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Hoc meditatum ab adulescentia debet esse mortem ut neglegamus, sine qua meditatione tranquillo animo esse nemo potest. Moriendum enim certe est, et incertum an hoc ipso die. Mortem igitur omnibus horis impendentem timens qui poterit animo consistere?De qua non ita longa disputatione opus esse videtur, cum recorder non L. Brutum, qui in liberanda patria est interfectus, non duos Decios, qui ad voluntariam mortem cursum equorum incitaverunt, non M. Atilium, qui ad supplicium est profectus, ut fidem hosti datam conservaret, non duos Scipiones, qui iter Poenis vel corporibus suis obstruere voluerunt, non avum tuum L. Paulum, qui morte luit conlegae in Cannensi ignominia temeritatem, non M. Marcellum, cuius interitum ne crudelissimus quidem hostis honore sepulturae carere passus est, sed legiones nostras, quod scripsi in Originibus, in eum locum saepe profectas alacri animo et erecto, unde se redituras numquam arbitrarentu
Si deve riflettere fin da giovani su questo: non dobbiamo preoccuparci della morte. Senza tale riflessione nessuno può vivere sereno. Che si debba morire, infatti, è sicuro, non è sicuro se proprio oggi. Come potrà colui che teme la morte, che incombe a ogni istante, mantenere la propria fermezza di spirito?Non è il caso di spendere, credo, troppe parole sull'argomento: mi basta ricordare non dico Lucio Bruto, che fu ucciso nel liberare la patria, non i due Deci, che spronarono i cavalli a morte volontaria, non Marco Attilio, che andò al supplizio per non tradire la parola data al nemico, non i due Scipioni, che vollero sbarrare la strada ai Cartaginesi persino con il proprio corpo, non tuo nonno, Lucio Paolo, che nella vergogna di Canne pagò con la morte la temerarietà del collega, non Marco Marcello, la cui vita neppure il più crudele dei nemici osò privare dell'onore della sepoltura, ma le nostre legioni, come ho scritto nelle Origini, spesso partite con animo acceso e fiero per una meta da cui pensavano di non tornare mai più.
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Vigorosa difesa della vecchiaia
Autore: Cicerone
Versione da nuovo comprendere e tradurre p. 143 n°214
Apud Homerum saepissime Nestor de virtibus suis praedicat neque insolens aut procax videtur. Etenim - ut ait Homerus - "ex eius lingua melle dulcior fluebat oratio", quam ad suavitatem nullis egebat corporis viribus. Et tamen Agamennon, dux ille Graeciae, nusquam optat ut Aiacis similes habeat decem, sed ut Nestoris. Sed redeo ad me. Ego minus habeo virium quam vestrum utervis, Laeli, et Scipio. Ne vos quidem T. Ponti centurionis vires habetis; num idcirco est ille praestantior? Cursus est certus aetatis suaque cuique parti aetatis tempestivitas est data, ut et infirmitatas puerorum et ferocitas iuvenum et gravitas iam constantis aetatis et senectutis maturitas naturale quiddam habeat, quod suo tempore percipi debeat. Non sunt in senectute vires, ne postulantur quidem vires a senectute. Potest autem exercitatio et temperantia etiam in senectute conservare aliquid pristini roboris. Ut petulantia, ut libido magis est adulescentium quam senum, nec tamen omnium adulescentium, sed non proborum, sic senilis stultitia, quae deliratio appellari solet, senum levium est, non omnium. Habet senectus praesertim honorata tantam auctoritatem ut pluris sit quam omnes adulescentiae vires.
In Omero Nestore parla molto frequentemente delle sue virtù e non sembra insolente o arrogante. E infatti - come dice Omero - "dalla sua lingua il discorso fluiva più dolce del miele", ma per questa soavità non aveva bisogno di nessuna forza fisica.
E tuttavia Agamennone, il famoso condottiero della Grecia, in nessun luogo desidera avere dieci uomini simili ad Aiace, ma a Nestore. Ma torno a me. Io ho meno energie che chiunque di voi due, Lelio e Scipione.
