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Theseus, Aegei filius, a monstris atque multis piratis Graeciam liberavit. Nova pericula adsidue expetebat, quia gloriam vehementer exoptabat. Nam multa ac mira Thesei incepta fuerunt. In Creta insula Minotaurum necavit, monstrum ferum inter virum et taurum. Minotaurus vivebat in labyrintho, aedificio immenso et impervio. Quotannis autem Athenarum incolae, antiquo pacto, nonnullos pueros et septem puellas monstro immolabant. Theseus igitur gladio monstrum necare statuit. Ideo, pulchrae Ariadnae auxilio, arduum conatum paravit et perfecit. Puella viro dilecto longum filum laneum dedit: nam varias labyrinthi vias filo agnoscere poterat. Ita animosus vir in medium labyrinthum pervenit, ubi monstrum foedum gladio necavit. Deinde, fili auxilio, ex caeco labyrintho integer excessit.
Teseo, figlio di Egeo, liberò la Grecia dai mostri e da molti pirati. Bramava assiduamente nuovi pericoli, poiché desiderava violentemente la gloria. Infatti molte e meravigliose furono le imprese di Teseo. Sull'isola di Creta uccise il minotauro, un mostro feroce metà uomo e metà toro. Il minotauro viveva in un labirinto, una costruzione immensa e inacessibile. Ogni anno d'altra parte i cittadini di Atene, per antico patto, immolavano al mostro qualche ragazzo e sette fanciulle. Teseo allora stabilì di uccidere il mostro con la spada. Per questo motivo, con l'aiuto della fanciulla Arianna, preparò e compì il difficile compito. La fanciulla diede all'amato ragazzo un lungo filo di lana: infatti poteva riconoscere le diverse vie del labirinto col filo. Così il coraggioso uomo giunse al centro del labirinto, dove uccise il ripugnante mostro con la spada. In seguito, con l'aiuto del figlio, si allontanò incolume dal cieco labirinto.
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dal libro scrinium-pag 39 n 22
Clarus dux fuit Alcibiades atque Athenis munera publica explevit...de Alcibiade et de eius negotiis.
Alcibiade fu un famoso comandante e adempì gli incarichi pubblici ad Atene. Dotato di singolare virtù e ingegno, imparò tutte le discipline e le dottrine liberali. Inoltre fu esperto di eloquenza e ben fornito di saggezza. Tra i cittadini di Atene era molto noto e suscitava l'ammirazione soprattutto delle donne per il bell'aspetto del corpo. Quindi alcune persone accusavano Alcibiade di superbia e di vanità. Ma Alcibiade tollerava minimamente la fama di tal fatto; perciò tagliò la coda al cane di famiglia. Allora gli amici chiesero la causa della crudele amputazione.
E Alcibiade: .
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Quodam tempore agricola, cum in mercatum ivisset, duos equos emit ex eadem matre natos atque forma et vi similes. Deinde magna cura eos alere coepit: at alter docilem et mansuetum se praebebat, alter contra dominum novum obstinate oderat et libertatis cupidissimus erat. Tum equum indocilem agricola vendidit et illum qui habenas non recusabat retinuit. At olim, quadam nocte procellosa et pluvia, factum est ut duo equi stabulo eiusdem deversorii exciperentur. Ibi caupo commodum et amplum cubile paravit equo quem dominus diligebat; alter autem in nuda humo iacuit. Tum equus miser, cum ad comitem se verteret: "Tibi - inquit - utilissima mansuetudo fuit; mihi vero plurima incommoda et molestias libertatis cupiditas adtulit. Ego tamen tuae mansuetudini inerti et turpi libertatem meam praeferam".
