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Causarum actori ab his vitiis maxime abstinendum est. Cum furem aliquem accusaverit, ei semper erit vitanda omnis avaritiae suspicio. Si maleficum quendam adduxerit, cavendum erit ne asperior aut inhumanior sit. Si in corruptorem vel adulterum causam egerit, diligenter providendum erit ne quod vestigium libidinis in vita sua appareat: ipsi enim vehementer fugienda sunt omnia quae in altero vindicantur. Etenim non est probandus accusator qui reprehenditur in eo vitio quod in altero ipse reprehendit. Ego in Verre omnia vitia quae possunt in homine perdito nefarioque esse reprehendo: nullum indicium libidinis, sceleris, audaciae esse dico quod in istius vita perspicere non possitis. Ergo, dum Verrem accuso, iudices, statuo ita mihi vivendum esse ut Verris dissimillimus sim.
Avendo accusato un ladro (l'avvocato dell'accusa) si dovrà sempre astenere maggiormente da questi vizi. Se avrà portato (in causa) un malvagio, dovrà guardarsi dall'essere più aspro o inumano. Se avrà condotto una causa contro un corrotto o un adultero, dovrà diligentemente provvedere perché non risulti nella sua vita alcuna traccia di sfrenatezza: infatti lui deve sfuggire in modo molto forte da tutte quelle cose che sono punite in un altro. Infatti non deve approvare l'accusatore che è ripreso in quel vizio che lui stesso riprende in un altro. In Verre ritrovo tutti i vizi che possono esistere in un uomo dissoluto e scellerato: dico che non c' è traccia alcuna di sfrenatezza, scelleratezza e impudenza nella sua vita che non possiate vedere. Dunque, giudici, mentre accuso Verre, stabilisco che devo vivere in modo il più possibile diverso da Verre.
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Phaedra ad virum suum tabellas mittit ubi iniuriae flagitiosae Hippolytum insimulat. Theseus feminae credit, Hippolytum accusat et furibundus ob filii sui impudentiam ac contumeliam a deis poenam severam petit. Tum Hippolytus culpa vacuus et maestus propter horrendam calumniam in bigis suis regiam relinquit. Sed repente taurus apparet et equos terret; equi igitur bigam evertunt et Hippolytus vitam amittit. Postea tamen Phaedra Hippolyti innocentiam aperit et ob malam conscientiam vitam suam abrumpit. Aesculapius postea, medicinae deus, ad vitam Hippolytum revocat et Diana in Latium eum (= lo) adducit ubi per multos annos (per + acc. = compl. di tempo continuato) regnat beatus.
Fedra invia a suo marito missive in cui accusa Ippolito di vergognose ingiurie. Teseo crede alla donna, accusa Ippolito ed irato per l'impudenza e l'oltraggio di suo figlio, chiede agli dei una severa pena. Allora Ippolito, esente da colpa e dispiaciuto per l'orrenda calunnia, lascia la reggia con la sua biga. Ma improvvisamente comppare un toro e atterrisce i cavalli; così i cavalli rovesciano la biga ed Ippolito muore. Tuttavia poi Fedra scopre l'innocenza di Ippolito e per il rimorso si suicida. Successivamente, Esculapio, dio della medicina, richiama in vita Ippolito e Diana lo conduce nel Lazio dove regna felice per molti anni.
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Rusticus bonus et pius in fluvii ripis ligna caedebat, sed dum in pino magnum ramum caedit, de pino praecipitat et ascia sua in altam fluvii aquam cadit. Dum adversam fortunam suam flet, Mercurius eius querelas audit et de caelo descendit. «Bono animo es! - deus exclamat - asciam tuam ego recuperabo». Deus in fluvium se mergit et mox cum ascia aurea inde emergit. «Ecce, ascia tua, tene!» «Gratias tibi ago propter benevolentiam tuam - rusticus ei respondet - sed haec non est ascia mea». Iterum deus se mergit et pulchram argenteam asciam portat. Sed rusticus rursus deo dicit: «Haec quoque non est ascia mea». Denique Mercurius ex fluvio ferream asciam extrahit: nunc rusticus magno gaudio exclamat: «Ecce ascia mea!» Deus, honesto responso contentus, non solum asciam ferream sed etiam auream et argenteam ei donat.