Neppure voi avete le energie del centurione T. di Ponte; forse che per questo motivo lui è più capace?Il procedere dell'età è sicuro, e a ciascuna parte della vita è stato assegnato il suo tempo giusto, di modo che sia la debolezza dei ragazzi, sia la fierezza dei giovani, sia la gravità dell'età ormai matura che la maturità della vecchiaia abbiano qualcosa di naturale, che dev'essere colto a suo tempo. Non ci sono forze nella vecchiaia, ma neppure sono richieste le forze dalla vecchiaia.
Possono d'altra parte l'esercizio e la temperanza, conservare anche in vecchiaia qualcosa della forza passata. Come l'insolenza, come il piacere sono più tipici dei giovani che dei vecchi, eppure non di tutti i giovani, ma di quelli non virtuosi, così la demenza senile, che è di solito chiamata rimbambimento, è tipica dei vecchi sciocchi, non di tutti. La vecchiaia specialmente onorata ha tanta autorevolezza che vale di più di tutte le forze della gioventù.
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La villa rustica del capofamiglia Versione latino Cicerone
LIBRO Novo genus e Genius Loci
Traduzione È utile che il capofamiglia abbia una villa rustica ben costruita, una cantina olearia, una vinaria, molte botti per il riposo affinché si voglia aspettare il rincaro dei prezzi: ciò gioverà al patrimonio, al merito, alla buona fama. È necessario avere buoni torchi, affinché il lavoro possa essere ben svolto. Appena siano raccolte le olive, si faccia subito l'olio affinché non si perdano. Pensa che ogni anno giungono grandi intemperie e le olive sono solite cadere. Se le raccoglierai subito e saranno pronti i vasi del torchio, non deriverà alcun danno dalle intemperie e l'olio sarà più verde e di buona qualità. Se l'oliva resterà troppo a lungo in terra o sul tavolato, imputridirà e l'olio risulterà di gusto sgradevole; da qualsiasi specie di olive si può fare buon olio verde, se rispetterai i tempi.
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Nos vero, siquidem in voluptate sunt omnia, longe multumque superamur a bestiis, quibus ipsa terra fundit ex sese pastus varios atque abundantes nihil laborantibus, nobis autem aut vix aut ne vix quidem suppetunt multo labore quaerentibus. Nec tamen ullo modo summum pecudis bonum et hominis idem mihi videri potest. Quid enim tanto opus est instrumento in optimis artibus comparandis? Quid tanto concursu honestissimorum studiorum, tanto virtutum comitatu, si ea nullam ad aliam rem nisi ad voluptatem conquiruntur? Ut, si Xerxes, cum tantis classibus tantisque equestribus et pedestribus copiis Hellesponto iuncto, Atone perfosso, mari ambulavisset terra navigavisset, si, cum tanto impetu in Graeciam venisset, causam quis ex eo quaereret tantarum copiarum tantique belli, mel se auferre ex Hymetto voluisse diceret, certe sine causa videretur tanta conatus (esse), sic nos sapientem plurimis et gravissimis artibus atque virtutibus instructum et ornatum omne caelum totamque cum universo mari terram mente complexum voluptatem petere si dicemus, mellis causa dicemus tanta molitum (esse).
Ma noi, se (pur sia vero) che tutto (il bene) consiste nel piacere, siamo superati di gran lunga dalle bestie, per le quali la terra stessa offre da sè diversi e abbondanti frutti senza che esse facciano alcuna fatica; a noi invece, che cerchiamo di procurarceli con molto lavoro, bastano a malapena, anzi neanche a mala pena. Ciononostante, in nessun modo può sembrarmi plausibile che il sommo bene dell'animale e dell'uomo sia lo stesso. Perché, infatti, sarebbe necessario un così grande apparato di mezzi nel rendere praticabili le arti in assoluto migliori? A cosa servirebbe una così grande cooperazione di studi di alto livello, un così grande aggregato di capacità, se ciò lo si ricercasse per nessun altro fine che non sia il piacere? Allo stesso modo in cui se Serse avesse camminato sul mare e navigato sulla terra con flotte tanto grandi e con truppe di cavalleria e fanteria tanto numerose, dopo aver unito (le rive) dell'Ellesponto e perforato (il monte) Athos; se, dopo essere giunto in Grecia con tale spiegamento di tanto impeto qualcuno gli avesse chiesto il motivo di cotanto spiegamento di forze e di contanta guerra, ed egli avesse detto di aver voluto portar via il miele dall'Imetto, certamente sembrerebbe che egli abbia compiuto tanti (sforzi) per nulla, se noi diremo che il saggio, (che si sia) equipaggiato ed arricchito di moltissime e difficilissime scienze e capacità, (nel tentativo piuttosto di) abbracciare con la mente tutto il cielo e tutta la terra con l'intero mare, (se diremo che) va in cerca di piacere, sarà come dicessimo che ha prodotto (sforzi) tanto grandi (solo) per prendere del miele (costr. causa + gen. ).