un tempo un contadino, essendo andato al mercato, comprò 2 cavalli nati dalla stessa madre e simili per forma e forza, poi con grande cura cominciò ad allevarli: ma uno docile e mansueto si mostrava, l’altro il nuovo padrone ostinatamente odiava ed era assai desideroso della libertà. Allora il contadino vendette il cavallo ribelle e tenne quello che non rifiutava l’avena. Ma una volta, durante una notte scura e tempestosa, accadde che i 2 cavalli si trovarono nella stalla dello stesso ospite. Qui ottenne dall’oste un comodo e ampio giaciglio per il cavallo che il padrone preferiva; mentre l’altro giacque sulla nuda terra. Allora l’infelice cavallo, rivoltosi al compagno, disse: ” la mansuetudine ti è stata molto utile; in verità il desiderio di libertà mi arrecò moltissimi disagi e fastidi. Tuttavia io preferivo la mia libertà alla tua mansuetudine inerte e vergognosa”.
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Rerum scriptores tradunt M. Tullium Ciceronem suum genus duxisse a Tullio Accio, Voscorum rege. Adhuc puer, ut constat, ductus a patre in Urbem, claris magistris traditus est, ut optimas ab iis artes disceret. Adulescens eloquentiam et libertatem suam in Rosciano iudicio ostendit; quare invidiam Sillanorum, qui rei publicae praeerant, sibi conflavit. Itaque, ut vitae periculum vitaret, Athenas, Atticae totiusque Graeciae clarissimam urbem, se contulit, ubi Antiochum, praestantissimum philosophum, audire voluit. Postea, cum Romam rediisset et consul creatus esset, coniuratione Catilinae detecta, omnes conscios morte punivit; qua re paulo post in exilium pulsus est, unde Pompei opera domum revocatus est. Post civile bellum Cicero, qui Marco Antonio vehementissime atque adsidue adversatus erat, ab eius satellitibus Formiis occisus est eiusque caput ad saevissimum illum inimicum delatum est.
Gli scrittori tramandano che Marco Tullio Cicerone abbia derivato la sua stirpe da Tullio Accio, re dei Volsci. Ancora fanciullo, come risulta, condotto dal padre a Roma, fu affidato a famosi maestri per imparare da loro le ottime arti. Adolescente dimostrò la sua eloquenza e liberalità nel processo di Roscio; per questo si attirò l’invidia dei Sillani, i quali erano a capo dello stato. Così, per evitare il pericolo di vita, si portò ad Atene, città famosissima dell’Attica e di tutta la Grecia, dove volle ascoltare Antioco, filosofo molto insigne. Poi, ritornato a Roma ed eletto console, scoperta la congiura di Catilina, punì con la morte tutti i congiurati; per questo poco dopo fu mandato in esilio, da cui fu richiamato in patria per opera di Pompeo. Dopo la guerra civile Cicerone, che si era opposto sempre e con veemenza a Marco Antonio, fu ucciso a Formia dai suoi sicari e la sua testa fu portata al suo crudelissimo nemico.
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Minerva
Autore: sconosciuto
da Scrinium
Minerva erat statura procera atque forma venusta. Sempre galeam cristatam induebat et in dextera longam hastam adsidue gestebat. Dea erat etiam litterarum patrona. Olea et noctua sacrae Minervae erant. Sub deae tutela poetae, discipuli magistri erant: idcirco in sacris (nelle feste) minervae discipuli magistros laete celebrant. Puellae atque matronae athenarum rosarum coronis deae aras ornabant. In Sicilia incolae aras sacras minervae aedificant. Greciae atque romae incolae pretiosis statuis et argenti set aurei set marmoreis deam honorabant atque multis victimis iram minervae placabant.
Minerva era di statura alta e di bell'aspetto. Sempre indossava un elmo crestato e portava spesso una lunga asta nella mano destra. La dea era la protettrice della letteratura. A Minerva erano sacre la notte e l'olivo. Sotto la tutela della dea c'erano i poeti, i maestri e gli studentii: nelle feste di Minerva gli alunni celebrano i maestri. Le fanciulle e le donne di Atene ornavano gli altari della dea con corone di rose. In Sicilia gli abitanti costruiscono altari sacri a Minerva. In Grecia e a Roma gli abitanti onoravano la dea con statue di argento o oro o marmo e placavano l'ira di Minerva con molte vittime sacrificali.