Un contadino onesto e devoto tagliava della legna sulle sponde di un fiume, ma mentre taglia un grande ramo su un pino precipita da esso e la sua ascia cade nell'acqua profonda del fiume. Mentre piange la sua sorte avversa, Mercurio ascolta i lamenti e discende dal cielo. "Sei di animo buono" - esclama il dio - "io recupererò la tua ascia". Il dio si immerge nel fiume e subito poi ne emerge con un'ascia d'oro. "Ecco, la tua ascia, prendi!". "Ti sono riconoscente per la tua benevolenza" - risponde il contadino - "ma questa non è la mia ascia". Di nuovo il dio si immerge e reca una bella ascia d'argento. Ma il contadino di nuovo dice al dio: "Neppure questa è la mia ascia". Infine Mercurio tira fuori dal fiume un'ascia di ferro: allora il contadino con grande gioia esclama: "Ecco la mia ascia!". Il dio, soddisfatto per la risposta onesta, dona al contadino non soltanto l'ascia di ferro, ma anche quella d'oro e quella d'argento.
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Rusticus magna laetitia in casam suam remeat. Postridie amicis suis omnia (= ogni cosa, acc. ) narrat et Mercurii dona iis ostendit. Unus amicorum erat vir avidus et stultus et sic secum cogitat: «Si asciam meam perdere simulabo, ego quoque Mercurii dona obtinebo». Statim ad fluvium currit et in aquam asciam suam iactat; postea in ripa sedet et multis lacrimis Mercurium invocat. Deus eius animum improbum et avidum cognoscit, tamen temptare eum cupit. Itaque in terram descendit et malum rusticum interrogat: «Cur fles?» Rusticus respondet: «Asciam meam iam non habeo: in fluvium cecidit. ». Tum Mercurius: «Defatigatus sum, sed asciam tuam bene describe et ego tibi eam recuperabo». «Ascia mea magna et aurea est». Deus in fluvium se mergit, unde sine ascia emergit: «Illic solum ascia ferrea est: ergo tua non est»; et in Olympum statim remeat. Avidus rusticus igitur non solum asciam auream non accipit sed etiam suam iam non recuperat.
Un contadino fa ritorno con grande felicità alla sua dimnora. Il giorno seguente racconta ai suoi amici ogni cosa e mostra loro i doni di Mercurio. Uno solo tra gli amici era un uomo avido e stolto, e così riflette tra se e se: "Se fingerò di perdere la mia ascia, otterrò i doni di Mercurio anche io". Subito corre al fiume e si tuffa nella sua acqua; in seguito si mette seduto sulla riva e invoca (il dio) Mercurio con molte lacrime. Il dio conosce il suo animo malvagio e avido, tuttavia desidera metterlo alla prova. Pertanto scende sulla terra e interroga il cattivo contadino: "Perché piangi?". Il contadino risponde: "Non ho più la mia ascia: è caduta nel fiume". Allora Mercurio: "Sono stanco, ma descrivimi bene la tua ascia ed io te la recupererò". "La mia ascia è grande e d'oro". Il dio si immerge nel fiume, da cui riemerge senza l'ascia: " Laggiù c'è solo un'ascia di ferro: perciò non è la tua"; e ritorna subito nell'Olimpo. Pertanto l'avido contadino non solo non ottiene l'ascia d'oro, ma non recupera più nemmeno la sua.
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Post innumeras et claras victorias, Cyrus, iam Asiae dominus, Scythis bellum indicit. Erat tunc Scytharum regina Tamyris (= Tamiri, nom.), femina strenua et belli perita, quae (che, nom.) non muliebriter Persas timebat. Cyrus copias in Scytharum agros ducit ibique castra ponit; postridie autem magnam vini copiam epularumque delicias in castris relinquit et fugam improvisam simulat. Regina tunc adulescentulum filium cum magnis copiis contra eum mittit. Cum autem in castra perveniunt, Scythae, vini avidi et cupidi, affatim bibunt neque adulescentulus, militiae imperitus, iis obstat. Dum universi propter crapulam et vini intemperantiam placide dormiunt, Cyrus, vir callidus et peritus, repente in castra remeat, ebrios in somno deprehendit atque universos cum reginae filio interficit.
Dopo innumerevoli e famose vittorie, Ciro, già padrone dell'Asia, muove guerra agli Sciti. Era allora regina degli Sciti Tamiri, donna risoluta ed esperta di guerra, che non temeva i Persiani come una donnetta (da poco). Ciro porta le truppe nei campi degli Sciti e qui pone gli accampamenti; il giorno dopo poi lascia negli accampamenti una grande quantità di vino e deliziose vivande e simula una fuga improvvisa. La regina allora manda contro di lui il giovanissimo figlio con molte truppe. Quando poi arrivano negli accampamenti, gli Sciti, avidi di vino e smaniosi, bevono a sazietà e il giovanetto, ignaro di tattica militare, non si oppone loro. Mentre tutti dormono placidamente per la gozzoviglia e la intemperanza nel bere vino, Ciro, uomo furbo ed esperto, repentinamente ritorna negli accampamenti, sorprende nel sonno gli ubriachi li annienta, compreso il figlio della regina.