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Inizio: Non mehercule augendi criminis causa, iudices, dicam, sed, quem ipse accepi oculis animoquc sensum. Fine: proximus vero funditus everterat. Cicerone
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Est animuns in partes tributus duas quarunt altera rationis est particeps altera expers. Com igitur praecipitur ut nobismeti psis imperemus hoc praecipitur ut ratio coerceat temeritatem. Est in animis omnium fere natura molle quiddam demissum, humile enervatum quodam modo et languidum. Si nihil esse aliud nihil esse homine deformius, sed praesto est domina omnium et regina ragio, quae conixa per se et progressa longius fit perfecta virtus. Haec ut imperet illi parti animi, quae oboedire debet, id videndum est viro. "Quonam modo?" inquies. Vel ut dominus servo vel ut imperator militi vel ut parens filio. Si turpissime se illa pars animi geret, quam dixi esse mollem, si se lamentis muliebriter lacrimisque dedet, vinciatur et constringatur amicorum propinquorumque custodiis, saepe enim videmus fractos pudrore, qui ratione nulla vincerentur.
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Placet mihi, patres conscripti, legionis Martiae militibus et eis, qui una pugnantes occiderint, monumentum fieri quam amplissimum. Magna atque incredibilia sunt in rem publicam huius merita legionis. Haec se prima latrocinio abrupit Antoni, haec tenuit Albam, haec se ad Caesarem contulit, hanc imitata quarta legio parem virtutis gloriam consecuta est. Quarta victrix desiderat neminem; ex Martia non nulli in ipsa victoria conciderunt. O fortunata mors, quae naturae debita pro patria est potissimum reddita! Vos vero patriae natos iudico, quorum etiam nomen a Marte est, ut idem deus urbem hanc gentibus, vos huic urbi genuisse videatur. In fuga foeda mors est, in victoria gloriosa. Etenim Mars ipse ex acie fortissimum quemque pignerari solet. Illi igitur impii, quos cecidistis, etiam ad inferos poenas parricidii luent, vos vero, qui extremum spiritum in victoria effudistis, piorum estis sedem et locum consecuti. da Cicerone
Mi pare giusto, padre conscritti che sia fatto un monumento sepolcrale (monumentum) più grande possibile per le legioni dei soldati di Marzia, e per quelli che sono morti combattendo insieme (sott: a loro). Grandi e incredibili sono i meriti di questa legione nei confronti dello Stato. Questa per prima si liberò dalla prepotenza di Antonio, questa occupò Alba, questa si recò presso Cesare e imitando questa, di pari valore. la quarta legione conseguì la gloria. La quarta, vittoriosa, non lamenta la perdita di nessuno; dalla legione Marzia, invece, alcuni caddero insieme perfino nella vittoria. O morte fortunata che, pur essendo dovuta alla natura, è soprattutto data per la patria. In verità io vi ritengo figli della patria, il cui nome viene anche da Marte, in modo che sembri che lo stesso dio abbia generato questa città per i popoli e voi per questa città. La morte è turpe nella fuga ma gloriosa nella vittoria. E infatti Marte in persona suole prendersi i più valorosi in battaglia. Dunque gli empi, che voi avete ucciso, pagheranno il fio per parricidio anche negli Inferi, mentre voi, che avete esalato l’ultimo respiro nella vittoria, avete raggiunto le sedi e i luoghi dei pii
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Si dice che il primo lui stesso durante la marcia più di rado viaggiava col cavallo che stancarsi a piedi; di sopportare tanto agevolmente l’arido sole che il giorno sereno; di sopportare ripieno la polvere al posto delle nuvole, il sudore in guerra come nei giochi; che trascurava il capo scoperto al sole e alle piogge alla grandine e alla neve, né si egli si presentava protetto conto le armi; che dava ascolto ai soldati mirabili e visitava gli ammalati, non senza cura passava per la comunanza di abitazione dei soldati, ma temeva per esempio le raffinatezze dei Siri ed osservava a fondo le inesperienze dei Pannoni; che tardi si lavava dopo aver fatto i propri affari; che aveva una tavola frugale, in accampamento con un vitto ordinario, beveva il vino d’occasione e l’acqua della circostanza; che vegliava facilmente il primo turno di guardia, che attendeva l’ultima svegliato già da tempo; che gioiva più per la fatica che per l’ozio, che sfruttava il tempo libero per il lavoro; che occupava i momenti vuoti per gli affari militari e civili. In una mancanza improvvisa talora si serviva di rami e fronde al posto dell’ arnese, stando sopra un cespite talvolta come un giaciglio. Prese sonno pronto per la fatica, non chiesto per silenzio. Infine punì severamente le cose più gravi compiute perversamente, sciente dissimulò le più lievi. Permise il momento di pentirsi. Infatti i più correggono i propri delitti, mentre pensano di essere ignorati; quando sanno manifesti, l’impudenza si rafforza.
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Opere (= le opere eli fortificazione) instituto, fit equestre proelium in ea planitie. quam intennissam collibus tria milia passuum in longimdinem patere sopra demonstravimus. Summa vi ab utrisque" contendinir. Laborantibus nosiris Caesar Germanos summittit legionesque prò castris constituit, ne qua subito irruptio ab hostium peditatu fìat. Praesidio legionum addilo, nostri. s animus augetur: hostes, in fugain coniecti. se ipsi multitudine impediunt atque angustioribus portis relictis coacervantur. Germani acrius usque ad munitiones sequuntur. Fit magna caedes: nonnulli, relictis equis, fossam transire et maceriam transcendere conantur. Caesar legiones quas prò vallo constituerat paulum promoveri iubcl. Xon minus qui intra munitiones erant perturbantui Galli: veniri ad se oonrestim exisiimantes, ad arma conclamant; nonnulli perterriti in oppidum irrumpunt. Vercingetorix iubet porla. s claudi, . ne castra nuclentur. Multis interfectis. compluribus equis captis, Germani sese recipiunt. da Cesare
Iniziate le opere di fortificazione si verifica un combattimento equestre in quella pianura che, come abbiamo dimostrato sopra, si estendeva in lunghezza tra i colli per tre miglia. Si combatté con grandissimo vigore da entrambe le parti. Trovandosi i nostri in difficoltà, Cesare invia in aiuto i Germani e dispone davanti all'accampamento le legioni, perché non si verifichi all'improvviso qualche attacco da parte della fanteria dei nemici. Aggiunto il presidio delle legioni, nei nostri aumenta il coraggio: i nemici, messi in fuga, si trovano impacciati per la loro stessa moltitudine e, rimasti indietro a causa delle porte troppo strette, si accalcano. I Germani li inseguono più accanitamente fino alle fortificazioni. Si verifica una grande carneficina: un certo numero di nemici, lasciati i cavalli, tentano di attraversare il fossato e di scalare il muro. Cesare ordina alle legioni che aveva disposto davanti al vallo di avanzare un po'. Non meno sono preoccupati i Galli che si trovavano all'interno delle fortificazioni: pensando ad un attacco imminente, gridano all'armi; alcuni, terrorizzati, irrompono nella cittadella. Vercingetorige ordina di chiudere le porte, affinché l'accampamento non sia sguarnito. Uccisi molti nemici e catturati parecchi cavalli, i Germani rientrano alla base.