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Singulari vir ingenio Aristoteles et paene divino scribit Eudemum Cyprium, familiarem suum, iter in Macedoniam facientem Pheras venisse, quae erat urbs in Thessalia tum admodum nobilis, ab Alexandro autem tyranno crudeli dominatu tenebatur; in eo igitur oppido ita graviter aegrum Eudemum fuisse, ut omnes medici diffiderent; ei visum, in quiete, egregia facie iuvenem dicere fore ut perbrevi convalesceret, paucisque diebus interiturum Alexandrum tyrannum, ipsum autem Eudemum quinquennio post domum esse rediturum. Atque ita quidem prima statim scribit Aristoteles consecuta: et convaluisse Eudemum, et ab uxoris fratribus interfectum tyrannum; quinto autem anno exeunte, cum esset spes ex illo somnio in Cyprum illum ex Sicilia esse rediturum, proeliantem eum ad Syracusas occidisse; ex quo ita illud somnium esse interpretatum, ut, cum animus Eudemi e corpore excesserit, tum domum revertisse videatur.
Aristotele, uomo di ingegno straordinario e pressoché divino, forse si inganna o vuole ingannare gli altri quando scrive che Eudemo di Cipro, suo amico, camminando verso la Macedonia, giunse a Fere, che era in quel tempo una celeberrima città in Tessaglia, ma era posseduta con un crudele potere assoluto dal tiranno Alessandro; in quella città dunque, fu malato Eudemo tanto gravemente che tutti i medici si disperavano; gli appari' in sogno un giovane di rara bellezza che gli disse che sarebbe guarito prestissimo e che il tiranno Alessandro sarebbe morto dopo pochi giorni, mentre proprio Eudemo avrebbe fatto ritorno in patria dopo cinque anni. E così Aristotele scrive che veramente i primi eventi accaddero subito, sia che Eudemo guarì, sia che il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie; alla fine del quinto anno, nonostante ci fosse l'aspettativa, in seguito a quel famoso sogno, che egli sarebbe tornato dalla Sicilia aCipro, lo uccisero presso Siracusa, mentre combatteva; e per questo quel sogno fu interpretato in tal maniera che, avendo l'anima di Eudemo abbandonato il corpo, sembrò che in quel momento tornasse in patria. traduzione di altro utente Aristotele, uomo di singolare e direi quasi intelligenza divina scrive che Eudemo di Cipro, suo amico, facendo (nel senso di mentre andava) verso la Macedonia giunse a Fere; dunque Eudemo si ammalò in quella città così gravemente, che tutti i medici (si) disperavano. A Eudemo nel sonno parve che un giovane dall’aspetto nobile affermasse che lui sarebbe guarito in breve tempo, e in pochi giorni sarebbe morto il tiranno Alessandro e un cinque anni dopo egli avrebbe fatto ritorno nella sua patria. E Aristotele scrive che davvero ciò accadde, che Eudemo guarì e che il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie; invece alla fine del quinto anno, essendoci la speranza in base a quel sogno che lui sarebbe tornato dalla Sicilia a Cipro, egli invece morì combattendo a Siracusa; (Aristotele di che) in conseguenza di ciò (nesso relativo) quel sogno fu interpretato così, cioè che, quando l'anima di Eudemo avrà abbandonato il corpo, allora sembra essere tornata a casa.