giorno dopo il furto tutti i sospetti si appuntavano su quei servi che non erano presenti poiche ci si accorse che il fondo dell'armadio era stato segato gli uomini si chiedevano come fosse potuto accadere.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Non lubet mihi deplorare vitam, quod multi et docti saepe fecerunt, neque me vixisse paenitet, quoniam ita vixi, ut non frustra me natum existimem, et ex vita ita discedo tamquam ex hospitio, non tamquam domo. Commorandi enim natura devorsorium nobis, non habitandi dedit. O praeclarum diem, cum in illud divinum animorum concilium coetumque proficiscar cumque ex hac turba et conluvione discedam! Proficiscar enim non ad eos solum viros, de quibus ante dixi, verum etiam ad Catonem meum, quo nemo vir melior natus est, nemo pietate praestantior; cuius a me corpus est crematum -quod contra decuit ab illo meum-, animus vero, non me deserens sed respectans, in ea profecto loca discessit, quo mihi ipsi cernebat esse veniendum. Quem ego meum casum fortiter ferre visus sum, non quo aequo animo ferrem, sed me ipse consolabar, existimans non longinquum inter nos digressum et discessum fore.
Traduzione
Non mi piace deplorare la vita, come hanno fatto spesso molti, persino saggi, e non mi pento di aver vissuto perché ho vissuto in modo tale che credo di non essere nato invano. E lascio la vita come un albergo, non come una casa: la natura, infatti, ha messo a nostra disposizione un alloggio per farvi una sosta, non per abitarvi. O splendido il giorno in cui partirò per quel divino consesso di anime e taglierò i ponti con questa immonda confusione! Me ne andrò non solo per unirmi a quegli uomini, di cui ho parlato prima, ma soprattutto al mio Catone, del quale non è mai nato uomo migliore o superiore per amore filiale. Ho cremato il suo corpo, quando lui avrebbe dovuto cremare il mio, ma la sua anima non mi ha abbandonato: volgendosi a guardarmi, se ne andava in quel mondo che, come sapeva, avrei raggiunto anch'io. Se vi è parso che sopportassi con coraggio questa mia disgrazia, sappiate che in me non c'era indifferenza, ma intimamente mi consolavo al pensiero che il nostro distacco e la nostra separazione non sarebbero durati a lungo
Analisi della versione