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Quis Carthaginiensium pluris fuit Hannibale consilio, virtute, rebus gestis, qui unus cum tot imperatoribus nostris per tot annos de imperio et de gloria decertavit? Hunc sui cives e civitate eiecerunt: nos etiam hostem litteris nostris et memoria videmus esse celebratum. Qua re imitemur nostros Brutos, Camillos, Ahalas, Decios, Curios, Fabricios, Maximos, Scipiones, Lentulos, Aemilios, innumerabilis alios qui hanc rem publicam stabiliuerunt; quos equidem in deorum immortalium coetu ac numero repono. Amemus patriam, pareamus senatui, consulamus bonis; praesentis fructus neglegamus, posteritatis gloriae serviamus; id esse optimum putemus quod erit rectissimum; speremus quae volumus, sed quod acciderit feramus; cogitemus denique corpus virorum fortium magnorumque hominum esse mortale, animi vero motus et virtutis gloria sempiternam
Chi tra i Cartaginesi fu superiore ad Annibale per la saggezza, per il valore e e per le gesta, quale l’unico che combattè per tanti anni contro tanti nostri condottieri per la supremazia e per la gloria? I suoi concittadini scacciarono questo dalla città: invece noi osserviamo che, il nemico, è stato celebrato nella nostra letteratura e nella storia. Pertanto imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Ahala, Decii, Curii, Fabrizi, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilii e moltri altri che hanno reso solido questo Stato; io, li pongo per me (dal canto mio) nel novero e nell’assemblea degli dei immortali. Amiamo la patria, obbediamo al senato, provvediamo alle persone oneste; trascuriamo i vantaggi immediati, operiamo per la gloria presso i posteri; riteniamo che la cosa migliore sia quella che sarà la più giusta; speriamo ciò che vogliamo, ma tolleriamo ciò che accadrà; infine rendiamoci conto che il corpo degli uomini forti e dei grandi uomini è mortale, mentre la vita dell’anima e la gloria della virtù sono eterne (lett. singolare)
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Arachne, virgo ex Lydia oriunda, telas summo artificio texebat atque mirifice acu pingebat. Quia eius peritia magnis laudibus tota Lydia celebrabatur, olim Arachne magna cum superbia coram omnibus cum Minerva, artium dea, se comparaverat. Tum dea, cum rem cognovit, anili habitu in Lydiam ad virginam venit et monuit: "Nulla mortalis mulier artificio te vincit, sed certe Minervae deae impar es!". Quod Arachne Minervae arroganter responderat: "Quoniam telae meae mirabilis sunt, ego Minervae impar non sum: ne dea quidem Arachnem peritia superat!", dea irata exclamavit: "Cum poenam ob superbiam tuam cognoveris, frustra veniam meam petes. Semper filo dependebi, fila deduces telasque in aeternum texes", statimque miseram virginem in araneam convertit.
Aracne, fanciulla originaria della Lidia, tesseva con grande arte le tele e le ricamava (pingere acu) meravigliosamente. Poiché la sua arte era celebrata con grandi elogi in tutta la Lidia, un giorno Aracne si era messa a confronto con gran superbia con Minerva, dea delle arti, davanti a tutti. Allora la dea, quando venne a sapere (questo) fatto, giunse in Lidia dalla fanciulla con sembianze da vecchia e l’ammonì: “Nessuna donna mortale ti supera nell’arte, ma certamente tu sei inferiore alla dea Minerva!”. Poiché Aracne superbamente aveva risposto a Minerva: “ Dal momento che le mie tele sono meravigliose, io non sono inferiore a Minerva: neppure una dea supera Aracne in abilità!”, la dea irritata esclamò: “Quando conoscerai il castigo per la tua superbia, invano cercherai il mio perdono. Penderai per sempre da un filo, trarrai i fili e tesserai tele in eterno”, e subito mutò la povera fanciulla in ragno.
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Octavianus, Caesaris nepos, Marcus Antonius, qui eius legatus fuerat, et Lepidus triumviri creati sunt, ut mortem Caesaris vindicarent atque Brutum et Cassium, eius interfectores, punirent. Brutus et Cassius interim ingentes copias peditum equitumque paraverant. Erant enim in Macedonia et in Asia multi exercitus, quos sibi adsciverunt. Octavianus et Antonius cum ex Italia in Greciam copias traduxissent, castra moverunt contra eos; Lepidus Romae remanserat ut Italiam defenderet. Apud Philippos, Macedoniae urbem, acerrime pugnatum est. Primo proelio Cassius exercitum Octaviani superavit, at ipse pugnans cecidit. Secundo proelio Octavianus vicit atque profligavit Brutum plurimosque nobiles, qui cum eo bellum gesserant. Brutus, ne in manus adversarii incideret, ipse se interfecit. Postae victores rem publicam inter se diviserunt: Lepidus Africam tenuit, Octavianus Hispaniam, Galliam et Italiam, Antonius Asiam, Pontum et Orientem.
