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Spesso i genitori rovinano i costumi dei loro figli! Essi corrompono l'infanzia immediatamente, per mezzo delle delizie. Una educazione debole, che chiamiamo indulgenza, spezza tutte le energie della mente e del corpo. Il bambino che ha gattonato su tappeti di porpora da adulto desidererà di tutto! Non pronuncia ancora le prime parole, e già chiede ostriche. Abbiamo educato prima il loro palato che la loro capacità di parlare. Abbiamo molto esultato quando hanno detto qualcosa di un po' volgare: abbiamo accolto con un bacio le loro parole vergognosissime. Non c'è da meravigliarsi: noi abbiamo insegnato quelle cose, da noi hanno ascoltato simili parole; vedono le nostre amanti; ogni banchetto risuona di canzoni oscene, i fanciulli guardano spettacoli estremamente vergognosi. I poveri fanciulli imparano queste cose, che sono difetti; così essi, dissoluti e snervati, non ricevono codesti mali dalle scuole, bensì li portano nelle scuole.
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Una volta sentito il nome di Numa, tutti i senatori Romani, che erano sul punto di acclamare il nuovo re di Roma, stabiliscono che il regno dovrà essere assegnato a Numa Pompilio, di circa trent'anni di età. Dopo essere stato chiamato a Roma, nella stessa maniera in cui Romolo, dopo aver chiesto gli auspici degli dèi, aveva fondato la città e si era impadronito del potere, egli (Numa) ordinò che gli dèi fossero consultati anche riguardo a sé. Quindi, condotto sulla rocca da un augure, si sedette su una pietra rivolto verso sud. L'augure, col capo coperto, prese posto alla sua sinistra, tenendo con la mano destra un bastone ricurvo privo di nodo, che si chiamava lituo. Poi, quando, dopo aver rivolto lo sguardo verso Roma e il territorio, supplicò gli dèi, tracciò le regioni (del cielo) da oriente a ponente, e disse che quelle a sud erano favorevoli, mentre quelle a nord erano sfavorevoli; allora, dopo aver passato il bastone nella mano sinistra, e aver posto la destra sulla testa di Numa, supplicò in questo modo: "Oh padre Giove, se è destino che questo Numa Pompilio, del quale io tengo la testa, sia il re di Roma, indicaci segni certi tra quei confini che io ho tracciato!". Poi descrisse con le parole gli auspici che desiderava che fossero inviati da Giove. Poiché questi furono inviati, dopo essere stato dichiarato re Numa discese dal tempio.
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Socrate, allorché da un allievo gli fu chiesto se per caso non considerasse felicissimo Archealo, figlio di Perdicca, il quale a quel tempo era potentissimo e veniva considerato ricchissimo e frequentava spesso le terme e le palestre, rispose: "Non so cosa potrei dire né in che modo potrei dare un giudizio. Infatti io non ho mai conversato con lui, né so quali siano i suoi costumi". A lui ribatté l'allievo: "Perché (dici) queste cose? Non puoi dunque saperlo in altro modo?". Allora disse Socrate: "In alcun modo posso giudicare come sia un uomo, se non avrò prima ascoltato cosa egli pensi". "Dunque tu neppure del grande re dei Persiani puoi dire se sia felice?". "In che modo potrei, dal momento che io non so in che misura egli sia colto e in che misura egli sia un uomo giusto?". "Come? In quale cosa ritieni dunque che sia riposta una vita felice? O ancora, quali cose consideri necessarie per una vita felice". "Io, in assoluto, ritengo i giusti felici e i malvagi infelici". "Dunque tu consideri Archelao infelice?". "Io non so se egli sia felice o infelice, dal momento che non lo conosco. Tuttavia, se egli è malvagio, senz'altro è infelice e sventurato".
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Nei libri di storia leggiamo le famose battaglie delle truppe Romane. I Romani conducono lunghe battaglie contro molti popoli. Anche famosi poeti spesso celebrano le grandi vittorie dell'amata patria e narrano l'audacia dei soldati. I Romani hanno lunghe lance, ma scagliano anche frecce. Le coraggiose truppe Romane possiedono autentica audacia, mettono spesso in fuga le timorose truppe rivali, e vincono facilmente.
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Quando Nerone cantava agli spettatori veniva ordinato di rimanere nel teatro e non era permesso uscire dal teatro neppure per una ragione necessaria. E così si dice che anche alcune donne partorirono durante gli spettacoli, e che molti, per la noia dello stare ad ascoltare e ad elogiare, essendo chiuse le porte, o scavalcarono di nascosto il muro o furono portati fuori con un funerale dopo aver simulato la morte. Inoltre può essere a stento creduto quanto ansiosamente e paurosamente gareggiasse, e con quanto spirito di competizione con gli avversari. Inoltre, incredibile a credersi, l'imperatore aveva un grande timore dei giudici. E' stato tramandato che Nerone voleva vincere soprattutto le gare di recitazione: egli era solito anche screditare gli avversari di nascosto, coprirli di insulti, e, qualora spiccassero particolarmente per capacità, corromperli. Inoltre, prima di cominciare si rivolgeva con grandissima deferenza ai giudici, dicendo che egli aveva fatto tutto quello che doveva fare, ma che l'esito era nelle mani della sorte.