Ottaviano, nipote di Cesare, Marco Antonio, che era stato suo luogotenenete, e Lepido, furono eletti triumviri, per vendicare la morte di Cesare e punire Bruto e Cassio, i suoi assassini. Frattanto Bruto e Cassio avevano allestito ingenti truppe di fanti e di cavalieri. Vi erano infatti in Macedonia ed in Asia molti eserciti, che raccolsero attorno a sé. Ottaviano ed Antonio, avendo fatto passare le truppe dall'Italia in Grecia, mossero il campo contro di essi; Lepido era rimasto a Roma per difendere l?Italia. Presso Filippi, città della Macedonia, si combatté molto accanitamente. In una prima battaglia Cassio sconfisse l'esercito di Ottaviano, ma egli stesso cadde combattendo. In una successiva battaglia Ottaviano sconfisse e mise in fuga Bruto e parecchi nobili, che avevano fatto la guerra assieme a lui. Bruto, per non cadere nelle mani dell'avversario, si suicidò. Quindi i vincitori si spartirono lo stato: Lepido tenne l'Africa, Ottaviano la Spagna, la Gallia e l'Italia, Antonio l'Asia, il Ponto e l'Oriente.
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Rege audoino mortu, Alboiuns ad regendam patriam omnium consensu accessit. Qui cum famosissimus et viribus clarum ubique nomen haberet, Chlotarius rex francorum ei suam filiam in matrimonium dedit. Mortuus es Avaribus foedus perpetuum iniit, deinde ad bellum contra Gepidos profectus est. Cum hiadversus Langobardos properarent, avàres, ut cum Alboino statuerant, eorum patriam invaserunt. Tristis ad Cunimundum nuntius veniens, edixit Avares eius fines invasisse. Qui, animo prostratus, tamen hortatus est suos ut primum cum Langobardis confligerent, deinde Avarum exercitum e patria pellerent. Commisso proelio, utrimque totis viribus pugnt interea Turisindus rex Gepidorum, cui sucessit in regno Cunimundus. Qui vendicare veteres Gepidorum iniuras cupiens, rupto cum longobardis foedere, iis bellum indixit. Alboinus vero cumatum est. Denique Langobardi victores exstiterunt et tantà irà in gepidos saevierunt, ut eos ad internecionem delerent atque ex magna militum multitudine unus superesset qui caedem deferret. In eo proelio Alboinus Cunimundum occidit, cuius filiam, nomine Rosimundam, cepit et postea uxorem duxit. Tunc Langobardi tantam praedam adepti sunt ut iam ad amplissimas divitias pervenirent. Deceduto (morto)
il re Audoino, Alboino con consenso generale successe a guidare la patria. Poichè quello aveva agli uomini (alle orecchie degli uomini) un nome molto famoso e rinomato Clotario Re dei Franchi gli offrì in sposa la figlia. Turisindo re dei Gepiti intanto era morto, a questo successe nel regno Cunimondo. Quello bramando vendicare gli anziani dei Gepidi, rotta l'alleanza con i Longobardi, proclamò loro guerra. In vero Alboino aveva un patto perenne con gli Avari, (e quindi) partì in guerra contro i Gepidi. Affrettandosi contro i Longobardi, gli Avari, che avevano un patto con Alboino, invasero la loro patria. Arrivando a Cunimondo un messaggero triste, (questo messaggero) disse che gli Avari avevano invaso i suoi confini. Quello, (nonostante fosse) distrutto nell'animo, tuttavia esortò i suoi per scontrarsi subito con i Longobardi, e per finalmente scacciare dalla patria l'esercito degli Avari. Stabilito il combattimento, si combatteva con tutte le forze da entrambe le parti. Infine i Longobardi furono i vincitori e si scagliarono con tanta ira contro i Gepidi, così da trascinarli alla morte e far sì che uno solo restasse superstite tra il gran numero di soldati che aveva contributo alla sconfitta. In questo combattimento Alboino uccise Cunimondo, la cui figlia, di nome Rosamunda, prese e condusse in matrimonio. Allora i Longobardi ottennero un grosso bottino al punto che raggiunsero enormi ricchezze.
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Vercingetorix, Celtilli filius, Arvernus, summae potentiae adulescens, cuius pater principatum totius Galliae obtinuerat...
... omnium consensu ad eum defertur imperium.
Vercingetoringe, figlio di Celtillio, Arverno, giovane di grandissima autorità, il cui padre aveva ottenuto il comando di tutta la Gallia e per quella ragione per cui aspirava al regno era stato ucciso dalla comunità (dai concittadini), una volta convocati i suoi seguaci, li convince facilmente. Saputo del suo progetto si corse alle armi. Venne ostacolato dal suo zio paterno Gobannizione e dagli altri capi, che non ritenevano che questa sorte dovesse essere tentata; fu scacciato dalla città di Gergovia; tuttavia non rinunciò e fece leva di poveri e screditati nelle campagne. Radunato questo manipolo, induceva ai propri progetti chiunque incontrasse fuori dalla città; esortò a prendere le armi per la comune libertà, e radunate grandi truppe scacciò dalla comunità i suoi avversari, dai quali poco prima era stato mandato via. Venne acclamato re dai suoi. Mandò ambascerie da ogni parte, scongiurava di restare fedeli. Rapidamente legò a sè Senoni, Parisi, Pittoni, Cadurci, Turoni, Aulerci, Lemovici, Andi e tutti gli altri che costeggiano l'Oceano; col consenso di tutti gli fu conferito il potere.